Marco Rossari – L’ombra del vulcano

No se puede vivir sin amar

di Jacopo Turini

Marco Rossari
L’ombra del vulcano

pp. 176, € 18,
Einaudi, Torino 2023

L’ombra è quella di Sotto il vulcano di Malcolm Lowry, e il vulcano di Lowry sono in realtà due: Popocatépetl e Iztaccíhuatl, che sovrastano Cuernavaca e la Valle del Messico. Il primo – “la montagna che fuma” – è attivo, il secondo – “la donna bianca” – dormiente. Si può parlare di cime gemelle, di quello che in inglese si chiama double summit, e in spagnolo pico doble, anche per L’ombra del vulcano di Marco Rossari. In una Milano torrida e allucinata, l’autore intreccia due storie, due cime cresciute sulla stessa camera magmatica: la fine di un lungo amore, e la traduzione di un libro maledettoappunto, Sotto il vulcano, capolavoro del tardo modernismo che Rossari ha ritradotto per Feltrinelli nel 2018.

Una delle frasi simbolo di Sotto il vulcano, la storia autodistruttiva del console inglese Geoffrey Firmin, è “No se puede vivir sin amar”. Il romanzo di Lowry si svolge proprio a Cuernavaca, nel corso del Día de Muertos del 1938. Sul filo di amore e morte, Sotto il vulcano racconta la discesa all’inferno del protagonista alcolizzato, inaspettatamente raggiunto in Messico dalla ex moglie Yvonne, e dal fratellastro Hugh, di cui lei è stata amante. Firmin, trasfigurato dalla sofferenza d’amore e dall’alcool, è un personaggio ormai incapace alla vita.

L’ombra del vulcano segue la scia del collasso del console, che diventa “inquieta proiezione” del Rossari narratore e personaggio, sia nei termini del dolore amoroso sia, non secondariamente, in quelli del rapporto con il bere. Il lavoro di traduzione di Sotto il vulcano si fa inevitabilmente mise en abîme, su diversi piani. Infatti, oltre a essere un libro sull’amore e sulla sua fine, L’ombra del vulcano è anche una meditazione sulla traduzione e sulla letteratura – o anzi, è un libro sull’amore proprio per questo: cosa vuol dire aderire al mondo creato da un altro, non avendo più il proprio come appiglio?

L’atmosfera allucinata di Sotto il vulcano viene quindi traslata nell’estate di una Milano deserta e a tratti squallida, in un sottobosco di bar di periferia che fanno il verso alle cantine messicane dove il console Firmin beve fino all’incoscienza. Queste immedesimazioni e immagini riflesse sanno quasi di parodia: in compagnia di un amico, chiamato non casualmente Piccolo Console e non casualmente di mestiere becchino, il narratore, intellettuale sempre più sbronzo, meschino e triste, si imbatte in brutti ceffi, pervertiti, scrittori depressi. In queste atmosfere bukowskiane, il narratore spesso parla di libri e di letteratura. Con ironia e pure un certo cinismo, L’ombra del vulcano non si risparmia sul mondo delle lettere, e soprattutto sul lavoro letterario, inteso anche come una girandola di ambizioni frustrate e di ricerca di riconoscimento. Questi aspetti tossici aprono al parallelismo con la dipendenza dall’alcool; l’equilibrio allucinatorio tra intossicazione, euforia e momenti di lucidità pertiene, per il narratore, tanto al bere quanto allo scrivere.

Le convergenze tra console e narratore, tra libro e racconto, si sviluppano ovviamente anche su un piano meno immediatamente mimetico. La città – che, forse, è il vero spazio magmatico della storia – è il luogo dove le tracce dell’amore perduto si stratificano, nell’evocazione continua e straziante dei fantasmi della relazione: “In quell’estate mi bastava pochissimo per crollare. Una foto, il dettaglio di un film. E il ricordo era lì. Come una canzonetta o un tarlo impossibile da allontanare”. Milano, fatamorgana distorta dalla canicola, è città-palinsesto che contiene tutti i miraggi dei luoghi e delle forme della relazione. Il narratore si ritrova a vagare nei suoi spazi dell’assenza, sovrapponendo la mappa dei ricordi e delle immagini dei viaggi fatti con la ex compagna: “non potevo non pensare ai nostri viaggi esotici. ‘Giretti’, li chiamavamo. Anni prima avevamo dormito su un’isola che era un vulcano. E di notte, dalla nostra camera in affitto, si sentivano i rimbombi. Tum, tum. Respiro, battito, tamburo ossessivo della terra”.

Questo suono, che scandisce tutto il libro, altro non è che il battito del cuore del narratore, già malandato per un infarto, causato da una brutta pericardite virale sviluppata in gioventù. I medici credono inizialmente che la malattia sia dovuta a un eccesso di alcool e cocaina; per il narratore, già allora, è mal d’amore. Il racconto della malattia cardiaca, di cui Rossari aveva già scritto nel romanzo d’esordio, Perso l’amore (non resta che bere) (Fernandel, 2003), apre a un altro piano portante di L’ombra del vulcano, e cioè il corpo. A conti fatti, chi traduce è una figura quasi invisibile e incorporea – l’ombra di un autore o di un’autrice – per quanto si dica sempre che la traduzione sia un lavoro materiale, un corpo a corpo con il testo. A questa formula non si sottrae nemmeno Rossari: “Tradurre significa anche salire sul ring insieme a un altro scrittore e uscirne con le ossa rotte”. Ma il Rossari narratore è incorporeo soprattutto perché vive nelle intercapedini della separazione, incastrato tra i ricordi e una nuova quotidianità senza più riferimenti. In una città di fantasmi, e in parallelo al racconto della traduzione, Rossari è implicitamente alla ricerca della propria corporeità. Gradualmente, anche buttandosi via negli eccessi alcolici e nel sesso occasionale, il traduttore cerca di prendere consistenza, per dare una forma riconoscibile al dolore e, finalmente, per perdercisi del tutto o sopportarlo.

