Olivier Wieviorka – Storia della Resistenza nell’Europa occidentale

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Il sostegno all’armata delle ombre: una prospettiva londinese

recensione di Santo Peli

dal numero di luglio-agosto 2018

Olivier Wieviorka
STORIA DELLA RESISTENZA NELL’EUROPA OCCIDENTALE
1940-1945
ed. orig. 2017, trad. dal francese di Duccio Sacchi
pp. XIV-464, € 35
Einaudi, Torino 2018
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Olivier Wievorka - Storia della Resistenza nell'Europa occidentaleL’ultima corposa fatica dello storico francese Olivier Wieviorka si presenta come “una prima storia transnazionale della Resistenza”. La definizione di “prima storia” potrebbe sembrare ingenerosa verso numerosi lavori dal titolo abbastanza simile, dal classico La guerre de l’Ombre. La Résistance en Europe di Henri Michel (Grasset, 1970), fino al più recente European Resistance in the Second World War curato da Philip Cooke e Ben H. Shepherd (Pen & Sword, 2013). In realtà, non tragga in inganno il titolo, l’autore dichiara con chiarezza, fin dal Preludio, di essere “lungi dal pretendere di ricostruire una storia completa della Resistenza”, avendo in realtà messo al centro della sua indagine le complesse interazioni tra “il sostegno, se non l’inquadramento, degli angloamericani” ai movimenti di Resistenza, e la “storia dei soldati dell’ombra”, finalmente inserita “nella cornice più vasta della grande strategia alleata”. In questo senso siamo davvero in presenza di una “prima storia”, basata su una documentazione archivistica di prima mano, soprattutto inglese, che in 21 capitoli, più prologo ed epilogo, affronta in modo assai dettagliato le varie fasi e i mutamenti dei complessi rapporti tra le strategie militari – prima solamente inglesi e, dal 1942, anche statunitensi – e i movimenti di resistenza nell’Europa occidentale, occupata con irrisoria facilità dalle truppe tedesche nella prima fase della seconda guerra mondiale.
Come ha notato Philip Cooke, Wieviorka opera un rovesciamento rispetto alle opere fin qui dedicate alla Resistenza europea, “dal bottom up al top down”, spostando cioè il fuoco del discorso dai resistenti europei, dal loro vissuto, e dalle loro varie motivazioni e aspettative, alle strategie e agli strumenti messi in campo dagli angloamericani per suscitare “la guerra sovversiva” nell’Europa occupata. È dunque da una prospettiva soprattutto londinese che si valutano e si decidono le strategie atte a sostenere finanziariamente e militarmente “la guerra dell’ombra”. Il principale strumento di queste strategie è, notoriamente, lo Special Operations Executive (Soe), della cui travagliata genesi e alterne vicende l’autore traccia un quadro estremamente dettagliato, mentre cenni più sbrigativi sono riservati alla omologa struttura americana, l’Office of Strategic Services (Oss), che entra in scena, con molta improvvisazione, solamente a partire dal 1942. A Londra, inoltre, si trovano i governi in esilio del Belgio, dei Paesi Bassi, e il re di Norvegia Haakon VII: i complicati e spesso conflittuali rapporti tra autorità in esilio, movimenti di resistenza interni, governo inglese, Soe, e le modificazioni di questi complicati rapporti al variare del quadro complessivo della guerra, sono tra le pagine più dense, a volte anche faticose; ma sono anche pagine decisive nell’operazione di smontaggio di una tradizionale “visione idilliaca”, quella di una Resistenza europea “nata sotto gli auspici dell’intesa più che del conflitto, dell’amicizia più che della rivalità, del rispetto più che dell’ostilità”. Frenare movimenti spontaneamente sorti e fuori controllo, o viceversa, in tempi diversi, stimolare sabotaggi cui le popolazioni dei paesi occupati sono poco propense, è una delle altalenanti questioni che segnano i rapporti tra resistenze nazionali, che guardano prevalentemente a interessi locali, e direttive degli Alleati che privilegiano un più generale interesse strategico. Uno tra i molteplici esempi forniti dall’autore è la decisione di Londra di bombardare i cantieri navali Burmeister & Wain di Copenaghen il 27 gennaio 1943 per “ricordare ai lavoratori danesi che la loro produzione rivestiva un carattere militare e avvantaggiava i tedeschi (…) e che lo sviluppo di un’attività autoctona di sabotaggio avrebbe protetto da ulteriori bombardamenti”; in questo caso, insomma, “occorreva una triste scelta, tra il sabotaggio e le bombe”; in altre occasioni invece, anche nel contesto delle resistenze scandinave, sarà Londra a frenare slanci insurrezionali giudicati intempestivi.

