Libro del mese: le memorie di Nadežda Mandel’štam

Accogliendo la leggerezza del passato

di Giulia Baselica

Nadežda Mandel’štam
Speranza contro speranza
Memorie I
ed. orig. 1972, trad. dal russo di Giorgio Kraiski,
pp. 656, € 28,
Settecolori, Milano 2022

Nadežda Mandel’štam
Speranza abbandonata
ed. orig. 1972, trad. dal russo di Valentina Parisi e Marta Zucchelli,
prefazione di Paolo Nori,
pp. 880, € 34,
Settecolori, Milano 2024

Meritoria e preziosa l’iniziativa delle Edizioni Settecolori, che hanno definitivamente liberato dall’oblio della storia le memorie di Nadežda Mandel’štam: la seconda parte dell’ampio e ricchissimo racconto biografico è ora finalmente accessibile al lettore italiano. Speranza abbandonata forma con Speranza contro speranza, volume apparso nel 2022, un’opera unitaria e compiuta, oltre che la rievocazione di un passato appunto animato dalla speranza o, addirittura la biografia di un sentimento con cui l’autrice e voce narrante, il cui nome, Nadežda, significa “speranza”, intrattiene una relazione onomastica e di reciproca identificazione. Queste memorie danno forma a un genere composito: diario, biografia (di Osip Mandel’štam), autobiografia (di Nadežda Mandel’štam), cronaca storica, compendio esegetico di alcune liriche mandel’štamiane, raccolta di pensieri.

Il racconto di Nadežda ha inizio a Mosca nella notte fra il 13 e il 14 maggio 1934 con l’arresto del marito Osip e la perquisizione del loro appartamento. Il sarcasmo corrosivo dei versi dedicati al “montanaro del Cremlino” che ha “tozze dita come vermi” e “occhiacci da blatta” ha decretato la sua condanna a un destino vendicatore e irreparabile. “Perché l’hanno preso?” – ricorda Nadežda – era una domanda proibita: ovvia l’assenza di motivazione per ogni tipo di arresto. Si procedeva a un’eliminazione sistematica, “a strati, per categorie: il clero, i mistici, gli scienziati inclini all’idealismo, le persone dalla battuta facile, gli obiettori”, oltre che agli “ingegneri, i tecnici e gli agronomi, per i quali era stato creato il concetto di sabotatore, che serviva a spiegare qualsiasi insuccesso o errore di calcolo”. Dopo l’arresto Nadežda affida a sé stessa una missione che alimenterà le sue energie, la sua tenacia e il suo coraggio: mettere in salvo almeno una parte degli scritti del poeta e custodire nella memoria quelli materialmente dispersi per sempre. Seguiranno l’interrogatorio alla Lubjanka e il conseguente esilio, con la moglie, nella cittadina di Čerdyn’, ai piedi degli Urali. Poi il miracolo: sempre nel maggio del 1934 “il caso Mandel’štam” è sottoposto a revisione e un telegramma governativo annuncia la commutazione della pena in un nuovo esilio in un luogo scelto dal condannato, con l’esclusione delle dodici maggiori città del territorio sovietico. E tuttavia, si sorprende a pensare Nadežda, “è bella solo la vita in cui non c’è bisogno di miracoli”.

I tre successivi anni di esilio a Voronež, non lontano dal confine ucraino, saranno durissimi: per lunghi mesi (dall’agosto 1935 al dicembre 1936) un grave disagio psichico ridurrà il poeta al silenzio creativo e le ristrettezze economiche – in quanto esiliato Osip ottiene, e di rado, solo modeste occupazioni – costringeranno la coppia a una vita di stenti.

Nell’aprile del 1938 il poeta sarà nuovamente arrestato e incarcerato alla Lubjanka. Sarà condannato a cinque anni di lavori forzati, in Siberia, per attività controrivoluzionaria e nei primi giorni di settembre sarà trasferito al campo di transito di Vtoraja rečka, nei pressi di Vladivostok. Nel giugno di due anni dopo, infine, al fratello Aleksandr sarà consegnato il certificato di morte di Osip Ėmil’evič Mandel’štam, ufficialmente deceduto il 27 dicembre 1938 per paralisi cardiaca.

