Steven Knight – Locke

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Decostruire una vita

recensione di Michele Marangi

Dal numero di giugno 2014

Steven Knight
LOCKE
con Tom Hardy, Olivia Colman, Ruth Wilson
Usa/Regno Unito 2013

Locke - LocandinaUn uomo al volante per tutta la durata del film, circa novanta minuti. Un viaggio notturno in autostrada da Birmingham a Londra. Molte telefonate in entrata e in uscita. Una vita normale che va in pezzi in modo scientifico. Su questi elementi di base, Locke dimostra che il cinema può ancora stupire, utilizzando elementi semplici al servizio di una storia efficace e riuscendo a trasformare l’apparente ordinarietà in una riflessione non scontata su temi di grande spessore: la coerenza delle proprie scelte, la necessità di rispettare il rigore morale, l’impossibilità di mentire a se stessi e a chi si ama, costi quel che costi. Opera seconda di Steven Knight, dopo Redemption. Identità nascoste, sempre del 2013, il film mette in evidenza le qualità di sceneggiatore dell’autore, che prima di passare direttamente dietro alla macchina da presa ha firmato molti script, tra cui quello di Piccoli affari sporchi, che ha ricevuto una nomination all’Oscar ed è stato diretto da Frears nel 2002, e quello di La promessa dell’assassino, poi realizzato da Cronenberg nel 2007.
Ivan Locke è un uomo che ha lavorato sodo per costruirsi la sua vita, raggiungendo l’incarico di capocantiere per una grande azienda edile internazionale e costruendo una solida famiglia con moglie e due figli. In un’unica notte quella vita gli crolla addosso. Alla vigilia della sfida più grande di tutta la sua carriera, rappresentata da una colata di cemento di dimensioni mai sperimentate in un’unica soluzione per porre le fondamenta di un grande edificio, Ivan riceve una telefonata che scatenerà una serie di eventi dagli effetti catastrofici per la sua famiglia, la sua carriera e la sua identità.

Mentre guida, Ivan compie una serie di telefonate a varie persone. A sua moglie Katrina e ai suoi due giovani figli, cui deve provare a spiegare perché non può tornare a casa quella sera, anche se tutti lo aspettano per vedere insieme la partita in televisione. A Bethan, la donna che era stata sua assistente in un cantiere londinese mesi prima, e che ora si trova ricoverata d’urgenza in una sala parto, mentre sta per dare alla luce prematuramente il figlio concepito con Ivan in una notte in cui entrambi erano un po’ alticci. Al suo capo Gareth, che sul display appare come “bastard”, per rassicurarlo del fatto che pur non potendo presenziare alla colata di cemento del mattino dopo, tutto si svolgerà secondo programma, anche se è consapevole che l’assenza causerà il suo inevitabile licenziamento in tronco. Infine a Donal, il suo aiutante al cantiere, cui cerca di passare minuziosamente le consegne per fare in modo che la colata prevista si svolga senza alcun intoppo, cercando di sostenerne anche le fragilità emotive e di limitarne la tendenza a bere nei momenti di difficoltà.

Locke

Tutto il peso del film, girato in sole otto notti di riprese, ricade su Tom Hardy, che interpreta in modo straordinario Ivan Locke, e l’intera storia è ambientata nell’abitacolo in cui guida. Quello di Ivan è l’unico volto che si vede; gli altri personaggi sono resi solo attraverso le voci all’altro capo delle sue telefonate, a volte arrabbiate, a volte divertenti, spesso sconvolte. Lo sfondo è quello ipnotico delle luci dell’autostrada, che illuminano il volto di Ivan, i demoni contro i quali combatte e le scelte che fa.
Parafrasando Kant, il film si potrebbe sintetizzare in una frase: “le luci dell’autostrada sopra di me, la legge morale dentro di me”. Il riferimento filosofico non è casuale, considerando che il protagonista condivide il cognome con uno dei più importanti filosofi inglesi del XVII secolo, quel John Locke che per certi versi fu un precursore proprio di Kant e di molto illuminismo e che, tra le altre cose, criticò strutturalmente la concezione di innatismo, ovvero la teoria per cui le idee fondative sono impresse nella mente o nell’anima dell’uomo fin dalle origini della propria esistenza, sostenendo viceversa che non esista principio, nella morale come nella scienza, che possa ritenersi assolutamente valido tale da sfuggire a ogni controllo successivo dell’esperienza.

