Maura Maioli – Un giorno ti ho parlato d’amore

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Maura Maioli
UN GIORNO TI HO PARLATO D’AMORE
pp. 222, € 15,
L’Asino d’Oro, Roma, 2019

di Mara Chemini

Che un viaggio sia sempre alla scoperta di se stessi è noto fin dai tempi di Ulisse e questo romanzo di formazione si colloca perfettamente nel filone delle narrazioni di viaggio, o meglio di viaggi, poiché Calo, il protagonista, si confronta costantemente con altre autorevoli avventure. Moltissimi i riferimenti palesi o celati (di cui il lettore può divertirsi a trovare traccia): all’Odissea e a Hemingway, a McCarthy e anche ad Hansel e Gretel, Jack London, Rilke, Montale (“Ulisse non fa ritorno, il filo si spezza, non s’addipana” si legge verso la conclusione). Calo, voce narrante, con i suoi 22 anni e uno zaino si avventura a piedi lungo l’Adriatica per raggiungere Bologna e prendere un aereo verso il “non-troppo-lontano-west inglese”, più alla ricerca di domande che di risposte. Ha una passione per il genere musicale del bluegrass, si sente un pioniere o un rotolacampo, quei cespugli che devono staccarsi dalle radici e vagare per sopravvivere. Una multiforme varietà di personaggi lo accompagnerà nel viaggio, sorta di traghettatori mitologici, tutti portatori a loro modo di una saggezza confortante. Si comprende come una lettura in chiave esclusivamente realistica del romanzo non funzionerebbe: il lettore deve lasciarsi rapire dalla godibilissima, delicata, a volte ironica, narrazione, affrontarla con gli occhi incantati di un giovane, fino al finale che non può che essere positivo.

Narrare un’avventura in solitaria ai tempi dello smartphone non è facile, ma l’autrice riesce a costruire un protagonista credibile, così differente dai coetanei, gli “amici cretini”, voci che intermezzano il racconto con il loro dialogare rozzo, bel respiro di realtà nella narrazione. “Voci” in senso lessicale, è anche uno dei termini chiave. Calo ama scandagliare il significato delle parole, definisce la sua una “tristezza che non è infelicità”. Cataloga il genere umano: i baristi finiscono spesso nell’ “umanità incerta”. È una parola, un colore (il nome del colore!) che identificherà per lui l’amore e ne ritroverà il filo.

Calo fugge verso il confine ma è alla ricerca di confini, essenzialmente quello da sua madre, di cui teme il dolore oscuro e osmotico e di cui vuole capire le misteriose parole sull’amore. “Parole”, altro punto nodale. La madre gli parla d’amore, lui lo deve esperire e si dà un compito: scrivere il testo di un brano musicale. Come a dire che vivere è scegliere di volta in volta le parole giuste, è “cercare una più bella canzone”, diceva la protagonista di “Educating Rita” (film inglese dell’’83), o, spaziando nel contemporaneo, è cantare la propria canzone triste su una spiaggia dove tutti sembrano felici e indifferenti, dice e mette in scena “Sun&Sea”, performance vincitrice dell’ultima Biennale di Venezia.

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