Francesco Pecoraro – Solo vera è l’estate

Genova: la fine di ogni cosa

di Matteo Fontanone

Francesco Pecoraro
Solo vera
 è l’estate
pp. 208, € 16,
Ponte alle Grazie, Milano 2023

Nel luglio del 2001 il movimento no-global ha raggiunto il suo apice. È vero che dopo gli scontri di Göteborg anche su Genova iniziano a circolare voci sinistre, è vero che non tira un’aria rassicurante, ma a un’esperienza di contestazione così ambiziosa, e di queste proporzioni, non si era più abituati. “In questi anni, – dice Francesco Pecoraro allinizio del suo nuovo libro, – sta cominciando qualcosa di grosso e sta finendo molto altro”. Ciò che sta per cominciare però non è nemmeno immaginabile, e il G8 sarà il funerale politico di una generazione intera.

Giacomo, Enzo e Filippo sono amici da sempre, tutti e tre pigramente di sinistra: il loro è un impegno annacquato, dovuto soprattutto al fatto di aver frequentato il liceo Mamiani di Roma, roccaforte e fucina del movimento studentesco. A Genova non ci vanno, hanno organizzato un fine settimana sul litorale; seguiranno alla radio lo svolgersi degli eventi, commenteranno le prime notizie, si mostreranno dispiaciuti, indignati, increduli e spaventati quando sarà necessario, ma senza mai la parvenza di una reale adesione. Biba è il quarto membro del loro gruppo. Non avvisa nessuno, e il venerdì mattina all’alba parte con una collega insegnante su un pullman dei Cobas: più che mossa da chissà quale urgenza ideologica, ha una sorta di sesto senso. Vuole vedere con i suoi occhi e partecipare, capisce che sta succedendo qualcosa di importante. Non può ancora saperlo, ma da lì a poche ore il cadavere di Carlo Giuliani – insieme alla ferocia dei pestaggi lungo via Tolemaide e alle torture impunite della Diaz e di Bolzaneto – sancirà la fine di una stagione politica. Nel mondo a venire, di tutta quella mobilitazione non rimarrà traccia se non nelle aule di tribunale e nel trauma di chi c’era.

Quattro anni dopo Lo stradone (Ponte alle Grazie, 2019), Francesco Pecoraro torna al romanzo. Rispetto ai suoi standard lo fa con una storia più snella, meno voluminosa, ma i lettori ritroveranno la sua capacità di leggere il mondo e di indagare il presente, la cinica sfiducia verso i nostri giorni e la resa all’assenza di senso, all’inautentico, al collasso della società. Messa in questo modo sembra di avere a che fare con un autore cupo, eppure in questo suo pessimismo si agita sempre un’inesauribile tensione a capire, a interrogare la realtà e osservare la sciatteria dei fenomeni contemporanei. Per la prima volta oltretutto Pecoraro sceglie di gestire il suo ruolo di narratore con un punto di vista che si appoggia quasi perfettamente allo sguardo in presa diretta dei personaggi, ma allo stesso tempo conserva il suo solito spirito divagante, flussi di ragionamenti e considerazioni che vengono da lui, e che lui rovescia nel testo: con la sua scrittura speculativa, quando racconta i processi politici e sociali degli ultimi decenni Pecoraro sembra misurare su di sé, relitto del Novecento, cos’è cambiato da allora.

Si dovrebbe dire, poi, della sua propensione a mettere in scena il cazzeggio di Giacomo, Enzo e Filippo, la GEF, e dell’efficacia con cui restituisce stilisticamente quel tipo di parlato: non c’è momento in cui la loro comunione è più viva che nel rituale maschile del branco. Non è un caso che per raccontare un salto cruciale come quello dell’estate del 2001 l’autore si affidi a tre personaggi nella media, quando non proprio mediocri. Certo, ognuno di loro ha degli acuti e delle nicchie d’intelligenza – uno è un intellettuale d’accademia, l’altro ha una spiccata sensibilità per l’osservazione del paesaggio e delle architetture, l’altro ancora si porta addosso il carisma e la naturalezza di chi attraversa gli spazi sapendo di piacere alle donne –, ma sono anche pieni di ottusità, piccolezze, povertà morale; la loro stessa amicizia, per quanto l’affetto nato dalla consuetudine sembri sincero, è segnata da un’omissione. Al centro di questo triangolo c’è Biba, che ha un segreto con ognuno di loro. Giacomo è il fidanzato ufficiale (e questo lo sanno tutti, ma non conoscono le complesse dinamiche di potere e sottomissione della coppia), Enzo e Filippo sono gli amanti, che però ignorano l’uno il ruolo dell’altro.

