Davide Ruffini – Tutti assenti

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Sviva chi può

di Alberto Locatelli

Davide Ruffini
TUTTI ASSENTI
Un anno di scuola in campagna
pp. 219, € 15,
Mesogea, Messina 2019

Forse per ammiccante piacere citazionista di stampo postmoderno, o più per vizio di cronaca, va ricordato come altri scrittori nostrani abbiano inaugurato la carriera attingendo allo scenario, quanto mai variopinto, dell’istruzione pubblica: è il caso, ad esempio, del napoletano Starnone e della sua breve raccolta di articoli-saggio, dall’impronta squisitamente narrativa, intitolata Ex cattedra (Rossoscuola e il manifesto, 1987). In questo filone, dunque, s’inserisce il felice esordio di Davide Ruffini, abruzzese classe 1986, con l’opera Tutti assenti. Un anno di scuola in campagna, segnalata alla XXXI edizione del Premio Calvino col titolo Le anime morte a scuola, ora edita dall’indipendente messinese Mesogea. La vicenda è presto detta: un giovane e scanzonato perdigiorno dalle velleità letterarie viene nominato “supplente di italiano”, o “supplentino” a suo dire, presso “una vecchia scuola di campagna” della provincia. Non solo si tratta del suo primissimo incarico nel mondo dell’insegnamento, ma ha anche l’onere (o forse l’onore, visto poi l’esito) di traghettare fino agli esami per la licenza media la classe III C, il “gioiello della scuola” eufemisticamente parlando: “Appena dieci studenti, la metà dei quali in gravi difficoltà con tanto di titoli attestanti”.

Ma sarà proprio questo fortunoso incontro tra la sensibilità spigolosa e scanzonata dell’io narrante da un lato – una coscienza anarchica e idrofoba di fronte a ogni valutazione spiccia, calata in un contesto dove non si esita a spendere squalificanti giudizi – e, dall’altro, gli alunni mortiferi, privi di ogni slancio vitale, pure della scintilla più elementare di curiosità (“Nessun cenno, nessun assenso, nessuna reazione. Né buona né cattiva”; “C’era un silenzio all’apparenza perfetto ma era in realtà un silenzio vuoto. Impossibile”) e presto ribattezzati come “gli alunni della classe morta”, a dare il la a un resoconto romanzato suddiviso in tre sezioni (Una scuola di campagna; Due canaglie; La classe morta va all’inferno), in cui a scandire il ritmo sono la fluviale aneddotica all’insegna di un surrealismo quotidiano e la perenne divagazione da chiacchiera paesana, riconducibili tuttavia sempre al filo rosso della scuola, alternate ai vividi e puntuali ritratti di umanità minuscole, marginali (ottima qui l’invenzione linguistica, che mescola il dialetto a trovate originalissime, fino a tinte anche malinconiche e talvolta esilaranti).

Come nel classico russo di gogoliana memoria, il narratore, da buon Čičikov moderno, è infatti il solo tra i professori e le “professore” a cogliere al balzo l’opportunità servitagli dal connaturato immobilismo dei suoi alunni, i quali “svivono in maniera eccellente ovvero in maniera del tutto inconsapevole, senza calcolo, senza impensierirsene, senza volere sfidare nessuno, essendo quella la loro natura, la loro natura metafisica”, per spingere il proprio sguardo indagatore e mai soddisfatto sempre più in profondità, ben oltre il rigido ordinamento scolastico dagli appuntamenti a calendario (i compiti in classe, le interrogazioni alla cattedra, la gita a Urbino, un concorso di poesia e i “colloqui scuola-famiglia”), fino a domandarsi se la “strutturale assenza” della “classe morta” non sia piuttosto da intendere quale estrema forma di resistenza, poetica e disperata insieme, alla “bruttissima cultura mediana” perpetrata dall’odierna istruzione di massa. “Ché la scuola ha sì tanto bisogno di poeti (idioti) ma che siano idioti (poeti) veri”.

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