Svetlana Aleksievič – Tempo di seconda mano

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Vite offese nel tempo dell’usato

                                                                                                                   recensione di Maria Ferretti

dal numero di dicembre 2014

Svetlana Aleksievič
TEMPO DI SECONDA MANO
La vita in Russia dopo il crollo del Comunismo
ed. orig. 2013, trad. dal russo di Nadia Cicognini e Sergio Rapetti
pp. 777, € 24
Bompiani, Milano 2014

Per chi vuole capire cos’è successo in Russia nei vent’anni trascorsi dal naufragio dell’Urss, il libro di Svetlana Aleksievič è prezioso. Scavando con delicatezza nelle pieghe della sofferenza, attraverso il racconto corale di uomini e donne comuni, l’autrice fa toccare con mano il trauma provocato dalla violenza sociale della “terapia di shock”, la riforma economica con cui il presidente russo Boris El’cin, dopo aver buttato nella pattumiera della storia l’Unione sovietica, aveva promesso di traghettare il paese dalla miseria del comunismo al benessere e alla democrazia, grazie alle virtù taumaturgiche del libero mercato.

Non è, intendiamoci, un saggio di sociologia. Le voci raccolte da Aleksievič non pretendono di rappresentare la società intera. Ma sono tanto più interessanti perché sono le voci di quell’intelligencija diffusa (medici, insegnanti, ricercatori, ingegneri, specialisti) che aveva accolto con entusiasmo la volontà di cambiamento di Gorbačev per sostenere poi con altrettanto entusiasmo El’cin, ammaliata da un sogno che, nelle parole del presidente, sembrava così a portata di mano. Sono le voci di chi voleva una Russia democratica. Ma il risveglio è stato brutale. Anelavano alla libertà e a un mondo più giusto, immaginato coi tratti vaghi di un socialismo dal volto umano o, al massimo di un “capitalismo col sorriso”. E hanno ricevuto il capitalismo selvaggio (“la Colombia, non l’America o la Germania”), che ha travolto le loro fragili esistenze, rendendoli uomini superflui, stranieri d’un tratto in quello che era stato il loro paese. Ai giorni dell’euforia e della speranza, sono seguiti i giorni amari del disincanto.

Sono dolenti vite offese, quelle a cui dà voce Aleksievič. Raccontano la devastazione provocata dall’irruzione del mercato senza alcun ammortizzatore sociale, con stipendi, pensioni e risparmi di una vita ridotti in polvere da un giorno all’altro, e, spesso e volentieri, con la perdita del lavoro, che sbriciola quel che restava di un’identità. I negozi si riempiono di ogni bendidio, ma pochi possono comprarli; gli altri si accontentano di guardare, come la vecchia maestrina che, dopo aver scrutato il portamonete, esce dal supermercato nuovo di zecca con due uova e un pezzetto di würstel. Tutto si paga, medicina di base compresa. Chi può, mette da parte lauree e diplomi e si adatta ai lavori più umili per dar qualcosa da mangiare ai figli: si trasformano in muratori, manovali, scaricatori, lavapiatti e, le donne, in cameriere, commesse o domestiche nelle case ricche dei “nuovi russi”, sensibili, per questi compiti, ai titoli di studio. Per sopravvivere, si vendono i pochi oggetti di valore di casa. La Russia si trasforma in un suq gigantesco, in cui file infinite di uomini e donne, stretti gli uni contro gli altri, offrono con gli occhi bassi le loro povere merci – chi uno scialle, chi una tovaglia, chi un pezzo d’un servizio di porcellana o qualche posata d’argento.

L’altro ricordo che brucia è la beffa della privatizzazione, con i vouchers dell’azionariato popolare senza valore, scambiati per comprare il pane, e l’accaparramento, da parte di filibustieri senza scrupoli, dell’enorme torta della proprietà collettiva, costruita col sangue e il sudore di tutto il paese: un tema che torna come una litania nelle biografie familiari narrate. Ci sono stati in ogni famiglia schiavi del Gulag e contadini asserviti da Stalin alla terra e, dopo la morte del dittatore, emigrati partiti a lavorare nei cantieri del socialismo nelle regioni più inospitali del paese, pronti a vivere nelle baracche nutrendosi come capitava per racimolare qualche soldo in più. Col crollo dell’Urss, una società intera che, dopo esser stata triturata dalle tragedie del XX secolo (guerra compresa), era arrivata infine a una certa tranquillità, ha perso tutto: è stata ancora una volta beffata dalla storia.