Gli uomini del Soe

Tra queste tensioni e contraddizioni, che condizionano profondamente anche le concrete strategie di aiuto e di guida che il Soe cerca di realizzare nell’Europa occupata, si agita, con implacabile determinazione, anche il più illustre degli esuli anti-nazisti, Charles De Gaulle, impegnato a lungo in un braccio di ferro con il governo inglese, disposto a riconoscergli il ruolo di capo di tutti i francesi liberi decisi a continuare la lotta, ma nello stesso tempo titubante davanti alla prospettiva di rompere con Vichy. Dalla perdurante diffidenza inglese, dipese, tra l’altro, l’“affare Carte”, cioè il pieno e costoso sostegno fornito dal Soe a un’organizzazione francese creata fin dal 1940 da André Girard, pittore e pubblicitario, portatore di un progetto di resistenza apolitica, decisamente anti-gaullista e anticomunista. Alla sua organizzazione, Carte, giunta a fine agosto 1942 a contare 3000 soi-disants agenti, 300 dei quali remunerati, dotata anche di una potente stazione radiofonica, Radio-Patrie, il Soe spedì, tra l’agosto del 1942 e il 1943, 108 tonnellate di armi, e un milione di franchi al mese. Quando, dal febbraio 1943, lo stesso Soe, fin lì “accecato dal suo anti-gaullismo”, fu costretto a prendere atto, che in realtà “la rete Carte era solo un’organizzazione modestissima”, bloccò ogni aiuto e trattenne in Inghilterra il patron-millantatore Girard. Attraverso una considerevole mole di documenti, da cui trae molte ed estese citazioni, Wieviorka ci permette di entrare nel vivo della vita del Soe tanto a Londra, negli intricati conflitti di competenza con il Foreign Office e con lo stato maggiore, quanto sul campo direttamente operativo. È qui, a mio giudizio, che troviamo le pagine più vivide, quando protagonisti della narrazione diventano gli uomini del Soe in carne e ossa, “gli oscuri manovali della gloria” e le concrete difficoltà, i rischi e le perdite connesse alle missioni sul campo; soprattutto quelli destinati al “grande salto”, cioè a essere paracadutati dopo un breve addestramento, riforniti di “una pastiglia L di cianuro per suicidarsi, sei pastiglie B di benzedrina per restare svegli e sei pastiglie K di sonnifero”. Di ritorno dalle missioni, “molti agenti sembrano mostrare un certo scompiglio emotivo, che può essere normale o di tipo patologico”. Per alcuni, eccezionalmente dotati di coraggio e spregiudicatezza, si trattò di una magnifica avventura, come i quattro agenti che dopo aver fatto saltare con la dinamite una centrale in Francia, passati in Spagna, “riuscirono a spendere un quarto di milione di franchi in un paio di mesi, lasciandosi dietro una scia di vetri, se non di cuori infranti”; ma “altri si distinsero magnificamente nel servizio della nazione per finire i loro giorni nel crepuscolo della follia. Altri ancora non fecero mai ritorno”.

Sono pagine che fanno toccare con mano anche i limiti materiali che le scelte operative del Soe dovevano scontare, visto che “il sostegno all’armata delle ombre non poteva essere massiccio, ma solo occasionale”, dato che la Raf (Royal Air Force), impegnata prioritariamente nei bombardamenti, “riservò un ben misero sforzo alla guerra sovversiva”. Si aggiunga che durante l’intero conflitto un terzo delle missioni aeree di supporto alle resistenze fallì per cause varie (assenza dei gruppi di recupero, errori di navigazione, avarie meccaniche, azioni della contraerea e dei caccia nemici); per l’Italia, i fallimenti toccarono la cifra record del 50 per cento. È questa una delle molte questioni affrontate nel lavoro di Wieviorka, che fornisce un utile contributo a liberarsi – se ancora ce ne fosse bisogno – di una rappresentazione della Resistenza come di un processo autoctono; ciò non di meno, in particolare per quanto riguarda la situazione italiana, una più accurata analisi delle radici lunghe dell’antifascismo e delle peculiarità di una guerra partigiana – divenuta ben prima di un significativo aiuto da parte degli Alleati, la più importante tra quelle oggetto di questa ricerca – sarebbe stata forse auspicabile.

santo.peli@unipd.it

S Peli ha insegnato storia contemporanea all’Università di Padova

L’Italia? Un caso di scuola: sul numero di luglio/agosto 2018 Santina Mobiglia intervista Olivier Wieviorka.

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