Ali Smith – Coda

Un congegno storico che diventa narrativo

di Virginia Giustetto

Ali Smith
Coda
ed. orig. 2022, trad. dall’inglese di Federica Aceto,
pp. 216, € 17,50,
Sur, Roma 2023

Immaginate che un pomeriggio qualunque, mentre siete in casa, a non fare propriamente niente, squilli il telefono. Dall’altra parte c’è una vostra vecchia compagna di liceo, non esattamente una della vostra classe, e nemmeno una vostra amica. Al contrario, ricordate appena il suo nome. Ecco, questa persona vi chiama e, a distanza di trent’anni dall’ultima volta che l’avete vista, dice: “era da un po’ che volevo parlarti”. Inizia così Coda, l’ultimo romanzo di Ali Smith, il primo successivo alla tetralogia delle stagioni che l’ha impegnata tra il 2016 e il 2020, alla quale questo romanzo si lega per una serie di ragioni tematiche e stilistiche ma dalla quale al tempo stesso si smarca, permettendo maggior libertà al flusso erratico della prosa.

In Coda si intersecano due linee narrative, cui corrispondono, in pieno stile Smith, due distinti momenti temporali. Da un lato la vicenda di Sandy, pittrice inglese che si ritrova a fare i conti con un momento di crisi: nel bel mezzo della pandemia di covid-19, post Brexit, è stufa di tutto, “fredda a ogni cosa”. Allo sconforto personale si aggiungono i problemi di salute del padre, ricoverato per un attacco cardiaco. Dall’altro, la storia di una ragazzina accompagnata da un chiurlo, grande uccello dal becco ricurvo, apprendista-fabbra nel tardo medioevo, straordinaria nel ferrare i cavalli, ma anche nel lavorare cardini, lucchetti e monili. In forma di visione, quest’ultima compare un giorno in casa di Sandy, con una bruciatura sul collo a forma di V che ricorda la marchiatura imposta ai vagabondi in seguito alle Poor Laws, ma anche il modo più elementare attraverso cui da bambini rappresentiamo su un foglio un uccello. Un incontro generativo, che risveglia Sandy dalla fase di stallo che stava attraversando.

A tenere insieme questi due piani apparentemente così distanti, un manufatto di metallo: il Lucchetto Boothby, strabiliante esempio di tecnica artigiana del tardo medioevo sopravvissuto ai secoli, la cui particolarità consiste nel nascondere la serratura tra l’intaglio di foglie d’edera di cui è ornato, così che risulta molto difficile aprirlo. Un congegno storico che di fatto si trasforma presto in un congegno narrativo.

Due vicende e un punto di intersezione, sviluppate attraverso tre sezioni che nei nomi riprendono, a frammenti, le battute sussurrate da una misteriosa voce: Chiurlo o coprifuoco. Tu quale vuoi? In questo slittamento dalla trama alla struttura, cui Smith è maestra – viene in mente, tra gli altri, il romanzo a specchio L’una e l’altra – assistiamo soltanto a uno dei tanti giochi di parole che costellano il romanzo e che finiscono per costituire una spina dorsale dell’opera e insieme un’importante chiave di lettura: dalla divagazione etimologica agli acronimi usati dalle gemelle Pelf; dall’indagine sul rapporto tra segno e significato, alla digressione sulla flessibilità della grammatica. A proposito di quest’ultima, per voce della narratrice: “se le parole per noi sono vive allora anche il significato è vivo, se la grammatica è viva allora in qualche modo sarà la sua capacità di creare connessioni”.

Il tema delle connessioni, delle giustapposizioni, in qualche modo dell’elogio dell’informe, è centrale in tutta la poetica di Smith: in Primavera uno dei personaggi realizzava film in forma di cartoline; qui la protagonista trasforma le poesie in dipinti dando corpo e colore alle parole. Come a dire: non ci sono confini, né strutture predefinite. D’altronde, “abbracciando l’indeterminatezza si ha molto più spazio di manovra”. E così, in Coda, trovano posto le incongruenze, gli eventi inverosimili, l’inattendibilità dei punti di vista. I fatti, le interpretazioni che ne diamo, le parole che adoperiamo per raccontarli ad altri e a noi stessi: a un certo punto ogni cosa può essere messa in discussione. Ancora la narratrice: “Mi stavo inventando le cose mano a mano che andavo avanti, come del resto facciamo tutti”.

Se il fulcro dei quattro romanzi precedenti era la rappresentazione in tempo reale della crisi del nostro tempo (la Brexit, l’immigrazione, il cambiamento climatico, la pandemia), con questo testo Smith sembra compiere uno scarto, un movimento obliquo: il presente è sì un asse centrale della narrazione ma è come se in certi momenti si trasformasse in un grande pretesto. Persino nel momento in cui si ripercorrono alcuni dei momenti più tragici della pandemia – le persone raccolte a decine nel parcheggio dell’ospedale, a debita distanza, impossibilitate a entrare nell’edificio ma a modo loro vicine ai propri cari – l’attenzione è posta sul tipo di narrazione che l’evento ha generato, prima ancora che sull’evento in sé. Dopotutto, in apertura, una delle prime affermazioni di Sandy è “non mi importava sapere che stagione era”. Un ammonimento al lettore troppo scoperto per essere ignorato.

virginia.giustetto92@gmail.com
V. Giustetto è dottoressa di ricerca in lingua e letteratura italiane