Quello che sei non è chi sei. Intervista a Kevin Brooks

Intervista a Kevin Brooks di Sofia Gallo

Il Salone del libro non è solo a maggio: il Salone dura tutto l’anno, con molte attività (di cui la più nota è forse “Adotta uno scrittore”) nelle scuole, con i ragazzi e le ragazze. Nell’ambito degli incontri del Salone 365, il 6 novembre scorso, per esempio, si è tenuto nell’aula magna del Liceo D’Azeglio di Torino un incontro con Kevin Brooks, idolo dei giovani lettori, premio Mare di libri con L’estate del coniglio nero e Carnegie Medal con Bunker Diary, un film su Netflix tratto da I-Boy. Al termine dell’incontro è stato intervistato dai ragazzi del Gruppo di Lettura del Bookstock, e nella stessa occasione è stata fatta anche questa intervista.

Lei viene considerato il maestro del no happy end, dello young adult estremo. Io la vedo anche come il maestro del finale aperto, dell’“ora tocca a voi” lasciato in mano al lettore. Condivide?

Io non mi preoccupo di definire il finale, aperto, chiuso, distopico, ma so che il finale è importante e a me, come lettore, non piace quando alla fine di un libro vengono tirate tutte le fila della storia. In ogni caso, fin dall’inizio so a quale finale tendere, mentre ho meno chiara la strada per arrivarci. Per Bad Castro, ad esempio, avevo due alternative e ho scelto la fine positiva con il punto di incontro tra i due protagonisti. Bunker Diary, invece, ha un finale duro, ma la storia è esattamente quella che volevo scrivere e quindi mi sono rifiutato di cambiarlo, nonostante le insistenze degli editori.

Leggendola viene la curiosità di sapere cosa c’è di autobiografico nei suoi libri. Lei che tipo di giovane è stato?

Sono stato un ragazzo che andava bene a scuola fino all’età di quindici anni, tanto da guadagnare una borsa di studio per una delle migliori Grammar School della zona. I miei amici la consideravano posh e mi hanno isolato e a scuola ero emarginato perché non ero né ricco né snob, dunque mi sentivo fuori posto ovunque. Verso i sedici anni è arrivata a salvarmi la musica: con la chitarra elettrica facevo scintille e in breve divenni famoso sulla scena del punk rock locale, a Exeter, dove vivevo. Maggiore autostima, profitto scolastico azzerato e super conflitti con un padre ambizioso e deluso.

Nei miei libri ci sono solo piccoli stralci della mia vita. In genere credo che si possa benissimo raccontare qualcosa che non si è sperimentato in prima persona. Per esempio per Bad Castro l’editore inglese mi ha chiesto di calarmi tra le gang del South London, ma io non l’ho fatto, ho preferito informarmi, studiare le regole dell’ndrangheta… e poi ho immaginato. Una buona storia non è necessariamente una trasposizione della realtà; in più io non ho l’obiettivo di raccontare la società per evidenziare una problematica sociale, la racconto per quello che vedo.

La società nei suoi libri è sempre simile: quartieri periferici, degrado, spaccio, solitudine, povertà… e i pochi ricchi sono abbastanza alienati. Una scelta precisa?

Non ho nulla contro la ricchezza, ma venire da un mondo agiato cambia la prospettiva con cui si affrontano le difficoltà. Generalmente avendo molte risorse economiche risulta più semplice trovare soluzioni ai problemi, però può accadere che il lusso e i privilegi frenino la spinta positiva fino a trascinare nel baratro della disperazione e dell’autodistruzione. Tuttavia questa questione non è al centro delle mie indagini. I miei personaggi sono così perché sono funzionali alla storia che voglio raccontare.

Ho anche notato che nelle sue storie i ragazzi hanno menti più speculative, più acute, delle ragazze. È questione di identificazione col genere maschile? Ha più lettori maschi?

Oh, no, le lettrici sono di più, almeno nel Regno Unito dove la lettura non è considerata cool: le ragazze si liberano più facilmente da certi schemi e riescono a trarre piacere dalla lettura. In effetti nei miei libri ci sono poche figure femminili forti (una per tutte Caitlin, la protagonista in Lucas). Sono più a mio agio coi personaggi maschili. Ne conosco le contraddizioni e i conflitti, anche il loro essere dei veri ‘porci’, a volte disgustosi. Quando ‘ero’ Caitlin ho cercato di avere una voce credibile e ho poi avuto un buon feedback. Altrove le mie ragazze sono più quiete e silenziose, il che potrebbe essere giudicato uno stereotipo, ma il genere non è una cosa che mi interessi particolarmente. Io racconto di emozioni primordiali che si rifanno a pulsioni universali, non mi importa il genere e neppure il censo.

Quali?

Amore, violenza, aggressività, disperazione, paura, odio…

Lei, da adulto, vive in modo diverso la paura?

