Viaggi letterari alle estremità d’Italia

Una penisola di penisole

di Claudio Panella

Pare si sia imbarcato da Napoli verso il porto calabro di Paola perché sensibile all’eco romantica di questo nome, inseguendo l’immagine mentale di una “piccola marina e appena più in alto un paesino dai colori stinti e giallastri, dietro cui si erge grandiosa la lunga catena di montagne che incombono alte sulle spiagge”. In Verso il Mar Ionio (By the Ionian Sea), edito nel 1901 a puntate su “The Fortnightly Review” e ora ritradotto da Mauro F. Minervino per Exòrma, l’inglese George Gissing (1857-1903) precisa che a portarlo a viaggiare nel Sud d’Italia accompagnato dalla guida La Grande-Grèce. Paysage et histoire (1881-1884) di François Lenormant non era tanto il gusto per i paesaggi mediterranei quanto soprattutto il richiamo della classicità della Magna Grecia: “Il mondo greco e romano rappresenta ai miei occhi il mondo dell’immaginazione romantica”. Gissing compie però il suo viaggio alla fine del 1897, quando il Grand Tour giungeva oramai all’estremità terminale di una voga con più d’un secolo alle spalle, e la realtà del Meridione non corrispondeva più del tutto al suo mito. Affrontare il viaggio tra Calabria e Puglia con i versi di Orazio e Virgilio, sulle tracce di Pitagora ai tempi in cui pare che a Crotone vi fosse la sanità migliore del Mediterraneo voleva (e vuol) quindi dire esporsi a qualche disillusione e, a questo proposito, si vedano le pagine sulla miseria di Squillace, l’antica Scylaceum.

Eppure, Gissing sopravvive alle colazioni di formaggio caprino rancido e alla febbre polmonare che lo coglie proprio a Crotone, assistito da un giovane medico del luogo, e prosegue il suo peregrinare alternando annotazioni acute e trasognate, trovando Sibari “così infestata dai ricordi e dai fantasmi di una gloria scomparsa da mettere i brividi” o i pescatori pugliesi balzargli agli occhi quali figure di vasi greci, preso da una “visione di fatamorgana dell’antica Tarentum”. Pur rendendosi conto che la ricerca delle vestigia del passato è una fissazione non comune, “tranne che a pochi svagati lunatici e cercatori di fantasie come me”, Gissing non poteva certo immaginare il futuro industriale di quell’area in cui egli riscontra “una forza retrograda” molto resistente alla modernità; il che non era poi un male per l’inglese che si dice determinato a “sfuggire all’esistenza così come io la conosco nella mia età” per “immergermi nuovamente in quel mondo antico che fu il diletto e il conforto immaginario della mia infanzia”.

Personalità complessa, Gissing era all’epoca un quarantenne dalla salute precaria e ostracizzato in patria per il suo anticonformismo e antindustrialismo, colpevole di scrivere romanzi su figure di declassati e falliti poi ripresi e citati da Raymond Williams e Frederic Jameson, Naipaul e Said. All’indomani della sua morte prematura, Virginia Woolf lo definì “uno scrittore nato” capace come pochi di stigmatizzare “la terribile importanza del denaro” nella società vittoriana. Minervino ha giustamente voluto includere questo testo di Woolf, che si ispirò forse a certe pagine di Gissing per Gita al faro, nella consistente serie di apparati che precisano gli itinerari alle estremità meridionali della penisola italiana di un autore che non smentisce i propri ideali: l’io viaggiante è, per esempio, sempre attento a notare come la solidarietà sappia farsi largo anche nei cuori più afflitti dall’indigenza e assiste, tra l’altro, alle proteste popolari contro il balzello detto fuocatico, “tassa odiosa che aveva creato problemi nella vecchia Inghilterra medievale di Robin Hood”, lamentando come la plebe calabrese “disunita e affamata” non abbia la forza di sbarazzarsene; lodando poi l’esercizio filosofico e civile dell’antica arte dell’eloquenza cui assiste tra gli avventori dei caffè di Catanzaro. E regalandoci poi parole quasi profetiche nel capitolo finale: “Nei giorni a venire della storia, come accaduto in tutti i tempi passati, l’uomo dominerà il suo simile e la terra sarà sempre macchiata del sangue di giovani e vecchi. Il nome dolce e sonoro di patria è un’illusione, un inganno e una maledizione. Asservito alle pretese della modernità, strumento della civiltà aggressiva dei nostri tempi, il nazionalismo diventa un pretesto per tutti i barbari dei nostri giorni, affamati di potere e di assoggettamento, una sciagura per l’umanità intera che si nasconde sotto le mentite spoglie della ‘civiltà’”.

