Olga Tokarczuk – I libri di Jakub

Bisogna entrare nell’oscurità perché è lì la salvezza

di Alessandro Ajres

Olga Tokarczuk
I libri di Jakub
ed. orig. 2014, trad. dal polacco di Barbara Delfino e Ludmila Ryba,
pp. 960, € 29,
Bompiani, Milano 2023

È uscita solo di recente sul mercato italiano, l’opera di Olga Tokarczuk I libri di Jakub del 2014, che in Polonia conquistò subito il riconoscimento letterario più ambito, ovvero il premio Nike; mentre, a livello internazionale, questo è il libro che più di ogni altro ha contribuito all’assegnazione del Nobel all’autrice nel 2018. Un libro che è rielaborazione e rilancio di tematiche precedenti, cui si “perdona” volentieri il ritardo di un’edizione italiana per la mole enorme (1.114 pagine numerate al contrario, in omaggio ai testi ebraici ma anche come incitamento al lettore a scardinare le proprie abitudini) e per l’ottimo lavoro di traduzione svolto – nel mentre – da Barbara Delfino e Ludmila Ryba. Il testo poggia su un lavoro di ricostruzione storica meticoloso, che tuttavia resta aperto alle incursioni letterarie, lasciandoci sospesi tra veridicità e finzione degli eventi narrati. La sfera della possibilità che alimenta questo viaggio “attraverso sette frontiere, cinque lingue e tre grandi religioni, senza contare quelle minori”, come recita il sottotitolo, ruota intorno a un periodo in cui tutto – effettivamente – sembra poter accadere in Europa e in Polonia. Un attimo prima (1569-1795) la Confederazione polacco-lituana pare un’entità solida e inattaccabile, in cui le persone convivono malgrado le origini e le religioni diverse; un attimo dopo, in virtù delle spartizioni avvenute tra il 1772-1795, la Polonia non esiste (praticamente) più e le differenze prorompono in modo drammatico.

Jakub Józef Frank (alla nascita Jakub Lejbowicz, 1726-1791) incarna nel libro la volubilità di quel periodo storico dal punto di vista religioso: considerandosi l’incarnazione e prosecutore di Sabbatai Zevi, anch’egli conduce i propri seguaci in direzione di una sintesi spirituale, in particolare tra ebraismo e cattolicesimo. Per questa ragione essi subiranno una scomunica con l’accusa di eresia da parte della corte rabbinica e, poco dopo, arriveranno a farsi addirittura battezzare: “Perché tutto vada a nostro favore dobbiamo insistere chiaramente su due cose vere: che crediamo nella Trinità, che è un unico Dio in tre persone, ma senza mai entrare in discussioni su chi è in questa Trinità, e che respingiamo per sempre il Talmud in quanto fonte di errori e blasfemie. È tutto qui. Solo questo”.

La rottura degli equilibri religiosi costituiti è affiancata, nel testo, a una serie di ulteriori artifici che disorientano una lettura semplificante, a partire dai continui spostamenti del protagonista e dei suoi seguaci: come si ricorderà, in I Vagabondi (Bompiani, 2019) Tokarczuk intravede nella stanzialità una pericolosa vicinanza col male. Le varie forme di scrittura adoperate ampliano le prospettive attraverso cui guardare agli eventi: alla terza persona si sostituisce, talvolta, la prima e alla prosa asciutta su cui poggia la narrazione si alterna lo stile epistolare delle lettere che vi si citano, nonché alcune incursioni enciclopediche ispirate alla Nowe Ateny (Nuova Atene, prima edizione 1745) di Benedykt Chmielowski, a propria volta tra i protagonisti del libroI nomi dei controtalmudisti, che si modificano in seguito al battesimo (Jakub stesso diviene Józef), alimentano questa possibilità di una trasformazione continua; così come accade con la libertà sessuale, imposta e orientata secondo il piacere di Jakub, che si instaura all’interno della cerchia dei suoi seguaci.

Il nuovo ordine pronto a emergere da questo contesto rivoluzionario poggerà sul buio e sul male, anzichè sulla luce e sul sentimento del bene: “Bisogna andare nell’oscurità, è chiaro come il sole! Perché solo nell’oscurità ci attende la salvezza. Solo nel posto peggiore può iniziare la missione messianica”, dice Jakub, sottolineando così la necessità di avvicinarsi al cristianesimo. Allo stesso modo, l’illuminismo alle porte è colto nella sua dimensione dialettica, come espressione di sfiducia dell’uomo nei confronti della bontà congenita al mondo. E tuttavia, pur constatando l’oscurità che ci avvolge: “Chi si affaccia sulle questioni del Messia, sia pure di quelli falliti – anche soltanto per raccontare la loro storia – sarà trattato come colui che studia gli eterni misteri della luce”, si legge in conclusione al volume.