La prima parte delle memorie di Nadežda si conclude con la morte del poeta, “l’unica via d’uscita”, da un cammino esistenziale ormai segnato da una sofferenza atroce, dilagata nelle regioni del corpo e dello spirito.

Nel secondo volume, dedicato al racconto della prima giovinezza di Nadežda, all’incontro con Osip, nel 1919 a Kiev, ai primi anni di matrimonio, sul rigoroso ordine cronologico prevale un andamento digressivo. Ai ritratti di scrittori, poeti e poetesse, in particolare di Anna Achmatova, si alternano considerazioni generali sullo stato della coeva letteratura: per Mandel’štam “letteratura e poesia sono due concetti inconciliabili”; sulla traduzione che all’epoca era utilizzata “come strumento ideale e di rara efficacia per distruggere la letteratura” poiché “la traduzione ‘imposta’ – e non importa se si tratti di poesia o di prosa – soffoca il pensiero e uccide la parola”.

Testimone attenta e sensibile, Nadežda Mandel’štam con le sue reminiscenze illumina i coni d’ombra di cui sono inevitabilmente disseminate le trattazioni generali di storia della letteratura: la natura poetica di Mandel’štam come “acmeista superfluo”, le discussioni o, addirittura, i litigi che negli anni venti univano o separavano per sempre i letterati che i Mandel’štam frequentavano; l’ispirazione e il successivo processo creativo delle opere di Osip. Il secondo libro di memorie è però anche la rappresentazione di un’epoca sì destinata presto a tramontare, ma rievocata con lo sguardo della giovinezza, con la memoria dei viaggi compiuti con il giovane Osip in varie città dell’altrettanto giovane Urss, degli aneddoti di una quotidianità vissuta con spirito avventuroso. Rievocando il primo periodo, pur difficile, della loro nuova vita a Mosca, città “ancora selvaggia e invasa da folle smisurate di individui dalle molte voci”, Nadežda confessa: “ci sentivamo a casa e ci abituammo a quella capitale indecente e rumorosa con la leggerezza tipica dei giovani”. E se in una delle tante, profondissime e amare riflessioni che l’autrice affida al suo scritto facciamo nostro il tormento per il timore che il futuro “possa riproporre il passato in una forma appena rivisitata” e “gli esseri umani si addormenteranno per non risvegliarsi mai più” e se con lei ci domandiamo se il futuro di allora è il nostro presente, accogliamo quella leggerezza della sua gioventù, perché ci aiuti a non abbandonare la speranza.

giulia.baselica@unito.it
G. Baselica insegna lingua e letteratura russa all’Università di Torino

