Björk – Icona della pop-culture

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La madonna della spocchia

di Luca Bianco

dal numero di novembre 2015

Si potrebbe incominciare dalla fine: dalla mostra che, pare tra molte polemiche, si è chiusa al MoMA di New York il 15 giugno di quest’anno. La mostra era dedicata a Björk, la cinquantenne islandese che per comodità definiremo “musicista e cantante”; dico per comodità perché certo non tutti i musicisti e cantanti hanno l’onore di vedersi dedicata una personale in uno dei templi dell’arte contemporanea; e difatti il curatore Klaus Biesenbach, in catalogo, ha dovuto arrampicarsi su specchi di ghiaccio islandese per legittimare l’ingresso al MoMA di quell’icona della pop culture, fino a inquadrarla nella corrente filosofica anti-kantiana della “object-oriented ontology”, qualunque cosa essa sia. Di fatto, al MoMA pare fossero esposti una serie di memorabilia e parafernalia di Björk, dagli abiti di scena ai robot che appaiono in uno dei suoi video, che il visitatore esperiva con l’ausilio di una audioguida dove la musica di Björk veniva inframmezzata da una sorta di biografia poetica della cantante (un resoconto severo ma obiettivo è quello del critico d’arte del “Guardian”).

Cuore dell’esibizione era però l’opera commissionata espressamente dal MoMA, che consisteva – pensate un po’ l’audacia – in un sontuoso videoclip per la canzone Black Lake, tratta dall’ultimo album Vulnicura, la cui uscita, pare, è stata anticipata in modo da coincidere con la mostra. Si tratta di un video girato in una sorta di iper-cinemascope, quello che secondo Fritz Lang andava bene soltanto per filmare i funerali e i serpenti, in cui Björk si esibisce in un inconsueto balletto a metà tra il tai-chi e l’epilessia, immersa tra le nerissime grotte vulcaniche della natia Islanda e, verso la fine, danzando e levitando sulle verdissime pianure dell’isola di fuoco e di ghiaccio. Una telefonatissima metafora visiva di morte e rinascita, in cui la cantante, nel frattempo, canta come solo lei sa fare: la sua voce dispiega intera la gamma che va dal rantolo allo squittio passando per il sospiro, lanciandosi in un’invettiva risentita e dolente contro il suo ex-compagno, l’artista Matthew Barney, egoista, ossessivo e rovinafamiglie.

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Le liaisons tra rockstar e artisti d’avanguardia, almeno dai tempi di John e Yoko, forniscono soprattutto materiale alle pagine di pettegolezzi, e più di rado bella musica o belle opere d’arte; il decennale legame tra Björk e Barney ha dato come frutto nel 2005 il lungo film di quest’ultimo Drawing restraint 9, che come indica il numerale del titolo non è che un tassello di un progetto più ampio, secondo la consuetudine dell’artista statunitense celebre per il ciclo Cremaster. La sua è un’idea di opera d’arte totale che si dispiega in film, installazioni, sculture, disegni, performance e quant’altro. Anche a giudicarlo solo dai cinque film, Cremaster appare come un bell’esempio di narrative art postmoderna, estremamente autoreferenziale ma capace di accensioni visionarie che riportano ai tempi del cinema underground americano, tra Kenneth Anger e i fratelli Kuchar; Drawing restraint è forse più noioso, ma efficace e accorato come atto d’amore e ritratto in progress di un legame sentimentale. Björk vi compare come attrice e ne compone la colonna sonora, fruibile anche come album a sè. L’islandese non era nuova a esperienze di questo tipo: in tanti ricorderanno Dancer in the Dark di Lars von Trier (2000), dove il regista danese trasformava Björk un un’operaia semicieca e assassina suo malgrado per girare una sorta di musical col distorsore. Anche in quel caso, Björk era responsabile delle musiche (l’album corrispondente è Selmasongs), e di una bella performance attoriale; anche in quel caso, i rapporti con il regista non ebbero un lieto fine (e difatti, a quanto sembra, i capitoli su Barney e von Trier brillavano per la loro assenza nella mostra newyorkese; von Trier, dal canto suo, sbeffeggerà gli islandesi nella commedia Il grande capo). Ancora più indietro nel tempo, è una Björk appena ventenne quella che compare (nel ruolo di una tredicenne) in The Juniper Tree, girato in Islanda nel 1986 dall’americana Nietzchka Keene: un film in bianco e nero tratto da una storia dei fratelli Grimm, in odore di stregoneria pagana e pieno di reminiscenze dreyeriano-bergmaniane. Guardando alle esperienze extra-musicali (e abbiamo quasi totalmente tralasciato i videoclip e le copertine dei dischi, dove la nostra esibisce un camaleontismo che surclassa perfino David Bowie) viene da dire che l’eclettismo, il trasformismo, l’eccentricità e il narcisismo di Björk, con tutti i loro pro e i loro contro, la rendono, di fatto, una controparte colta e molto snob di quella che per un certo periodo è stata percepita come la sua diretta rivale (e con la quale ha all’attivo una collaborazione abortita, rintracciabile nel palinsesto della canzone Bedtime stories): Louise Veronica Ciccone, meglio nota come Madonna, terrigna regina delle curve sguaiate e del glamour quanto l’altra è celestiale ipostasi della spocchia esistenziale e della “object-oriented ontology”.

warburg@aliceposta.it

L Bianco è storico dell’arte, iconografo e traduttore

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