John Carroll Lynch – Lucky

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Cactus in vaso e tartarughe smarrite

recensione di Matteo Pollone

dal numero di dicembre 2018

John Carroll Lynch
LUCKY
con Harry Dean Stanton, David Lynch, Ron Livingston, Ed Begley Jr., Tom Skerritt
USA 2017

Harry Dean Stanton, scomparso il 15 settembre 2017 all’età di 91 anni, è un volto molto noto a tutti gli appassionati di cinema. Caratterista per scelta (“le parti da protagonista sono troppo faticose”, ha dichiarato in un’intervista), grande e prolifico attore, ha attraversato oltre sessant’anni di cinema americano partendo da un piccolo e misconosciuto western di Leslie Selander (Rivolta a Fort Laramie, 1957, con John Dehner e Gregg Palmer) per arrivare a incrociare le strade di Monte Hellman, Norman Jewison, Stuart Rosenberg, John Milius, Sam Peckinpah, Francis Ford Coppola, Arthur Penn, John Huston e molti altri autori simbolo della New Hollywood. Spesso defilato, altrettanto sovente ambiguo quando non chiamato a interpretare la parte del cattivo, Stanton ha dimostrato come in quella stagione del cinema americano non siano state solo le star a modificarsi, ma anche i caratteristi.
E forse molti, all’epoca, avranno pensato che il suo tempo, come quello di molti protagonisti del periodo, fosse in qualche modo legato a doppio filo alla New Hollywood, che ha lanciato molte stelle, maggiori o minori, destinate a brillare per poco più di un decennio. Invece Stanton negli anni ottanta continua a lavorare, e anzi prende sempre maggiore spazio all’interno di film importanti, diretti da registi come Ridley Scott, Martin Scorsese o John Carpenter. Addirittura, fa capolino in produzioni mainstream per ragazzi come Bella in rosa di Howard Deutch, in film di Natale come Un magico Natale di Phillip Borsos o in cult movie di genere come Repo Man – Il recuperatore di Alex Cox. Il caratterista brutto, sporco e spesso cattivo della New Hollywood trova insomma un suo spazio anche nelle produzioni più patinate degli anni ottanta, senza dimenticare che è proprio del 1984 il primo (e più significativo) ruolo da protagonista che Harry Dean Stanton abbia interpretato: quello di Travis in Paris, Texas di Wim Wenders, che non con qualche fatica riesce a convincerlo a correre il rischio di assumersi la responsabilità del leading man. Ma il decennio è cruciale anche a causa di un altro incontro: quello con David Lynch, che dirigerà l’attore per la prima volta nel mediometraggio televisivo The Cowboy and the Frenchman (1987) per poi collaborarvi ancora altre sei volte, fino alla recente terza stagione di Twin Peaks. Lucky, uscito nel 2017 e ultimo film a vedere la luce prima della morte di Stanton (Frank and Ava, che contiene la performance finale dell’attore, uscirà postumo nel 2018), è in un certo senso l’ottava collaborazione tra Lynch e l’amico, sebbene in questo caso il regista figuri solo come attore, nel ruolo dell’eccentrico compagno di bevute del protagonista.

Monumento a Stanton

Diretto da un altro grande caratterista, John Carroll Lynch, e presentato in anteprima al Festival di Locarno del 2017, Lucky è un monumento a Stanton, un film costruito su misura per l’attore novantenne senza cadere nelle trappole di molte pellicole, specie americane, sulla terza età. È noto, infatti, che agli attori hollywoodiani che superano una certa età, vengano proposti soltanto ruoli marginali o le classiche storie che sembrano aggiornare la trama di Cupo tramonto o, peggio, di Vivere alla grande. Alle storie di anziani abbandonati Lucky risponde con quella di un uomo solitario per scelta, che pure, come lui stesso ammette, non si è mai sentito solo. A quelle degli anziani che vivono l’ultima grande impresa prima della morte (un viaggio, una fuga dall’ospizio, una rapina in banca ecc.), il film risponde con quella di un uomo che non ha alcuna voglia di fuggire né di stravolgere la sua esistenza prima della fine ma solo, banalmente, di continuare a vivere.