Libro vivente

di Giovanni Greco

Nel libro Una generazione che ha dissipato i suoi poeti (Einaudi, 1975) il grande linguista russo Roman Jakobson focalizza la sua attenzione sul suicidio di Vladimir Majakovskij, suo grande amico ed estimatore, avvenuto nel 1930 al tempo delle purghe staliniane. Il caso del poeta diviene, nella commossa disamina di Jakobson, una sorta di paradigma che riverbera sul destino di un’intera generazione che ha preso parte alla rivoluzione di ottobre in Russia e che poi ne è stata travolta. Sarebbero molti i nomi da evocare che si potrebbero sovrapporre a quello di Majakovskji, come quello del grande regista Vsevolod Mejerchol’d, “dissipato” in un gulag in seguito all’accusa di formalismo, fino a quelli di molti altri, tacitati se non “dissipati”, come Boris Pasternak o Andrej Platonov o Michail Bulgakov. Forse il nome più esemplare in questo senso risulta quello di Osip Ėmil’evič Mandel’štam (1891-1938), tra i fondatori insieme ad Anna Achmatova e al marito Nikolaj Gumilëv, nel 1912, dell’acmeismo, movimento poetico d’avanguardia che si contrapponeva al simbolismo e che operò per circa due decenni fino a che tutti o quasi i suoi membri caddero in disgrazia. L’inizio della fine per Mandel’štam, già perseguitato e messo all’indice, è rappresentato dalla composizione di una poesia contro Stalin, per la quale venne prima mandato al confino a Voronež nel 1934, in condizioni di miseria estrema che lo porteranno a tentare il suicidio (fallito a differenza di quello di Majakovskij, in un tempo in cui era ormai il regime a “suicidare”). Quindi, tornato a Mosca, verrà definitivamente arrestato il primo maggio 1938 e lasciato morire nel gulag di Vtoraja Recka, molto probabilmente alla fine dello stesso anno (il corpo non verrà mai ritrovato, forse perché finito insieme ad altri in una fossa comune). A partire dal 1919 la vicenda umana e poetica di Osip diviene inseparabile da quella della donna che sposa, Nadežda Jakovlevna Khazina, che dedicherà tutta la sua esistenza alla conservazione della memoria del marito condannato alla damnatio memoriae e che dopo la morte di lui scriverà ben due volumi di memorie, che nel titolo originale inglese, Hope against Hope e Hope Abandoned, giocano sul suo nome che in russo significa “speranza”. Nei due libri Nadežda/Speranza ripercorre non solo e non tanto gli anni tragici trascorsi con il marito, quanto il clima di un’epoca, la vita impossibile che si nutre di sospetti e delazioni, l’emarginazione coatta, l’esilio che ritarda solo di poco la morte e che lo accomuna a quel Dante così amato, con il quale trova una consonanza esistenziale oltre che linguistica e poetica. L’esilio fisico e metafisico trasfigura la parola di Osip, la rende autenticamente militante, la fa risuonare come la parola di tanti altri reietti prima e dopo di lui, con quella sua speciale modalità di composizione ad alta voce, con quella sua eco balbuziente, difetto di cui il poeta soffriva e che rappresenta la paradossale scaturigine delle sue composizioni, che tracimano capillarmente nel corpo e nella voce della moglie, configurando un processo di simbiosi che fu di molte altre vedove in quegli anni (si pensi, tra tante, alla moglie di Bulgakov, Elena Šilovskaja, cui si deve la salvezza di Il maestro e Margherita). In effetti Nadja si trasforma in Osja, si fa libro vivente che scappa, perseguitata dagli sgherri di Stalin attraverso l’Unione sovietica, si nasconde dove può o dove viene ospitata a rischio della vita da amici e devoti del poeta, lavora in fabbrica la notte per sostentarsi, ma non smette mai di ripetere quei versi per lungo tempo irripetibili: quei versi che noi oggi possediamo anche grazie alla sua prodigiosa memoria, alla sua dedizione inesausta. Ma sbaglierebbe chi connotasse questa figura eroica in un’accezione ancillare, di subalternità al grande artista immolato sull’altare della rivolta contro il dispotismo: i volumi delle memorie stanno proprio lì a testimoniare non di un ossequio passivo e acritico, di un accudimento che diventi annullamento, ma di una capacità mitopoietica appassionata, di una relazione con la parola scritta e detta che stupisce per intensità e osmosi dialettica con quella del marito, per acume di sguardo e per urgenza profetica, per il modo unico con cui viene veicolata una storia d’amore che alla fine vince la morte fisica e si staglia come il trionfo, tragico, di una resistenza senza speranza, mai aliena dall’ironia e dal sarcasmo anche nei momenti più drammatici. Come è nelle parole di un grande poeta neogreco, Ghiannis Ritsos, che sosteneva, nel suo poemetto Elena, che “là dove qualcuno resiste senza speranza, è forse là che comincia la storia umana e, come la chiamiamo, la bellezza dell’uomo”. Speranza contro speranza, dunque, ovvero Speranza abbandonata, ma, nella declinazione di Ritsos, anche Speranza senza speranza, ciò che rappresenta la sola vera bellezza, l’incanto della poesia che non si addomestica e che diviene alla fine il principio del racconto dell’unica storia degna di essere tramandata – quella dell’umano che sopravvive al disumano.

giovannigreco6@gmail.com
G. Greco è scrittore