Analogamente, anche se il paesaggio percepito da Gissing è filtrato dal mito, il suo sguardo è preciso nella descrizione dell’orografia calabro-pugliese con la vegetazione di olivi ed eucalipti, agavi e oleandri, fichi d’India e cactus. Sedotto, come si diceva in apertura, dalla giustapposizione così ravvicinata di litorali e zone montuose. È la stessa peculiarità che cent’anni più tardi Francesco Biamonti individuava nel paesaggio ligure, interrogandosi sul mistero della sua bellezza in uno scritto su Civezza: “Che venga dal fatto che ha, sotto, la luce instabile del mare e, sopra, quella più ferma di un paesaggio montano?”. Un appassionato di Biamonti quale Marino Magliani ha persino immaginato nei cinque racconti riuniti in Peninsulario (Italo Svevo, 2022) che le valli liguri siano delle pseudo-penisole, chiuse da spalliere di monti e colte dalle alture rispettive fino al fondo valle, alla loro conclusione naturale, passando dall’aprico all’opaco (termini di calviniana memoria): “Forse non si dovrebbe parlare di vere e proprie vallate, ma piuttosto di penisole, di un pugno di estremità della regione costiera, i cui microcosmi, qua e là, esondano dai margini della finzione”. In quest’estremità nordoccidentale d’Italia, opposta e così somigliante alla punta dello stivale da ospitare una massiccia emigrazione calabrese, i personaggi di Magliani percorrono con lo sguardo valli che “non sembravano neanche collegate tra loro, ma emergevano dal mare come coltellate, e tutto quel vuoto di luce e ombre passava sulla città, sotto i ponti dell’autostrada, nella terra incolta, e poi su, tra le rupi. Gli occhi ne dettavano il ritmo, infilavano gli spazi, spartendo scogliere, palmeti, uliveti secchi e bruciati, ville quadrate, in genere bianche”.

Come sottolineava il protagonista di Le parole la notte (Einaudi, 1998) di Biamonti: “vi sono due Ligurie: una costiera con traffici di droga, invasa e massacrata dalle costruzioni, e una di montagna, una sorta di Castiglia ancora austera; io sto sul confine”. Magliani segue nei suoi racconti altrettanti io che tra le vallate e la costa di queste terre di passeurs si muovono senza sosta mettendo in relazione mondi che perdurano separati. Infatti, chi vive nell’entroterra chiama i rivieraschi “figui” perché piantano fichi, oramai oppressi da una speculazione edilizia irreversibile, e nel racconto Il muro di Jantje riserva scetticismo al protagonista che vuol costruire muretti a secco aggiungendovi un po’ di cemento con astuzia olandese perché “la Liguria intera crollava” e, come si dice da quelle parti, ogni autunno qualche muro “si siede”, ovvero collassa. Ma il cemento non l’usavano i contadini che per generazioni sono stati gli architetti migliori del paesaggio ligure. E Magliani cita le “cattedrali di ulivi” già cantate da Boine rinviando anche a Novaro, oltre che a Biamonti e Calvino – cui ha dedicato il suo romanzo più recente (recensito sull’“Indice” 2023, n. 6) – perché il paesaggio è sì un costrutto natural-antropico ma soprattutto un immaginario.

Per questo, le guide letterarie hanno sempre più fortuna. Nell’anno del centenario calviniano se ne possono citare almeno due su Sanremo: la nuova edizione di La città visibile. Luoghi e personaggi di Sanremo nella letteratura italiana (Lo Studiolo, 2023) di Romano Lupi, che ripercorre la belle époque sanremasca che vide il passaggio di Čajkovskij e altre visite illustri dopo il successo del Dottor Antonio (1855), scritto non a caso in inglese da Giovanni Ruffini, per poi dedicare molte pagine a Calvino; cui è rivolta per intero Italo Calvino, Sanremo e dintorni. Un itinerario letterario (Il Palindromo, 2022), progetto promosso dal Comune e realizzato con studenti dell’Università di Genova e di tre licei della provincia di Imperia guidati da Veronica Pesce e Laura Guglielmi che si sta traducendo anche in visite tra la città e i beodi che formarono in modo indelebile l’immaginazione del giovane Calvino.

L’olmo e i suoi racconti (Fusta, 2023) nasce invece da un progetto di scrittura “nel paesaggio” sostenuto dal comune di Ormea, arborescenza che esibisce le radici della sua genesi: la polifonia di quattordici voci corrisponde al gruppo che per più giorni è andato alla scoperta dell’Alta Val Tanaro, insieme agli scrittori Magliani e Voltolini e alla guida Marina Caramellino; il libro raccoglie le derivazioni letterarie singolari di quell’esperienza comunitaria (tra laghi con tritoni alpini, imprevisti scorci del mare lontano e le vestigia post-industriali della ex Cartiera di Ormea) che si è fatta indagine nelle temporalità del non umano e dell’umano. Vedere il tempo (perfino il tempo mitico, come fece Gissing) nello spazio è un esercizio quanto mai appassionante a ogni angolo della nostra penisola.

claudio.panella@unito.it
C. Panella è dottore di ricerca in letterature comparate all’Università di Torino