Quinto Antonelli – Cento anni di Grande guerra

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La nazionalizzazione del cattolicesimo italiano

recensione di Claudio Natoli

dal numero di giugno 2018

Quinto Antonelli
CENTO ANNI DI GRANDE GUERRA
Cerimonie, monumenti, memorie e contromemorie
pp. XVIII-454, € 34
Donzelli, Roma 2018
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Quinto Antonelli - Cento anni di Grande guerraIl volume analizza la costruzione della memoria della Grande guerra dal punto di vista dei suoi principali promotori, e cioè non tanto gli storici, bensì i soggetti politico-istituzionali, le associazioni combattentistiche, i giornalisti, gli architetti, i parroci, i maestri di scuola, i libri di testo, gli scrittori per l’infanzia, ma anche i monumenti, i riti e le commemorazioni ufficiali. Si tratta di una memoria costruita dall’alto, all’insegna di una “celebrazione sacrale”, a cui hanno contribuito soggetti diversi ma che, con sorprendenti continuità, è stata diffusa dapprima dalla propaganda, dalla comunicazione di massa e dall’azione pedagogica nel corso del conflitto, in seguito dalle commemorazioni della vittoria, dal tramonto dell’Italia liberale e infine, in una costante “eroicizzazione”, dall’Italia fascista. È qui ravvisabile una contiguità tra i motivi già presenti nelle motivazioni dell’intervento e poi nella gestione della guerra da parte delle élites liberal-conservatrici o nazionaliste e la successiva “sacralizzazione” da parte del regime fascista: e cioè la guerra come evento rigeneratore della nazione, con il superamento delle divisioni tra le classi in una comunità pacificata e gerarchicamente strutturata, l’esercito come entità coesa, votata alla religione della patria e fondata sullo spirito di sacrificio e sul dovere di obbedienza dei ceti popolari, la conquista dei “sacri confini” e la santificazione dei martiri dell’idea, i miti del fante contadino e dell’alpino montanaro, la trasfigurazione della morte seriale di massa.

Giustamente l’autore sottolinea il ruolo di tutto rilievo svolto da autorevoli ambienti del mondo cattolico, che non solo predicarono il dovere dell’obbedienza come virtù cristiana, ma celebrarono anche il sorgere, dai campi di battaglia, di “un’Italia politicamente forte, socialmente compatta, moralmente pura, religiosamente serena”, rivendicando i “sacri confini” e celebrando la guerra come “giusta e benedetta da Dio”. Cosicché, se mancò l’auspicata “nazionalizzazione” delle classi popolari, la guerra fu un potente fattore di “nazionalizzazione” del cattolicesimo italiano, i cui esiti sarebbero confluiti nella triade Dio-patria-famiglia del clerico-fascismo.
Per parte sua il regime fascista riprenderà e rielaborerà questi motivi, presentandosi come l’erede dell’esperienza della guerra, come il protagonista dell’annientamento dei “nemici interni” della nazione e della rigenerazione d’Italia come grande potenza imperiale, facendo della guerra parte integrante della propria religione politica. Riemergevano qui alcuni tratti tipici del nazionalismo italiano, ma essi venivano declinati all’insegna dell’esaltazione della guerra come valore in sé, in un intreccio tra vitalismo e celebrazione della “bella morte”, compresa la sua monumentalizzazione (dal Monumento alla Vittoria di Bolzano al sacrario di Redipuglia). A ciò corrisposero programmi invasivi di pedagogia collettiva rivolti alle nuove generazioni (parchi della rimembranza, culto dei caduti nelle scuole, pellegrinaggi sui siti di guerra, libri di testo e libri per bambini, raccolte di canzoni opportunamente sterilizzate). L’altra faccia di questa realtà era un modello di società gerarchizzata, irreggimentata, militarizzata, anche se governata attraverso rituali plebiscitari.

Oggetto di attenta riflessione di Quinto Antonelli sono anche gli elementi di continuità del mito anche dopo la caduta del regime. Nelle celebrazioni del 4 novembre, ribattezzato nell’Italia repubblicana giorno dell’unità nazionale e delle forze armate, venne bensì a cadere la retorica nazionalista e bellicista, ma si accreditò una memoria gravemente mutilata in termini di quarta guerra d’indipendenza, in un rapporto diretto con le tradizioni risorgimentali: tale scenario rimuoveva le pretese espansionistiche della politica estera italiana, il carattere minoritario e imposto dell’intervento, la spaccatura del paese e l’estraneità e l’opposizione delle classi popolari, i caratteri della gestione dell’esercito e del fronte interno, i nessi che legavano l’esperienza della guerra alla crisi finale dello stato liberale e all’avvento al potere del fascismo. Né mancarono omissioni e reticenze anche nel campo della sinistre, nel quadro della visione della Resistenza come “secondo risorgimento” e come lotta di liberazione nazionale del popolo italiano contro il “nemico di sempre”. Cosicché la contro-memoria sviluppata dal partito socialista e soffocata dal fascismo non trovò canali di espressione per almeno un quindicennio (un’altra cartina di tornasole sono i libri di testo per le scuole) e poté riemergere nei canali non ufficiali della “storia dal basso” e delle culture popolari soltanto nel nuovo clima degli anni sessanta, dando avvio un profondo rinnovamento degli studi.
Nelle conclusioni ci si interroga in quale misura i nuovi elementi di conoscenza (ad esempio il ricchissimo filone delle scritture popolari) abbiano influito nel formare una più consapevole “memoria collettiva”, o se non stiamo assistendo negli ultimi anni a una rinnovata scissione tra politica e cultura, tra ricerca scientifica e comunicazione di massa.

natoli@unica.it

C Natoli insegna storia contemporanea all’Università di Cagliari

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