Luca Guadagnino – Chiamami col tuo nome

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Un pungente sentimento del tempo


recensione di Luca Malavasi

dal numero di marzo 2018

Luca Guadagnino
CHIAMAMI COL TUO NOME
con Timothée Chalamet, Armie Hammer, Michael Stuhlbarg, Amira Casar ed Esther Garrel
Italia-Francia-Brasile-Usa 2017

Luca Guadagnino - Chiamami col tuo nomeIn una colonna sonora che per metà mette in musica le aritmie sentimentali di un’estate gloriosa che avrebbe cambiato per sempre la vita di Elio e Oliver, facendo incontrare Bach, Satie, Adams e Sakamoto, e per metà cerca di restituire l’atmosfera di un’epoca, i primi anni ottanta italiani – The Psychedelic Furs, Loredana Berté, Marco Armani, Franco Battiato –, i due brani scritti appositamente da Sufjan Stevens per Chiamami col tuo nome sono qualcosa di più di un semplice “contributo originale”. Di quell’estate del 1983, durante la quale il diciassettenne Elio (Timothée Chalamet, di una bravura stupefacente) conosce e ama il ventiquattrenne Oliver (Armie Hammer), di quello che è davvero accaduto Mistery of Love e Vision of Gideon rappresentano piuttosto una sintesi poetica e, insieme, un’interpretazione: la prima, comprensiva di un riferimento esplicito all’amore tra Alessandro e Efestione (un altro call me by your name: “Non vi siete sbagliata, madre, perché anche lui è Alessandro”), per come insiste sulla coincidenza amorosa di vita e morte, per come sovrappone la scoperta e la rivelazione (“The first time that you touched me”) alla fatalità di un eterno rimpianto per ciò che è stato (“Shall I sleep within your bed / River of unhappiness / Hold your hands upon my head / Till I breathe my last breath”); la seconda, Vision of Gideon, per come elabora, attraverso un enigmatico riferimento alla vicenda del biblico Gedeone, il conflitto tra il vedere e il credere, tra il vivere e il testimoniare, tra la realtà e la sua “visione”: “I have loved you for the last time / is it a video?” A parlare, in questo caso, sembra proprio Elio, adolescente “che sa tutto” (come sembra rimproverargli Oliver), che parla tre lingue e passa il tempo a trascrivere musica classica e a leggere libri, e che nel corso di quell’estate cremasca ha guardato e poi toccato Oliver, un piccolo dio piantato virilmente a terra, fino a sentirsi, proprio come Gedeone, una specie di “prescelto”. Is it a video?

Vision of Gideon

La domanda non nasce da un’incredulità memoriale, ma dal “mistero dell’amore”, l’amore che, nel momento stesso in cui si rivela e accade, si consegna fatalmente a una specie di rovina, alla lontananza fantasmatica di un possesso irreale, come cosa subito perduta assieme alla sua celebrazione. Il piccolo miracolo di questo film straordinario, struggente, sensuale e luttuoso sta anche, se non soprattutto, nell’aver trasformato il buon (niente di più) romanzo “proustiano”, in prima persona (Elio), dello scrittore americano André Aciman (pubblicato nel 2007 e tradotto per Guanda l’anno dopo) in un “atto unico”, non semplicemente eliminando l’ultima parte, quella – non a caso intitolata Ghost Spots (perché tradurre “I luoghi dello spirito”?) – in cui il narratore, ormai un uomo fatto, ripensa ossessivamente a quell’estate, immaginando Oliver come “stuck in Italy somewhere, unreal and spectral”, ma includendola sottopelle fin dall’inizio, come una dolorosa predestinazione tanto più pressante quanto più l’amore somiglia a un miracolo. Un pungente sentimento del tempo – del suo accartocciarsi – che è tutto in quella straordinaria inquadratura su cui si chiude il film (sulle note di Vision of Gideon), con Elio che per più di quattro minuti resta immobile, gli occhi pieni di lacrime, a fissare le fiamme che zampillano in un camino, mentre sul suo volto corre veloce quella domanda – Is it a video? – che, si capisce adesso, non esprime tanto una condanna, in forma di rimpianto o invidia, ma il desiderio di non voler o poter ricordare. Perché quell’estate, Oliver, l’amore che li ha uniti, la scoperta che li ha sopraffatti non possono essere davvero ricordati, non possono essere sostenuti o archiviati in quanto ricordo: nulla di proustiano, insomma, nella traduzione di Luca Guadagnino e James Ivory, che firma la sceneggiatura. Con quell’ultima inquadratura il racconto di Elio finisce, ma in un senso che va molto al di là della semplice conclusione di una storia. Quell’estate e il suo mistero – suggerisce il brano di Stevens – possono sopravvivere, semmai, come visione: nell’ordine dello spettro e del fantasma, di qualcosa che, proprio come una visione, si sistema, puntuale e intangibile, da qualche parte tra la realtà e il sogno, attirando a sé la vita a seguire, ambiguo richiamo a una specie di eternità sfiorata e mancata, e della quale sarebbe una dannazione diventare gli spettatori e i custodi. Di Elio, del resto, dopo aver consegnato all’altro il proprio nome, la propria pelle e il proprio corpo, non resta quasi nulla: tra le tante citazioni disseminate nel romanzo da Aciman, questa, da Emily Brontë, lo dice benissimo: “Because he’s more myself than I am”.

