Christian Uva – Il sistema Pixar

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Siamo sempre dalle parti della Silicon Valley


recensione di Federico Paolini

dal numero di Settembre 2017

Christian Uva
IL SISTEMA PIXAR
pp. 189, € 13
Il Mulino, Bologna 2017

Christian Uva - Il sistema PixarIl libro di Christian Uva non è il primo dedicato ai Pixar Animation Studios: è stato preceduto da Pixar, Inc. La Disney del 2000, di Gianluca Aicardi (Tunué, 2006); Creatività al potere. Da Hollywood alla Pixar, passando per l’Italia, di Armando Fumagalli (Lindau, 2013); Pixar Story. Passione per il futuro tra arte e tecnologia di Pietro Grandi (Hoepli, 2014). È il primo, però, ad uscire per un editore che si fregia della celebrata “fascia A” dell’Anvur (l’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario) e questo ha alimentato un’attesa che, va detto, è stata ripagata solo in parte. Chi si aspettava una storia sociale delle interazioni tra l’animazione in computer grafica e le dinamiche sociali, culturali, economiche e politiche degli ultimi venticinque anni (il primo successo della Pixar – Toy story. Il mondo dei giocattoli – è del 1995, anno che coincide con il declino dell’ultimo sussulto novecentesco della cultura alternativa, quel movimento grunge esauritosi in occasione delle proteste che accompagnarono – nel 1999, l’anno di uscita di Toy story 2 – la conferenza dell’Organizzazione mondiale del commercio svoltasi a Seattle), molto probabilmente è rimasto deluso.
Il libro di Uva, ad esempio, non indaga su quale sia stato il ruolo della più influente casa di produzione cinematografica nell’affermazione, direbbe Christian Salmon, dello storytelling della società 2.0 (già aggiornata a 4.0) che oggi pervade il mondo della produzione, dell’informazione, dell’intrattenimento e influenza fortemente le istituzioni politiche (la Pixar, pur nata come divisione della Lucasfilm di George Lucas, nel discorso pubblico è sempre accostata al nome di Steve Jobs i cui prodotti tecnologici, in Italia, sono diventati gli oggetti-segno della retorica di un recente presidente del consiglio) e culturali (ormai l’oratoria dei rettori lega il futuro di qualsiasi disciplina universitaria, anche la più classica delle classiche, alla smart industry 4.0). Uva, inoltre, non dialoga con quella letteratura (si pensi, ad esempio, a Homo videns di Giovanni Sartori) che vede nel “primato dell’immagine” una causa del progressivo indebolimento delle democrazie rappresentative.

American Dream

Il sistema Pixar, quindi, si limita a indagare gli stilemi della narrazione cinematografica dello studio californiano. Così apprendiamo che dietro i mirabolanti personaggi in computer grafica si cela un impasto ideologico molto meno innovativo delle soluzioni grafiche apprezzate in tutto il mondo: un’amalgama i cui ingredienti sono il sogno americano, la rivisitazione dei miti della frontiera, l’energia liberatrice della tecnologia, il produttivismo iper-capitalistico della Silicon Valley, il politicamente corretto (l’attenzione ad alcuni aspetti dell’ecologia, al rispetto delle diversità), un moralismo dalle tendenze non limpidamente progressiste. Insomma, se negli anni della golden age Topolino, Pippo, Paperino, Biancaneve gli Aristogatti erano funzionali alle politiche dell’”impero irresistibile”, oggi Woody, Buzz Lightyear, Nemo, Mike Wazowski, Saetta McQueen e Carl Attrezzi sembrano programmati per introdurre i bambini e gli adolescenti del XXI secolo all’ideologia del capitalismo tecnologico i cui capisaldi non sono neppure troppo celati fra le righe dei copioni.

Al di là della radicalità delle soluzioni tecnologiche proposte – sempre più suggestive, va detto – i lungometraggi della Pixar appaiono come il prodotto culturale più riconoscibile della società globalizzata, lontani anche da alcuni film di animazione prodotti dalla concorrente Dreamworks che, ad esempio in Shrek (2001), sovverte lo schema di Propp mettendo alla berlina i canoni dell’animazione tradizionale (a cominciare dall’impiego di una colonna sonora alt-rock, decisamente per adulti): laddove la Biancaneve disneyana cinguetta mellifluamente con le creature del bosco, in Shrek la principessa Fiona sfida canoramente un malcapitato uccellino fino a farlo scoppiare per poi non esitare a servire come colazione le uova del suo nido.

I personaggi della Pixar non sembrano possedere questa carica demistificatoria anche se Uva dà credito al concetto di “Pixarvolt” (da Pixar + Revolt), “un orizzonte in cui cioè si attuano fenomeni di sconvolgimento e ribaltamento di un equilibrio, con un chiaro effetto dirompente nei confronti di un determinato status quo, provocati da qualcuno o qualcosa che a un certo punto decide di mettersi letteralmente di traverso”. In questo modo, secondo l’autore, gli “esseri non umani, più e meglio degli umani stessi, impongono con le proprie azioni ‘anarchiche’ e con i propri comportamenti ‘fuori norma’ un ripensamento dei modi tradizionali di intendere la società e il mondo”.
La sensazione, però, è che la ribellione e l’anarchismo dei protagonisti della filmografia Pixar riconducano – con un guizzo gattopardesco che utilizza la forza creativa della tecnologia per rivoluzionare tutto, ma senza mettere mai in discussione le dinamiche dei poteri che governano le nostre società – sempre dalle parti della Silicon Valley, la culla dell’impero irresistibile 4.0.

federico.paolini@unicampania.it

F Paolini insegna storia globale del mondo contemporaneo all’Università della Campania

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