Matthias Nawrat – L’ospite triste

Vite in caduta libera

di Anna Chiarloni

Matthias Nawrat
L’ospite triste

Romanzo berlinese
ed. orig. 2019, trad. dal tedesco di Marco Federici Solari,
pp. 240, € 22,
L’orma, Roma 2023

Nato in Polonia nel 1979 ma cresciuto nella Germania riunificata, Matthias Nawrat ha il profilo dell’osservatore europeo. Se con Imprenditori si era rivelato uno sferzante analista dell’etica del lavoro occidentale, con L’ospite triste l’autore – sempre affiancato dall’ottima penna di Marco Federici Solari – indaga il destino degli espatriati est-europei approdati a Berlino. Di qui il sottotitolo, Romanzo berlinese, aggiunto dall’editrice L’orma al non allettante titolo originale. Un libro dell’ascolto, questo, ambientato nel 2016, dall’impianto a puntate, dichiaratamente spoglio, quasi meccanico: il narratore, flâneur nella capitale tedesca, raccoglie voci, briciole di vita, storie di migranti – polacchi soprattutto – donne e uomini che come l’autore hanno cercato una nuova esistenza in occidente. Figure esemplari di un flusso, sia detto di passata, che a Berlino conta oggi oltre sessantamila residenti provenienti dalla Polonia.

Che Nawrat fosse un finissimo psicologo, capace di restituire nei minimi dettagli la cifra gestuale, la voce e lo sguardo dei suoi personaggi, era noto. Qui però l’autore va oltre perché, pur restando vincolato al sentire dell’anima slava perviene, senza ricorrere al saggismo tipico di Kundera, a una dimensione sovranazionale, correlata con la storia europea di ieri e di oggi. Centrali in questo senso sono due figure, intestatarie della prima e della terza parte, L’Architetta Il Medico. Provenienti ambedue da una colta famiglia borghese, sia per Dorota che per Dariusz l’impulso verso occidente ha un’origine analoga: vedere un altro pezzo di mondo. Ma c’è una differenza generazionale. Dorota si è lasciata alle spalle una Polonia sovietica ancora memore di un passato slesiano, d’impronta architettonica tedesca. Il suo atlante storico, i ricordi familiari risalgono a un’antica mappa antropica in cui riaffiora a tratti un’Europa dell’est non ancora reclusa dalla cortina di ferro. Di matrice ebraica, il padre è comunista, la fuga nella Germania occidentale dei primi anni ottanta – complice un mite e paziente giovanotto di Berlino ovest – le si incide nella coscienza. L’accoglienza tedesca è generosa, Dorota s’inserisce rapidamente, si sposa, conosce il successo professionale ma fin da subito compaiono segnali di un disagio profondo: l’angoscia. Dimentica il suo nuovo indirizzo, sperduta nell’anima e nella metropoli la giovane donna vacilla, assumendo nel racconto tratti esistenziali: “Penso che in ognuno di noi esista una sorta di muro oltre il quale non si può guardare perché ci separa da uno spazio vuoto”. Nello sciame di riflessioni si percepisce l’eco remota dell’esistenzialismo francese. Ma con la vecchiaia da quel “nulla” riemerge prepotente in Dorota il trauma della persecuzione. Qui si coglie la prospettiva europea dell’autore sulla Shoah. Il racconto per voce sola di questa figura è centrato su una data: 1942, l’anno in cui inizia la deportazione sistematica degli ebrei nei campi di sterminio. L’accento non cade tanto sull’orrore dei rastrellamenti nazisti, quanto sul collaborazionismo nei paesi occupati. Il nonno di Dorota, ucciso da antisemiti ucraini, è un caso emblematico. Con la voce della nipote, Nawrat scava nella psicologia delle masse, non solo hitleriane, pronte ad accaparrarsi i beni delle vittime: “I tedeschi si trovarono di fronte a un paesaggio di indifferenza o almeno di mero pragmatismo, e non di rado approdarono su isole di aperta collaborazione. Se gli ebrei a un certo punto dovevano andarsene, allora ci si poteva spartire i negozi, gli appartamenti e le fattorie che lasciavano indietro”.

Se per questo primo incontro lo scrittore adotta un registro alto, a tratti filosofico, di tutt’altra natura è il tono dell’ultima parte del romanzo, dedicata alla figura di Dariusz, un neurochirurgo polacco che, nella sua frenetica ansia di vita, pare uscito dalle pagine di Kerouac. Come l’architetta anche Dariusz approda in occidente alla ricerca di un futuro, lontano da quel paese “di terra e letame” al quale è vincolato da una donna di campagna sposata per sbaglio, che percepisce come prodotto di un mondo dell’insignificanza, “chiuso nell’eterno ciclo” della ripetizione: “Rimanevano in vista solo le vacanze sempre negli stessi posti e le tappe prefissate di una carriera all’ospedale”. Fugge in Baviera, Dariusz, lo vediamo correre nel benessere, assaporarlo anche, ma è tradito dall’abuso di alcol e anfetamine. Cacciato dalla clinica, questo anarchico libertario finisce sguattero a Bedford e, sempre on the road, benzinaio a Bielefeld. Poi, in un empito di nostalgia per una paternità mancata, eccolo in Sudamerica, sulle tracce di un figlio annegato in Bolivia. Per ritrovare il suo ultimo sguardo, per tentare di riconoscersi in una gioventù anch’essa in fuga, oltre “l’assurdo” dell’esistenza. Sono pagine tra le più intense, queste, in cui Nawrat rivela una straordinaria intelligenza emotiva nel disegnare quel “tempo circolare” che paradossalmente accomuna il crollo psichico di due personaggi così diversi, quali l’architetta e il medico. Come Dorota arretra nei suoi ultimi anni in un “dialogo con i morti”, così Dariusz, ormai in divorzio dalla vita, si aggrappa alla memoria del figlio perduto. L’ultima immagine è quella di un uomo sciancato, lavapiatti in un fastfood turco, che vive in un seminterrato di Berlino.

Due biografie in caduta libera che non vogliono tuttavia essere un appello nostalgico alla patria perduta, quanto rappresentare uno spaesamento del soggetto connesso con la realtà europea. Una realtà in transizione, minacciata dal suo stesso interno. Gli indizi? Al centro del romanzo Nawrat colloca la strage del Natale 2016 nel Breitscheidplatz di Berlino. L’attentatore – un giovane spacciatore di origine tunisina affiliato all’Isis – è in fuga. Il nostro flâneur avverte “un’oscurità strisciante”. E subito percepisce il vuoto sociale di una “fortezza europea” minata dal sospetto: “Percorrevo la strada principale del nostro quartiere, trafficata come al solito, e mi sorpresi ad accelerare l’andatura vedendo due uomini uscire dal portone solo perché erano di pelle scura e parlavano arabo”.

Il romanzo è stato insignito dello European Union Prize for Literature, un premio destinato a promuovere la circolazione europea della letteratura incoraggiando in particolare i “non-national literary works”. Crocevia internazionale, la Berlino di Nawrat, spalancata verso est, è uno spazio che non conosce confini. In questo senso L’ospite triste si configura come uno strumento di studio e anamnesi di un’identità europea in continuo divenire.

anna.chiarloni@unito.it
A. Chiarloni è professore emerito di gemanistica all’Università di Torino