Quando i tre ragazzi parlano dei manifestanti che marciano verso la zona rossa di Genova lo fanno in prima plurale, usando il noi, ma in fin dei conti non saprebbero nemmeno se definirsi no-global o meno; ciò che davvero li coinvolge è la cena di pesce che li attende nel centro di Anzio, le vongole e il vino bianco, poi lo struscio al porto e la seconda casa di una cugina dove si terrà una festa. Questa successione di gesti, per Pecoraro, corrisponde all’adesione – involontaria e perciò ancora più netta – a una prospettiva piccolo borghese e pacificata, postideologica, post-tutto: è estate, fa caldo, nulla è più importante che sfuggire all’afa, Genova sembra lontanissima.

Biba invece al G8 ci arriva, e si unisce al corteo che dallo stadio Carlini scende verso il centro blindato, dove Berlusconi ha fatto mettere i fiori e ha vietato che si stenda il bucato alle finestre. È qui che Pecoraro tematizza di nuovo un pensiero già presente in uno degli episodi chiave della Vita in tempo di pace (Ponte alle Grazie, 2013), che detto con candore è probabilmente il più grande romanzo italiano del nuovo millennio, quando il protagonista Ivo Brandani si trova coinvolto negli scontri sessantottini davanti alla Sapienza. In quel momento, avverte per la prima volta il pericolo come qualcosa di tangibile, che lo riguarda in prima persona: capisce che per qualche strano meccanismo di causa-effetto lui quella mattina potrebbe anche morire. E allora, per non diventare un santino né un martire, per paura e per attaccamento alla vita, si sfila.

Nel documentario Assalto al cielo, montato da Francesco Munzi con materiali d’archivio risalenti al decennio tra il 1968 e il 1977, la voce di un ascoltatore alla radio riflette sul valore della vita umana in relazione alla lotta politica: “Quando ho sentito al telegiornale dei due fascisti uccisi ho detto bene, son contento, però poi ci ho ripensato, eran dei fascisti, ma sono dei ragazzi come me”. Ecco, siamo qui: come Brandani, così anche Biba. Che nel momento esatto in cui si troverà al centro di tutto, mentre intorno a lei è il caos e i celerini spaccano teste con calci e manganelli, deciderà di non assecondare quella pulsione di morte: “Niente vale la vita di nessuno, niente vale la mia vita, niente vale niente, vale solo vivere, morire non è un atto politico, è solo morire. (…) Io che c’entro? Ero solo venuta a vedere e adesso lì c’è un ragazzo morto”. Biba scapperà dalla città in battaglia, riuscirà a saltare su un treno notturno, arriverà infine ad Anzio. E lì racconterà per sommi capi quello che ha visto, ma in fondo sarà già passata oltre, avrà già la testa altrove.

Attraverso i suoi ragionamenti, che filano velocissimi pompati dall’adrenalina e dalla paura, Pecoraro rappresenta la chiusura simbolica di quella generazione con la politica, e quindi il tramonto di un’epoca, lo smantellamento definitivo di ogni sogno comunitario: “Finisce qui ogni cosa, ogni gioco di prima, ogni scherzo, gli scherzi sono finiti, c’è da mettere a frutto l’essere vivi, fare qualcosa (…). Niente di ciò che sta accadendo a livello globale può essere fermato”. Quella di Biba è una presa di coscienza amara, ben diversa rispetto all’apatia in cui sprofondano i suoi tre amici: è una bruciatura, l’ingresso in un’età adulta dove vale solo l’io e ognuno corre per sé. Giacomo, Enzo e Filippo erano a mangiare pesce al porto, lei almeno ha provato a lottare: l’esito però è lo stesso ripiegamento, la loro stessa rinuncia a ogni forma di conflitto. È un weekend di fine luglio, e mentre quattro ragazzi si guardano di sottecchi su un terrazzo, vanno a fare il bagno e provano a decifrare come funzionano i rapporti tra di loro, Genova sembra di nuovo lontanissima.

matteo.fontanone@gmail.com
M. Fontanone è italianista e consulente editoriale

Poi all’improvviso uno sparo

di Giorgio Morbello

In un caldo fine settimana di un luglio di inizio millennio, Biba, Giacomo, Enzo e Filippo, trentenni, amici “storici” sin dai tempi del liceo, si ritrovano sospesi tra Roma, Anzio e Genova: detta così la trama di Solo vera è l’estate di Francesco Pecoraro pare riecheggiare Il sorpasso di Dino Risi o un albo di Zerocalcare o uno dei tanti film o romanzi generazionali. Ma questi non sono due giorni qualunque: sono il 20 e il 21 luglio 2001: G8, Genova, Carlo Giuliani. Fino dalle prime pagine questi eventi tragici soffiano sui protagonisti, giovani di Roma nord, figli di una piccola/media borghesia che sull’onda del ­boom economico ha conquistato una “posizione”, un agio, una tranquillità economica di cui ora godono.