La paura è il motore di tutte le emozioni. È la più forte, vince su tutte. Io la conosco bene, perché da giovane ne ero schiavo, avevo paura di essere emarginato, picchiato, ucciso. Quella paura non è mai scomparsa, ma con gli anni è cambiata la capacità di prevenirla, sedarla, prima che mi getti nel panico… La paura è una cosa importante e sensata, ma quando è troppa diventa limitante e punitiva. Vivere sempre sul chi va là è un’esperienza che ho molto analizzato perché mi piace scrivere delle emozioni più potenti.

In Bunker Diary la paura la fa da padrone. Qual è l’intenzione autorale e perché quel campionario di personaggi?

I personaggi del libro, che molti considerano il mio migliore, non sono esemplificativi di qualcosa. Sono partito da Linus, la bambina e Fred (l’unico che si rifà a una persona reale), poi gli altri si sono aggiunti in modo funzionale a esacerbare le frizioni nel gruppo. Il romanzo è fluito così. Nella sua tensione surreale. Da molti è stata giudicata una storia senza speranza, inadatta ai ragazzi. Io non sono d’accordo. Intanto il rapporto tra Linus e la bimba è molto positivo, e poi trovo sbagliato pensare che un giovane lettore tragga le proprie speranze dalla lettura di un romanzo. Se vuoi raccontare una cosa la devi raccontare nella sua verità e in Bunker Diary la verità è quella rete di relazioni che si tesse e si ingarbuglia man mano che procede la vicenda. Non c’è niente di finto o di allegorico.

Lei più volte dice che c’è uno spartiacque sottile tra l’essere nella legge e l’essere fuori dalla legge e dipende dai punti di vista. Cosa significa?

Io sono affascinato dalla dinamica tra buoni e cattivi, per cui chi sta all’interno di un insieme di regole considerate legali è buono, chi sta all’esterno è cattivo. Le leggi sono un costrutto sociale che cambia nel tempo e nello spazio: una stessa cosa è legge per uno Stato e per un altro no, e uno può essere giudicato e punito diversamente per motivi all’apparenza futili, ovvero a seconda di dove sei nato o in che periodo storico sei vissuto. A me interessa esplorare chi sta al di fuori del perimetro della legge, si crea un set etico differente e sente la necessità di farsi giustizia da solo, perché le regole dello Stato non collimano con la sua moralità. Con Bad Castro ho studiato le modalità della criminalità organizzata in Italia, cui si rifanno molte gang. La vita di un giovane camorrista comporta un patto sociale chiaro: sai che brillerai per un periodo e che poi probabilmente finirà male, ma lo sai fin dall’inizio, non ti viene rubata la vita, non sei stato ingannato.

Non amo, dunque, la contrapposizione bianco/nero, preferisco sfrugugliare in quello che definiamo nero per capire come si forma, come reagisce alle sollecitazioni e discriminazioni del bianco. Faccio, però, molta attenzione a non fare del ‘nero’ una cosa glamour, per cui sei un figo se fai parte di una gang o ti comporti da criminale. So bene quali azioni siano violente e criminose e non do mai giustificazioni gratuite o assolutorie.

Un argomento caldo per i ragazzi. A proposito: loro le chiederanno quale sarà il futuro di Castro, il fuorilegge, e di Judy, la poliziotta…

Tutti me lo chiedono: di Castro e Judy, e soprattutto di Raymond nell’Estate del coniglio nero. Che fine ha fatto? Per essere onesto, dico che non lo so e nemmeno lo immagino. Ogni continuazione della storia è valida. Il bello è che si leggono le stesse parole, ma non si interpretano nello stesso modo. È interessante, infatti, farsi raccontare dai ragazzi l’ipotetica continuazione.

Pensa di essere legato a un ruolo come scrittore? Vorrebbe cambiare genere e target?

Il mio target è middle grade, young adult. Ho provato a scrivere per bambini più piccoli, ma non mi sento nel mio. Io immagino storie surreali (è la mia ispirazione fin dai primi tentativi in gioventù), dove i personaggi non si sentono in sintonia con la visione del mondo comune e condivisa. Credo che sia quello che vivono davvero molti giovani e che andrebbero ascoltati attentamente.

Ci sono giovani con cui ha familiarità? Si ritiene libero da stereotipi?

Non frequento molti giovani, non ho figli, ho provato a insegnare ma non faceva per me e poi gli insegnanti che vivono in costante contatto con i loro alunni rischiano di focalizzarsi sui modelli di comportamento offerti da loro e si precludono l’apertura a un mondo giovanile più vasto e più variegato. Soltanto con un’osservazione su vasta scala dei giovani, in diversi ambienti e situazioni, si possono evitare gli stereotipi. E poi che dire? Io resto sempre in contatto col me stesso giovane, privo di senso pratico, con la tendenza a chiudermi in un mio mondo e in costante lotta contro gli stereotipi. Adesso per fortuna ho una moglie che mi assiste e mi accompagna dappertutto.

Ultimissima domanda. È famoso?

Non credo. Essere famoso significa essere riconosciuto per strada. E questo non mi succede. In ogni modo sono più famoso all’estero che a casa mia.

sofianna.gallo@gmail.com
S. Gallo è scrittrice