Elba Book, un festival per tornare alla letteratura dei luoghi

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La costa etrusca e la ripresa culturale estiva

di Matteo Bianchi

«Il chiaro del bosco è un centro nel quale non sempre è possibile entrare; lo si osserva dal limite e la comparsa di alcune impronte di animali non aiuta a compiere tale passo».

Sono queste le parole di Maria Zambrano – da Chiari del bosco (1977) – con cui Marco Belli, direttore artistico di Elba Book, l’unico festival isolano dedicato all’editoria indipendente, ha scelto di concludere la sesta edizione della kermesse. La ragione? Mettersi alla prova organizzando un evento pubblico subito dopo la serrata pandemica è stato come varcare la soglia di una selva, un intreccio di paure e aspettative sedimentate nel tempo che difficilmente avrebbe potuto rispondere ai quesiti del presente, ma si è rivelato un buon modo per spingersi ancora più lontano. Gli eventi culturali che durante l’estate hanno affrontato le misure restrittive per contenere il contagio da coronavirus e mandare un segnale positivo, specialmente ai territori di appartenenza, si sono misurati con il vuoto. La filiera creativa di manifestazioni e iniziative che animavano le provincie italiane, arricchendole di contenuti, ha dovuto fare i conti con i postumi del blocco sociale e spesso con l’impossibilità di riunire le persone nelle piazze e nelle strade, dai centri storici alle periferie di quartiere. In questo la regione Toscana è stata emblematica. Elba Book Festival ha rotto per primo il ghiaccio estivo, concentrandosi in un giorno soltanto, lo scorso 21 luglio, ed evitando a malincuore di portare sull’isola decine di case editrici e i loro autori.

Alla base c’era L’impero dei segni (1970) di Roland Barthes: le considerazioni sull’arte calligrafica giapponese e su una cultura intimamente simbolica ha ispirato lo staff del festival elbano; in particolare l’ideogramma che rappresenta il vuoto, un ideogramma quasi premonitore. L’intuizione era venuta ad Andrea Lunghi, presidente dell’associazione capofila: l’Elba aveva già scontato il vuoto in varie forme e gradazioni, prima con l’abbandono del comparto minerario negli anni Ottanta, poi con il precariato giovanile dovuto al lavoro stagionale. Inoltre, l’edizione 2020 è stata incentrata sul Premio “Lorenzo Claris Appiani” per la migliore traduzione letteraria dal giapponese; d’altronde, la concezione nipponica che il premio ha indagato rivela un senso di vuoto fecondo, che si fa pieno. Il momento della quarantena avrebbe dovuto insegnare che il tutto sta dentro di noi, che non possiamo prescindere dall’insieme, che ogni nostro gesto soprattutto da ora in avanti si rifletterà ancora di più sulla collettività. Eravamo sempre connessi e convinti di essere sempre presenti, ma a una distanza enorme. Elba Book è tornato in presenza per restituire valore ai nostri legami. E ospiti quali il docente Gianluca Coci, i giornalisti Loredana Lipperini e Marino Sinibaldi e la traduttrice Ilide Carmignani si sono rivelati costruttori di ponti semantici e quindi di pace, rendendolo manifesto.

«Oggi, che sono qui a lavorare, ripensavo all’Elba. Dalla spiaggia di Topinetti (nome che mi piace quasi quanto “furbattola”, cioè farfalla in massese) vedevo, uno dopo l’altro, a sinistra Piombino, la Sterpaia e Follonica, davanti Punta Ala e come un’isola in mezzo al mare l’Argentario, e poi un’isola vera, il Giglio (chissà cosa fa Lorenza Pieri), e infine, ormai a destra, capo d’Orano e Rio Mare, come se la costa toscana e l’Elba si volessero abbracciare, o meglio facessero il girotondo e in mezzo, per caderci dentro con una certa soddisfazione quando gira la testa, ci fosse apposta questo specchio di mare blu, sabbia nera con pagliuzze oro, dove 80 generazioni fa, che non sono poi molte, facevano il bagno gli Etruschi. Insomma, spero di tornarci». Le parole lievemente nostalgiche di Carmignani restituiscono l’atmosfera di un evento che ha trasmesso entusiasmo, ritrovando il gusto della lingua quotidiana e ridando una prospettiva a chi l’ha vissuto. Per quanto Elba Book abbia coinvolto associazioni, istituzioni e aziende locali, dimostrando la consapevolezza delle proprie radici e quindi della brezza da seguire, più che economico l’impatto è stato in primis emotivo, nei confronti dell’isola e dei suoi abitanti. Un patto per rimanere insieme nei dintorni e gestire i limiti cogenti riacquisendo fiducia reciproca: condividere incertezze e paure con gli operatori che hanno faticato a ogni livello del settore turistico per garantire l’accoglienza sulla costa etrusca ha favorito la ripresa. A seguire, hanno raccolto il testimone altre iniziative come Populonia in Arte sul Golfo di Baratti, I colori del libro a Bagno Vignoni e il Festival del Viaggio di Firenze, primo nel suo genere per chi ami viaggiare. Avventure di turismo lento e di turismo esperienziale, per tornare a piedi dentro i luoghi e riequilibrarsi con lo spazio circostante. Ed ecco che il panorama diventa anche paesaggio letterario, che un borgo di un migliaio di anime come Rio nell’Elba acquista un ulteriore significato: tra i suoi colli trovarono riparo Hervé Guibert, Michel Foucault e i loro pensieri immortali.

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