L’autore, architetto e urbanista, ancor prima che scrittore, descrive con competenza e vivacità i quartieri dove vivono e sono cresciuti, così come il panorama della “Nettunense” verso Anzio, e poi le villette pretenziose nei pressi del litorale: un paesaggio che è allo stesso tempo specchio e artefice delle identità dei personaggi. “Giacomo Enzo e Filippo appartengono alla città, sono la città”. Il liceo Mamiani, quello più di sinistra nella geografia dei licei romani, è l’humus che li ha allevati con i sui riti politici che nei tardi anni ottanta erano già decisamente sbiaditi: si dichiarano di sinistra più per consuetudine e pigrizia che per convinzione. Sentono il movimento del Social Forum come un qualcosa con cui dovrebbero confrontarsi, perché in teoria è lì che dovrebbero stare, eppure tra un “non ho capito bene la questione”, uno stantio “lo Stato Imperialista delle Multinazionali”, e il peso delle ambiguità dei rispettivi rapporti con Biba, tre di loro, Giacomo, Enzo e Filippo, non badano più di tanto a quello che sta succedendo a Genova e decidono per noia di andare ad Anzio a una festa che si preannuncia “sfigata”, nella speranza adolescenziale di una qualche avventura tanto erotica quanto improbabile. Le loro vite, i loro destini, i loro lavori provvisori e malfermi sono tipici di quella generazione di mezzo, sospesa tra le certezze novecentesche dei genitori (il posto fisso e la tranquillità economica, ma anche il posizionamento sociale, le idee politiche, il Pci e la Dc) e un futuro ignoto, informe. Sono la prima linea del precariato, che in quegli anni sta affermandosi come una condizione nuova e magari anche eccitante di stare al mondo: “Sii imprenditore di te stesso!”. Che figo!

Eppure a 500 km dalla festa di Anzio centinaia di migliaia di persone hanno la convinzione che il mondo stia prendendo una brutta piega. Il “movimento” è informe, variegato, di difficile comprensione anche per chi ne fa parte. Le istanze sono diverse e non sempre in armonia tra loro: pacifismo, critica ai mercati finanziari, ecologia, biodiversità, diritti dei migranti… Nel 2001 siamo già nella società “liquida”, non è pensabile una struttura, un partito, una narrazione unitaria, forte e condivisa. “Un altro mondo è possibile” gridano i manifestanti: sì, ma quale? In questa mancanza di struttura, di ideologia, di disciplina (sono le sue parole), Pecoraro vede la debolezza di un movimento che non è riuscito neppure a darsi nome. “No global” è infatti un termine giornalistico tanto estraneo alla forma che ai contenuti di quella esperienza abitata in realtà da persone di tutto il mondo: internet era uno strumento usato anzi esaltato nelle comunicazioni, la globalizzazione era un orizzonte che affascinava perché richiamava l’idea di libertà, di movimento delle persone e non solo delle merci, di diritti e condizioni di vita dignitose per tutti i cittadini del mondo.

Lo sparo in faccia a Carlo Giuliani, il sangue e le ossa rotte, i fumogeni, il “trum trum trum” dei famigerati tonfa che battono sugli scudi, la Diaz e Bolzaneto hanno spazzato via tutto. Il Requiem al movimento e a tutte le forme organizzate di antagonismo a quella visione dominante del mondo arriverà di lì a poche settimane in un’altra memorabile giornata della storia. Eppure a distanza di oltre vent’anni occorre riconoscere una certa capacità profetica a quelle parole. Niente per cui si possa cantare vittoria, ma quelle idee hanno mantenuto una qualche vitalità: il covid ha riportato l’attenzione sulla sanità pubblica e sui brevetti dei farmaci (nel 2001 si trattava di quelli per contrastare l’hiv), il tema delle delocalizzazioni e dello sfruttamento degli operai nei paesi in via di sviluppo è ancora sul tavolo, così come la proposta di una maggiore tassazione degli scambi finanziari, le questioni ecologiche e i diritti individuali sono tutt’oggi al centro del dibattito, mentre lo stesso concetto di globalizzazione dei mercati ha scontato tutte le proprie contraddizioni quando si è confrontato con una Cina divenuta colosso mondiale e una guerra nel cuore dell’Europa.

Quando i quattro amici si ritrovano, chi ancora stordito dall’alcol, chi sconvolto dalle esperienze vissute, ad Anzio, nella casa di famiglia di Enzo, non possono ancora averne coscienza, ma la storia ha indirizzato le loro vite e quelle di milioni di loro coetanei e al lettore non resta che chiedersi “chissà che ne è, oggi, di loro?”. Pecoraro ci consegna un indizio nelle ultime pagine del romanzo. Un bagno nel mare al tramonto, con i pensieri subacquei rivolti alla prossima riunione, al rapporto ambiguo con il capo e alle possibilità che potrebbe aprire, è allora il lavacro, il battesimo, il passaggio a un’età adulta “normalizzata” fatta di posto di lavoro, di carriera, a un’età (finalmente?) liberata dal Mamiani: lunedì si va in ufficio. Hanno vinto “loro”.

giorgio.morbello@gmail.com
G. Morbello è insegnante e giornalista