In questa prospettiva, il riferimento filosofico sostanzia l’agire del protagonista, che sulla base dell’esperienza vissuta con Bethan e delle conseguenze a catena che ciò ha causato, decide di prendersi carico delle proprie responsabilità e di essere presente al parto di questo figlio inaspettato, per non lasciare sola la donna, che non ha familiari o amici e vive un’esistenza piuttosto grama. Per far ciò decide di andare incontro a qualsiasi conseguenza, evitando ogni possibile compromesso di comodo e affidandosi al giudizio degli altri, senza remore. In questa prospettiva, un evento minimale si trasforma in un film drammatico e avvincente, capace di raccontare in che modo la vita di un uomo viene sconvolta irrimediabilmente nel corso di una notte, mentre si reca in macchina da Birmingham a Londra. “Volevo che fosse una sorta di tragedia ordinaria” ha dichiarato il regista. “Si tratta di un uomo ordinario, a cui capita qualcosa di ordinario. Non è un inseguimento di macchine o un’invasione aliena. Ma per tutti quelli coinvolti rappresenta un’enorme tragedia”. La scelta di porre fuori campo tutti gli altri personaggi costringe lo spettatore a dover fissare ininterrottamente Locke, cogliendone tutte le sfaccettature e sperimentando progressivamente la difficoltà nel definire un giudizio univoco sul suo operato: è un irresponsabile, un coerente, un infedele, un debole, un utopista?

Tom Hardy a Venezia

Tom Hardy al Festival di Venezia per la presentazione di Locke

Il film gioca su questo effetto di rispecchiamento e di moltiplicazione delle prospettive, esattamente come le riprese esaltano il gioco di riflessi sui vetri dell’auto e la dialettica tra il parabrezza, che presuppone un avvicinamento a un futuro, comunque oscuro, e lo specchietto retrovisore, che riflette fari abbaglianti, ma in realtà mette in scena la dimensione più psicoanalitica del personaggio, con la visualizzazione, anche in questo caso solo verbale, del padre del protagonista, cui egli rimprovera di non aver mai curato gli affetti familiari e di essere sempre stato assente nei momenti chiave della sua esistenza, a partire dal giorno della nascita. Il gioco delle apparenti simmetrie narrative che non prevedono però convergenze, ma piuttosto nuove possibili prospettive di sguardo, si verifica anche con l’altra grande metafora del film, ovvero il cantiere e la preparazione della colata da record prevista per il giorno successivo.

A prima vista, la storia della costruzione di un edificio e della distruzione di una vita sembrano procedere parallelamente con una lenta, ma implacabile progressione. Il film analizza il modo in cui un errore, se così lo si può definire, possa portare alla distruzione totale di una vita. Si può leggere l’analogia per cui la biografia umana è vista come se fosse un edificio: paradossalmente la distruzione e la demolizione hanno a che fare con il capocantiere che deve garantire una perfetta colata per costruire delle fondamenta, un uomo preciso e rigoroso che svolge un lavoro solido e concreto.
Tecnicamente, non c’è niente di più solido del cemento e in quanto capocantiere di un sito in costruzione dove vengono costruite le fondamenta di un enorme edificio, Ivan è considerato una persona affidabile. Ma è anche vero che la difficoltà maggiore dell’impegno previsto per la mattinata successiva, che Ivan si prodiga di spiegare a Donal, il suo sostituto, è quella di garantire la fluidità e di evitare la formazione di grumi o intoppi, sia in riferimento alla colata di cemento in sé, sia rispetto all’intera operazione, come testimonia il disperato tentativo, riuscito in extremis, di contattare il funzionario comunale per risolvere la questione dei posti di blocco, in modo da far transitare adeguatamente i camion sul percorso previsto.

Ancora una volta, in questa doppia dimensione che prevede la solidità estrema e la fluidità continua, il film riflette sulle contraddizioni statutarie che strutturano l’esistenza umana. Il viaggio di Locke è un viaggio vero, ma è anche un percorso di formazione che solo in apparenza procede in senso regressivo e distruttivo. Un uomo ha una famiglia, un lavoro e una moglie, e alla fine del suo viaggio, quasi in tempo reale, non gli rimane più niente. E se in realtà quel viaggio notturno fosse la necessaria e straniata fluidità per posare fondamenta più solide, capaci di reggere temi come la colpa e il rimorso, la pietà e l’assunzione delle proprie responsabilità? Forse Ivan Locke ha abbandonato il cantiere di un edifico, ma ha finalmente trovato il coraggio di costruire una propria identità più solida, che non cede ai compromessi ipocriti che caratterizzarono suo padre e ha il coraggio di guardare le persone della sua vita con la certezza di non mentire a nessuno.

patemic@fastwebnet.it

M. Marangi è critico cinematografico

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