John Carroll Lynch - Lucky

Se proprio si volesse cercare un termine di paragone, Lucky si potrebbe avvicinare a Una storia vera di Lynch, in cui peraltro Stanton compare alla fine nel ruolo del fratello di Richard Farnsworth. Come accade ad Alvin Straight nel film del 1999, anche Lucky cade a terra senza motivo: un incidente che lo mette di fronte alla consapevolezza di una fine ormai imminente, alla ricerca di risposte che fino a quel momento aveva cercato di evitare di darsi. La trama del film, sostanzialmente, è tutta qui: come una sorta di Posto delle fragole in versione californiana (il film è ambientato a Puru, cittadina del sud dello stato), senza però alcun viaggio e quasi senza rimpianti, il protagonista si prepara ad affrontare la morte e sembra trovare, alla fine, alcune delle risposte che stava cercando. Come nel film di Bergman o come in Una storia vera, anche Lucky cerca infatti di evitare la tragedia e ci consegna, alla fine, il protagonista ancora vivo e, in un certo senso, sereno.

Tante storie

La trama è presto detta: la vita dell’anziano pensionato Lucky, che vive solo in una casa ai margini del deserto con la sola incombenza di prendersi cura di un grande cactus in vaso, è scandita da una serie di eventi regolari (lo yoga mattutino, la colazione al bar, le lunghe ore passate a passeggiare o fare le parole crociate e un bloody mary con gli amici la sera), intervallati dalle molte sigarette e da incontri occasionali. Come Una storia vera, anche Lucky contiene in sé molte storie, tutte minime come quella del personaggio che dà il titolo al film e che si offre come guida all’interno di un mondo che, come lui, sembra destinato a scomparire. La cittadina del film è infatti abitata prevalentemente da anziani, ed è circondata dal deserto. Senza che questi aspetti assumano mai una dimensione eccessivamente funerea (il tono del film è molto lieve, mai mortifero), è comunque inevitabile percepire un senso di fine imminente non solo guardando il corpo scavato dell’attore, ma tutto il mondo che egli abita. Il deserto, qui, non è molto diverso da quello che vediamo in Paris, Texas: sembra in qualche modo l’ambiente più congeniale all’attore (che pure è nato nel ben più verde Kentucky) e contemporaneamente un luogo di raccolta di un immaginario che inevitabilmente leghiamo a lui: quello di un cinema capace di raccontare gli emarginati, i reietti, i relitti di tempi passati. Non importa che Stanton compaia persino nel blockbuster The Avengers (peraltro in una scena purtroppo quasi completamente tagliata nel montaggio finale): le volte in cui ha prestato il suo volto e il suo corpo a personaggi ai margini ha inevitabilmente segnato il modo in cui, ancora oggi, lo guardiamo.

Lucky è quindi un’opera costruita apparentemente sul nulla, con un minimalismo che non si riscontra neppure nelle produzioni a basso budget del cinema indie contemporaneo, che pure si rivolge spesso all’America profonda, scenario privilegiato di drammi che vogliono allontanarsi da un cinema hollywoodiano più legato ai generi e destinato a più ampie fette di pubblico. John Carroll Lynch sceglie di lavorare in sottrazione, in linea con l’understatement che caratterizza da sempre le performance di Stanton, e mette in immagini una storia, scritta da Logan Sparks e Drago Sumonja, in cui l’evento più drammatico è lo smarrimento di una tartaruga (il cui destino, in ogni caso, non è infausto). Non solo: anche la realizzazione del film sembra venire da un altro tempo, da un altro cinema: monumento al suo attore protagonista, quasi una postilla al documentario Harry Dean Stanton: Partly Fiction del 2012, Lucky prende letteralmente forma attorno a Stanton. Il cast è composto da amici (in alcuni casi altri grandi caratteristi americani come Ed Begley Jr. o Tom Skerritt) che, come David Lynch, hanno messo da parte altri impegni per poter essere sul set e i dialoghi vengono discussi con l’attore, che è chiamato a modificarli per renderli più autentici. L’amore per la musica e il canto, la gioventù in marina, persino i pensieri sulla vita e il bonario cinismo di Lucky vengono direttamente dalla biografia e dalla personalità del suo interprete. Proprio per questo, Lucky è un film che impone quasi la sospensione di qualsiasi giudizio: l’affetto che ogni spettatore prova per Stanton è lo stesso che si percepisce a monte di questo progetto e nel risultato finale, ed è davvero difficile trattenere le lacrime quando, nel finale, l’attore guarda in macchina e sorride al suo pubblico.

matteo.pollone@unito.it

M Pollone insegna storia delle teoriche del cinema all’Università di Genova

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