Silvana Condemi e François Savatier – Mio caro Neandertal

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La supremazia dei sapiens è tutta da rivedere

recensione di Luca Munaron

dal numero di luglio/agosto 2018

Silvana Condemi e François Savatier
MIO CARO NEANDERTAL
Trecento anni di storia dei nostri fratelli
ed. orig. 2016, trad. dal francese di Susanna Bourlot
pp. 211, € 24
Bollati Boringhieri, Torino 2018
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Silvana Condemi e François Savatier - Mio caro Neandertal Nel lontano agosto del 1856, nella valle renana di Neander a pochi chilometri da Düsseldorf, furono rinvenuti i resti di un antico ominide, simile ma diverso dall’uomo moderno. Era iniziata la vicenda dell’uomo di Neanderthal. Da allora moltissimo si è scritto e dibattuto su Homo Neanderthalensis, che ha abitato Europa e vicino Oriente per circa mezzo milione di anni attraversando diverse glaciazioni, fino alla rapida e misteriosa scomparsa intorno a 35.000 anni fa, quando si imbatte in Homo sapiens. Oggi resta solo quest’ultimo, unico erede del lignaggio di una gran varietà di ominidi che hanno dato origine a ondate migratorie in epoche diverse, si sono distribuiti nei continenti e adattati a varie condizioni ambientali, talvolta convivendo. Dalla comune origine africana, la grande famiglia umana intraprese più volte lunghi viaggi e si differenziò. In fondo, Neandertal è solo uno dei tanti, eppure è il protagonista di decine di articoli pubblicati sulle riviste scientifiche specializzate e nell’ultimo decennio la letteratura si è ulteriormente ampliata trascinando notevoli riflessi mediatici. Perché dunque un tale coinvolgimento degli addetti ai lavori così come del grande pubblico? Nell’estate del 2010 si incontrano i due autori del saggio divulgativo Mio caro Neandertal, il giornalista scientifico François Savatier e l’antropologa Silvana Condemi. Ne emerge l’esigenza di raccontare la storia di una specie che si è intrecciata con quella dell’uomo moderno, la nostra. L’obiettivo che traspare con maggiore evidenza consiste nell’intaccare, se non demolire apertamente, alcuni luoghi comuni che appartengono ad una certa maniera di guardare all’evoluzione biologica. I nostri progenitori sapiens hanno semplicemente invaso il vecchio continente provocando la rapida estinzione degli ominidi del freddo e della loro cultura primitiva e (naturalmente?) inferiore? L’immaginario collettivo assegna spesso un punteggio di flessibilità, intelligenza e organizzazione a ciascuna famiglia di animali in una speciale classifica lineare di valori. In questa metaforica scala, il “superiore” relega all’irrilevanza storica e alla ineluttabile estinzione gli sventurati che, occupando i gradini più bassi, non possiedono strumenti adeguati per competere, cancellandone storia e tradizioni. La stessa sorte sarebbe toccata ai Neandertal con i Sapiens e, molto più recentemente, agli amerindi del nuovo mondo con l’avvento dei conquistadores. Ma come attribuire punteggi univoci all’efficienza funzionale degli animali? E come associare a essi una speranza di sopravvivenza e competitività rispetto ad altri? Gli autori di questo libro perseguono un fine ambizioso: fare i conti con la complessità e la multifattorialità degli eventi storici e della vita. L’esito scomodo di questa logica, sulla scia del pensiero già esposto per esempio da Steven J. Gould (Intelligenza e pregiudizio) e Jared Diamond (Armi, acciao e malattie), è che i punteggi e le classifiche suddette non sono il risultato di un’impresa ardua, ma piuttosto di uno sforzo inutile. Una crescente quantità di evidenze sperimentali confuta infatti la presunta semplicità e arretratezza culturale degli antropofagi, carnivori ed atletici Neandertal. Essi produssero arte e costruirono manufatti di nessuna utilità, la cui futilità è sintomo di pensiero astratto.

Seppellivano i propri morti e forse avevano sviluppato un linguaggio verbale complesso.
Ma una parte consistente del saggio è dedicata a un altro aspetto, ancora più dirompente per la sua valenza generale. Secondo consolidati schemi tradizionali, la storia umana antica è simboleggiata da un albero filogenetico, una vasta genealogia che attraversa il tempo: emissari e rivoli di un grande fiume, ognuno con un proprio percorso, uomini in conflitto con altri nell’eterna lotta per il predominio sul territorio, oppure in equilibrata convivenza, disposti a scambi e contaminazioni culturali. Ciascuno figlio della propria storia. Ebbene, anche questa concezione non regge al confronto con l’osservazione sperimentale. Per mezzo di raffinate tecniche di estrazione del DNA dai resti fossili, è stato recentemente possibile decodificare il genoma nucleare e mitocondriale dei Neandertal. Così oggi sappiamo di essere specie sorelle, che cioè condividono una linea genealogica comune relativamente recente. Inoltre esiste una piccola ma significativa porzione di geni in comune tra i sapiens moderni non africani e i Neandertal.

Questa osservazione suggerisce che le due popolazioni si incrociarono e ibridarono in più regioni geografiche e in diverse epoche storiche. In particolare, probabilmente i maschi sapiens e le femmine Neanderthal generarono prole fertile. Alcuni geni ereditati dai fratelli neanderthaliani, coinvolti nella struttura e funzione di pelle e capelli, potrebbero avere favorito l’adattamento sapiens al contesto climatico europeo. Altri invece producono patologie nell’uomo moderno, contribuendo ad alterazioni scheletriche, metaboliche e comportamentali. Al di là della valenza più immediata che riguarda la nostra ascendenza, un tale modello descrive una vicenda evolutiva che assomiglia più a un intreccio che a un albero: se ciò venisse confermato, significherebbe che specie con progenitori africani comuni, evolute indipendentemente per centinaia di migliaia di anni, si sarebbero incrociate generando un re-innesto nel grande albero comune. Tecnicamente il Neandertal non si sarebbe così estinto del tutto, ma avrebbe lasciato una piccola ma significativa traccia nei sapiens non africani.

Resta tuttavia il grande mistero della sua rapidissima scomparsa che coincise con l’occupazione europea dei sapiens. Semplice coincidenza o relazione causa-effetto? Le possibilità sono molteplici e vari i fattori che hanno promosso l’esito finale: la trasmissione di malattie infettive, come nel caso degli amerindi decimati dall’invasione di pochi conquistadores, portatori sani di patologie devastanti, la impressionante espansione demografica del sapiens contro la scarsa numerosità e dispersione geografica dei Neandertal; ma potrebbero anche avere giocato un ruolo chiave la flessibilità culturale dei primi contro l’atteggiamento più conservatore dei secondi. Infine, così come il cavallo decretò la supremazia delle società del vecchio mondo sul nuovo, Homo sapiens potrebbe aver goduto della domesticazione del lupo, prezioso partner per la caccia. In ogni caso, la prorompente esplosione sapiens avrebbe infine prevalso.
Tante questioni restano irrisolte e gli autori espongono indizi, suggerimenti e sospetti secondo il registro narrativo del giallo poliziesco, con i ricercatori nei panni di investigatori forse smarriti e disorientati, ma anche capaci di connessioni rivelatrici e straordinarie, di tanto in tanto.

luca.munaron@unito.it

L Munaron insegna fisiologia all’Università di Torino

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