Aldo Nove – Pulsar

L’inventario demente del caos

di Danilo Bonora

Aldo Nove
Pulsar
pp. 240, € 17
il Saggiatore, Milano 2024

Una sera di molti anni or sono a casa di Tommaso Pellizzari, giornalista del “Corriere”, Aldo Nove e Tommaso Labranca aspettavano trepidanti l’arrivo per cena di Paola e Chiara, cercando di darsi un tono con una conversazione sul tema “fenomenologia della conoscenza”. Labranca rammentava “con la vaghezza di un sogno” le “due divine” che narravano delle loro crisi e dei loro successi. Pensava che se si potevano apprezzare gli ultimi quartetti di Beethoven solo dopo aver letto Goethe, si afferrava pienamente Vamos a bailar solo dopo aver sentito il loro racconto della crisi, della rinascita e del viaggio sciagurato alle Seychelles. Partito dallo stereo Pensami di Julio Iglesias, i cinque avevano fatto karaoke con qualche luccicone, tanto da far sospirare Nove sulla strada del ritorno: “allinizio eravamo intellettuali da una parte, cantanti dallaltra… ma dopo siamo diventati tutti gli stessi disperati”. Trash ed erudizione, canzonette e accademia: era il 2001 e una storia così, teoricamente incomprensibile per la Gen Z, potrebbe avere una nuova vita, almeno didattica. Non tutto è perduto, visto che Paola e Chiara hanno fatto Sanremo 2024 e Nove scritto un altro libro, inoculandoci qualche speranza di trovare un contatto con la neospeciazione persa dietro al virtual porn e alle smorfie di Bella Poarch su TikTok.

Pulsar è una stella a neutroni, residuo dell’esplosione di una supernova, in cui resta una sorgente di onde a brevi impulsi; nell’opera di Nove sorta di cippo simbolico del “vert paradis” (et enfer) dell’infanzia, più lontana dell’India e della Cina. Pulsar si compone di una prima parte abitata da una fanciullezza pop circondata di oggetti, strani adulti, suoni enigmatici e favolosi da shoegaze tipo Slowdive o Bowery Electric. Richiama il Benjamin di Infanzia berlinese, il bambino avvolto in reticoli di melanconiche allucinazioni, che – commentava Calasso – dopo aver indossato le vesti adulte del flâneur, si muoveva fra le quinte della città come nel mondo cifrato della stanza dei giochi. La seconda parte corre dagli anni ottanta a oggi e oltre, ospitandovi un cruciverba di prose versificate, morbide lasse da canzone dottrinale e amorevole. Sulle orizzontali l’Ovomaltina a colazione, Speedy Gonzales, le matite Giotto, i New Order; sulle verticali l’uomo sulla luna, la tragedia protomediatica di Alfredino caduto nel pozzo insieme agli italiani del boom incollati alla tv, Taylor Swift, le lettere interpolate di Michele da Cuneo, sbarcato nel 1495 in un’isola caraibica “appopulata de Cannibali” (Ammaniti, Galiazzo, Scarpa, Santacroce…), riprodotti in una litografia alla fine del libro.

Siamo nell’High Modernism più impegnativo, tra slanci utopici e nostalgie di un mondo precedente la disso­ciazione della sensibilità, a dimostrazione che il postmoderno scafato dei “giovani scrittori” fine secolo scorso è lontano. Il nuovo tassello dell’infinita autobiografia di Antonello Satta mostra un intellettuale veemente con sfumature di erudito macaronico tardorinascimentale, inventivo e bizzarro per saturazione culturale, ribelle e sgobbone, serio e clownesco, filologo e distruttore della lingua come sistema. Diffidente di ciò che Barthes chiamava écriture – il linguaggio statico di un’epoca, ideologicamente solidale con l’esistente – è un poeta in perenne ricerca di uno “stile”, dell’espressione “biologicistica” del sé (sic in un’intervista), del tono di voce nativo. Espunta dal pessimismo del pensiero religioso e/o platonico, la storia – Clio, la “pavoncella” “che fa su e disfa” di Zanzotto – lascia il posto all’ansia di classificare e all’inventario demente del caos. Invertita la polarità weberiana del disincantamento del mondo”, razionalizzazione totalitaria killer dell’armonia premoderna (la Stimmung, fusione di sentimenti tra io e natura, ripercorsa dal grande Spitzer), l’autore ritiene che oggi funesto sia proprio l“incanto”, lintonazione con un non-io fasullo, annidato nella gabbia idolatrica in cui saltelliamo come canarini col cellulare nel becco. Sono necessari il risveglio e l’accanita ricerca dei bug nel sistema per aprire prospettive uccise da trecento anni di materialismo grossolanamente fideistico”.

Vasto programma, disseminato in una bibliografia massiccia, dai racconti di Woobinda (Castelvecchi 1996, Einaudi 1998) – dove lo scrittore si è fatto scriba della pubblicità e dell’idiozia mediatica dilagata negli anni novanta, vero inizio del millennio – fino ad Anteprima mondiale e soprattutto alle numerose plaquette di versi, autentica passione dell’autore. L’equivoco nel successo di Woobinda fu quello di un consumo comico-consolatorio delle abiette effrazioni di burattini inverosimili posseduti dal demonio mediatico, in fondo classiche maschere dei “peggiori di noi” della commedia aristotelica, ridicole e deformi. C’era evidentemente ben altro.

Possiamo sentirci un po intimoriti dalla cultura fin troppo eclettica di uno scrittore che vorrebbe realizzare il sogno ottocentesco di rappresentare la realtà meglio delle altre arti, bypassando la questione della corrispondenza tra linguaggio e materia tramite l’imbocco dello svincolo in direzione metafisica, neurolinguistica e Oriente (lontano dai religiosi da pasticceria”), tra Lacan, Bruner, Damasio, il gesuita Panikkar, Agostino, l’induismo di Ramana Maharshi, la teologia di Romano Guardini e le aporie della quantistica. Tanta roba, che ci porta fuori dall’estetica tuffandoci nelle temibili scienze morali; la verità (altro dalla realtà) non è esprimibile con l’italiano dei telequiz, libera com’è dalle imposizioni del principio di non contraddizione.

Al postutto si può dire di Pulsar quello che borbottava Lacan dei lettori dei suoi impervi Écrits; secondo lui li leggevano, pur non capendoci niente, perché “ça leur fait quelque chose”, precisando di non averli pubblicati perché fossero decifrati ma perché fossero sentiti, come un sintomo o un delirio o un elettroshock, sulle orme di Nietzsche, Joyce, Beckett, Artaud, roba tosta che non si può mandar giù come uno shottino: consigliabile anche qui un grande rosso da meditazione.

bonoradanilo@gmail.com
D. Bonora è dottore di ricerca in italianistica alle Università di Padova e Venezia