Anni dell’umiliazione, gli anni Novanta sono anche gli anni in cui trionfano l’arbitrio, la corruzione, la malavita, che taglieggia e ricatta la popolazione. Una storia sola. Ljudmila Malikova ha allora 47 anni. Lavora in un istituto di geofisica; vive con la figlia (è lei che racconta) e la vecchia madre. Perde il lavoro, resta disoccupata. Vivono poveramente con la pensione della nonna, mangiando solo pasta scondita. Quando la vecchietta muore, il medico rifiuta di portarla all’obitorio: bisogna pagare e loro non hanno soldi. Parenti e amici sono nella stessa situazione. Nessuno può soccorrerle. Il cadavere resta in casa per una settimana; poi bussano alla porta degli sconosciuti, che offrono aiuto per i funerali. La vecchia solidarietà? Manco per sogno. Hanno messo gli occhi sull’appartamento, di cui riescono ad appropriarsi, deportando con l’inganno madre e figlia in campagna, dove lavorano come schiave per sopravvivere, finché non riescono a scappare. Nullatenenti, a Mosca vivono come randagie, dormendo negli androni e nei sottoscala; si vanno a lavare alla stazione a piedi, perché i mezzi son troppo cari, e rovistano fra i rifiuti per mangiare. Ljudmila, disperata, si butterà sotto un treno, come Anna Karenina, lei che amava così tanto la letteratura. La figlia, con la vita spezzata, riuscirà a sopravvivere.

L’altro tema forte delle storie raccolte da Aleksievič è l’esplodere, brutale e repentino, della violenza etnica nelle periferie. Sono testimonianze terribili, che raccontano come la consuetudine di pacifica convivenza e le relazioni, se non di amicizia, di buon vicinato, intessute negli anni con scambi di piccoli favori e di festività celebrate assieme, con la condivisione del quotidiano siano d’un tratto squarciate da un odio selvaggio e primitivo. Col dissolversi dell’Urss, i russi si scoprono russi, georgiani i georgiani, gli abchazy e via dicendo, come se, nello smarrimento provocato dalla perdita di una comune identità, si attivasse un riflesso identitario impazzito, che porta ad aggrapparsi all’appartenenza più elementare, quella etnica, basata sul richiamo ancestrale del sangue. Scoppia all’improvviso la violenza arcaica e selvaggia del massacro, con i suoi macabri rituali di morte: teste mozzate, corpi sfregiati e fatti a pezzi, donne stuprate, ragazze costrette a danzare nude fra le urla degli aggressori, case date alle fiamme e saccheggiate. Cambia tutto d’un tratto: i vicini di ieri si trasformano in sciacalli che saccheggiano le case in cui bevevano il tè. Non ci sono più le persone, ma soltanto l’appartenenza all’etnia: l’altro è il nemico da sterminare.

Col disincanto, riaffiora il rimpianto nostalgico per quell’Atlantide scomparsa che era l’Urss. Nostalgia non del regime, che ben pochi amavano. Ma di quei valori umanistici del socialismo (il rispetto per la dignità dell’uomo, la solidarietà nei confronti dei deboli, l’amore per la cultura, l’amicizia) che sono incompatibili con il vecchio adagio dell’homo homini lupus, il cinismo e il culto del dio danaro del mercato selvaggio. Perdita di valori, perdita di identità, sentimento doloroso di appartenere a un mondo sprofondato nel nulla, a un paese che non c’è più, e di essere stati ingannati: è da qui, e dal discredito dei liberali che, incuranti degli esiti della macelleria sociale, hanno messo in atto la terapia di shock, che nascono il mutismo e l’apatia di cui si nutre il regime di Putin. Disorientata, la Russia si ripiega su se stessa. Chissà se la giovane generazione, che con sconcerto dei padri riscopre le virtù del socialismo e rispolvera Marx, riuscirà a cambiare le cose.

mariaferretti@libero.it

M Ferretti insegna storia contemporanea all’Università della Tuscia

La folla degli uomini superflui: anche Filippo La Porta ha commentato Tempo di seconda mano sul numero di dicembre 2014

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