 

Ma è l’intera tessitura visiva e sonora di Chiamami col tuo nome a possedere una qualità insieme tangibile ed evanescente, materica e liquida, in cui tutto è già, fin da subito, corpo, memoria, immagine, reliquia, tempo vissuto fuori dal tempo, nella paura della durata che consuma: basta guardare all’ultima notte di Elio e Oliver, gli ultimi giorni insieme (a Bergamo) prima che Oliver, uno dei dottorandi del padre di Elio, rientri definitivamente negli Stati Uniti. Una notte molto “francese” (in questo film c’è tanto Bertolucci, certo, ma molto più Garrel), in cui Elio e Oliver si rincorrono, toccano, baciano, tra il suono spettrale delle campane e la musica degli Psychedelic Furs (“So swallow all your tears, my love”), tra architetture imponenti e scenografiche, scolpite dalla luce che scava la notte, immagini psichedeliche che si sistemano sulla rotta dello sguardo, rumori accavallati e scivolamenti della messa a fuoco. Un’altra materia, nella quale la vita a seguire potrà semmai consumarsi nel rimpianto di non essere diventati, fino in fondo, una di quelle statue che conservano per l’eternità il gesto e il momento. La qualità contraddittoria, insieme vitale e funebre, del “sentimento del tempo” che attraversa il film di Guadagnino – il suo slanciarsi e dissolversi, il suo accendersi e consumarsi – trova proprio in questa ricorrente evocazione della “vita” delle statue il suo (impossibile) modello di riferimento: perché la dimensione melodrammatica della storia d’amore tra Elio e Oliver sta tutta nella dolorosa (in)consapevolezza di essere condannati a deformare, nel momento stesso in cui la sfiorano, la perfezione dell’unione e del desiderio, di essere degli usurpatori del loro stesso amore, e di poter solo invidiare – non potendolo in alcun modo realizzare – il paradosso della statua, che è movimento vivente che s’arresta e riposo inerte che si slancia, organismo che dorme o muore e materia bruta che si risveglia o resuscita (Michel Serres). Non a caso, è alle statue che, immagina Elio, chiederà un giorno di ricordargli Oliver: “Tra trenta o quarant’anni, tornerò qui e ripenserò a una conversazione che so bene che non avrò dimenticato. Poi mi piazzerò di fronte a questa statua e le chiederò (…) di ricordarmi qualcuno chiamato Oliver”.

Una bellezza eterna

Nel romanzo di Aciman il tema è solo sfiorato, e la frase riportata si riferisce a una scena, presente anche nel film, in cui, attorno a un monumento che omaggia i caduti nella battaglia del Piave – un lento piano sequenza che prima allontana e poi avvicina Elio e Oliver, per riprenderli, come spesso accade nel film, l’uno di fronte all’altro, di profilo, un unico blocco scultoreo –, Elio trova il coraggio di suggerire il tormento che la presenza di Oliver ha cominciato a scavare dentro di lui fin dal giorno del suo arrivo. Ben più significativa è, in omaggio dichiarato al Rossellini di Viaggio in Italia, la sequenza della visita – Oliver, Elio e il padre di quest’ultimo, Lyle, docente universitario – ad amici archeologi del professore, impegnati a recuperare alcune statue, copie di originali greci, riportate in superficie dal fondo del lago di Garda. Reggendo il frammento di un braccio Oliver e Elio si concedono una tregua (di nuovo quella “costruzione” statuaria, l’uno di fronte all’altro, di profilo), e poco dopo studiano, ma in realtà accarezzano con voluttà e sorpresa, il bronzo disteso di un giovane uomo, fermato per sempre nella sua regale giovinezza, e riportato in vita dai loro sguardi e dalle loro dita. Poi, poco dopo, la “lezione” che Lyle impartisce a Oliver (Elio ne origlia casualmente alcuni passaggi), commentando alcune diapositive raffiguranti delle statue greche: l’analisi delle immagini verte interamente sull’interpretazione delle curve sensuali dei corpi, curve impossibili eppure – osserva Lyle – nonchalant, fonte di un perpetuo, misterioso richiamo alla vita (“As if they’re daring you to desire them”).

Luca Guadagnino - Chiamami col tuo nome

Il “romanzo di formazione” vissuto (e poi a lungo ricordato e rimpianto) da Elio nel libro di Aciman è dunque felicemente superato da un film che è, più di tutto, una straordinaria celebrazione di un momento di assoluta perfezione, il racconto di un’illusione di eternità, la sfrontata dichiarazione di una vittoria appena sfiorata sulla materia e il tempo. Una riflessione sulla bellezza, sul mistero delle linee della bellezza – per evocare un romanzo che con questo film ha più di un punto di contatto – che improvvisamente stravolgono la geometria della realtà, proiettando una visione che solo l’immagine – e nessuna parola – può, anche se solo per un istante, cogliere e restituire. In questo senso, Chiamami col tuo nome è anche, se non soprattutto, il racconto del potere del cinema di intravedere, e quindi scolpire, quelle linee: di inseguirle, scrutarle, penetrarle – è ciò che guida la regia di Guadagnino verso i corpi dei suoi attori, le architetture, il paesaggio –, per affidare all’eternità i gesti e le pose, il momento e l’emozione. Il potere di realizzare quel desiderio di fermarsi, di diventare immagine: così che Chiamami col tuo nome riesce a essere, insieme, un racconto e il suo contemporaneo consegnarsi alla bellezza dell’immagine. Una bellezza eterna, una sfida al tempo e un perpetuo richiamo del desiderio.

luca.malavasi@unige.it

L Malavasi insegna storia e critica del cinema all’Università di Genova

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