Dove fa filtrare un po’ di luce, Olga Tokarczuk, all’interno di una vicenda che si vuole così oscura? Dove scorgere le tracce della speranza, in universo sul punto di esplodere? Il testo è attraversato da un tema che si ricollega, ancora una volta, a un’opera precedente: Anna In w grobowcachświata (Anna nei sepolcri del mondo, 2006), in cui l’autrice si confronta con la deità femminile e con la Grande madre. Tutte le vicende narrate nei Libri di Jakub sono osservate dall’alto dalla figura di Yente, che resta sospesa tra la terra e il cielo, “una vecchia santa”, “una donna che non vuole morire”, “una strega che ha trecento anni”. Dall’incontro con lei Jakub comprende che è giunto il momento in cui tutto vada alla rovescia, in cui è necessario infrangere la legge per raggiungere la salvezza. Egli, del resto, nasce in una caverna a forma di vulva e in quella stessa caverna – due secoli dopo – un gruppo di ebrei troverà rifugio dalla furia nazista.

La visione di un Messia-donna ritorna di continuo: “Finora pensavate (…) che il Messia sarebbe stato un uomo, ma non può esserlo in alcun modo, perché il fondamento è la Vergine, sarà lei la vera salvatrice”, dice Jakub. La Polonia è il paese della Shekhinah, della presenza divina nel mondo, dove la Vergine si svelerà completamente. Visivamente, dotata di molte sembianze, essa può assumere quella del santuario di Jasna Góra a Częstochowa, oppure di Santa Sofia a Istanbul: “Sul volto soave della donna non si leggono affetti umani, tranne quello che è alla base di tutto: l’amore incondizionato. Io lo so, dice lei senza muovere le labbra. Io so e vedo tutto, e nulla sfugge alla mia comprensione”. Tra tutte le porte che Tokarczuk va aprendo con la sua opera, la possibilità di una presenza femminile al centro dei destini e delle preghiere dell’umanità pare indicarci l’unica garanzia di un futuro.

alessandro.ajres@uniba.it
A. Ajres insegna lingua e traduzione polacca all’Università di Bari

Olga Tokarczuk e le periferie dell’umanità

di Giulia Baselica

Nata a Sulechów, in Polonia, nel 1962, Olga Tokarczuk pubblica nel 1979 i suoi primi racconti sulla rivista “Na przełaj”, con lo pseudonimo Natasza Borodin. Dieci anni dopo esordisce come poetessa, con la raccolta Miasto w lustrach (Città allo specchio). Nel 1993 appare il suo primo romanzo Podróż ludzi księgi (Il viaggio del popolo del Libro), accolto molto favorevolmente dalla critica e insignito del premio dell’Associazione degli editori polacchi come migliore opera prima, seguito nel 1995 e nel 1996 dai romanzi E.E. e Prawiek i inne czasy (Dio, il tempo, gli uomini e gli angeli, e/o 1999; e Nella quiete del tempo, Nottetempo, 2013, poi Bompiani), anch’essi apprezzati dai critici e dai lettori. Negli anni successivi appaiono romanzi e racconti, come le raccolte Szafa (1997, L’armadio) e Ostatnie historie (2004, Ultime storie) e i romanzi Dom dzienny, dom nocny (1998: Casa di giorno, casa di notte, Fahrenheit 451, 2007; Bompiani, 2021), Bieguni (2007, I vagabondi, Bompiani 2019), Prowadź swój pług przez kości umarłych (Guida il tuo carro sulle ossa dei morti, Nottetempo, 2012; Bompiani, 2020), Księgi Jakubowe (2014, appunto I libri di Jakub), Empuzjon (2022). All’attività letteraria la scrittrice unisce la scrittura giornalistica, piuttosto intensa negli anni 1997-2000.

Numerosi i premi e i riconoscimenti nazionali e internazionali – primo fra tutti il premio Nobel per la Letteratura conferito nel 2018 – che hanno confermato nel corso degli anni l’originalità e il valore letterario della sua opera. Olga Tokarczuk è una personalità eclettica che si esprime non soltanto nell’attività di letterata, saggista e sceneggiatrice, ma anche nella militanza sociale, assumendo posizioni decise in difesa dei diritti delle minoranze. La formazione di psicologa clinica e l’interesse per la psicoanalisi junghiana rappresentano un’importante fonte di ispirazione per le sue narrazioni, caratterizzate da svariate ambientazioni storiche o contemporanee, da personaggi non di rado tratti dalle periferie dell’umanità, da un vigoroso sentimento del tempo e dello spazio, soprattutto dalla lucida percezione della modernità liquida del nostro tempo.

giulia.baselica@unito.it
G. Baselica insegna letteratura russa all’Università di Torino