A un certo punto del racconto, il narratore deve far fronte a un problema idraulico. Gli scarichi del lavandino della cucina e del bagno sono bloccati, l’acqua non scende e minaccia di esondare. Come affermano a turno gli idraulici impotenti, le tubature della casa sono tutte collegate: non è chiaro né in che punto della casa, né a che profondità sia localizzato il blocco. Così, la casa, la città e il narratore sono tutti e tre corpi malati, intasati da un comune ammasso sconosciuto. L’eiezione – per restare nella terminologia vulcanica – viene stimolata dalla scrittura e dalla riscrittura, che diventano quindi parte del processo di guarigione.

Se Sotto il vulcano è una discesa agli inferi – Popocatépetl opprime, schiaccia verso terra – L’ombra del vulcano aderisce già al fondo, inizia dalle tubature intasate. Il movimento, semmai, è opposto: dal basso verso l’alto. Rossari è però troppo lucido e consapevole per lasciare la guarigione come messaggio conclusivo; il potere salvifico della letteratura – eventualità già non necessariamente valida per la vita di Lowry stesso, a sua volta scrittore perduto nell’alcool – semmai, è argomento di riflessione ulteriore. Da cosa ci si deve salvare, scrivendo? E ancora, la letteratura si nutre di traumi, di sofferenza, di senso di colpa?

L’ombra del vulcano è un altro libro sulla solitudine e sulla crisi di un maschio di mezza età, sul suo sforzo goffo e quasi competitivo di dare un senso alla propria vita (e una forma alla propria morte). Le pagine rivolte alla ex compagna, le più sincere e dolci del libro, sono quelle dove si possono trovare le risposte migliori al perché si scrive. Per Rossari, la tristezza è una verità impossibile da raccontare: “i fatti sono crudi, non hanno bisogno di scrittura. I fatti non vogliono la letteratura”. I ricordi forse sì. Con la separazione, le parole si disperdono nell’etere; la separazione è, soprattutto, la perdita di un interlocutore. L’ombra del vulcano, alla fine, è anche un modo per continuare la conversazione. Forse per salutarsi meglio, forse per avere l’ultima parola.

jacopo.turini12@gmail.com
J. Turini è dottorando allo University College di Cork

 

Stare a mollo nelle lettere e nella sintassi

di Elisabetta d’Erme

Scrive Walter Benjamin in Il compito del traduttore: “Se c’è una lingua della verità, in cui gli ultimi segreti intorno a cui ogni pensiero si affatica son conservati, questa è la vera lingua. Ed è intensivamente nascosta nelle traduzioni: presentirla e descriverla è la sola perfezione a cui il filosofo può aspirare”. È questa la lingua che Marco Rossari “traduttore” ha usato nella sua splendida versione in italiano del romanzo monstre di Malcolm Lowry Sotto il vulcano, uscita nel 2018 per Feltrinelli. È però anche la lingua usata da Marco Rossari “scrittore” nel suo ultimo libro, L’ombra del vulcano, per mettersi a nudo, con le sue debolezze, gli egocentrismi, le malattie cardiache, i suoi giri in una Milano notturna per baretti e baracchini, frequentati da barcollanti alcolisti. Difficile catalogarlo nel genere romanzo, questo libro è una introspettiva riflessione sull’abbandono di chi si ama, sull’alcol, su uno dei grandi testi letterari del XX secolo, ovvero Sotto il vulcano e – soprattutto – è una meditazione sulla traduzione.

Nel suo libro legato a doppio filo al romanzo di Lowry, così descrive Rossari l’esperienza di traghettatore di senso tra lingue diverse: “Bilanciare, sostenere: scegliere. Stare a mollo nelle lettere e nella sintassi, fermarsi e ripartire, sprofondare in un mondo sommerso, adeguarsi agli abiti altrui, abitare una casa sconosciuta, perdersi nell’identità di un estraneo per poi lentamente riemergere, ritrovarsi. Era come innamorarsi. Non era solo capire l’altro, era anche capire sé stessi, le proprie potenzialità, i propri limiti. Mutare. E non in modo reciproco, ma erotico: grazie al contatto, allo sfregamento con qualcun altro. La lingua sulla lingua. Il corpo del testo sul corpo del testo”.

Marco Rossari, milanese, classe 1973, viene contattato nel 2017 da Feltrinelli con la proposta di tradurre Sotto il vulcano dell’inglese Malcolm Lowry (1909-1957). “La Divina commedia ubriaca, il romanzo fatale del Messico, la sbornia come lucida indagine sulla condizione umana, eccetera. Uno dei capolavori illeggibili del Novecento, che o si ama o si odia. “Tutte stronzate” dichiara Rossari, che quel libro l’ha letto e riletto e amato fin da giovanissimo. Così, nel mezzo d’una calda e alcolica estate milanese, in piena crisi per la fine d’un rapporto d’amore decennale, Rossari accetta la sfida di proporre ai lettori italiani una nuova versione del masterpiece di Lowry (già tradotto nel 1961 da Giorgio Monicelli per Feltrinelli e che, nel 1984, era stato trasposto per il grande schermo da John Huston con Albert Finney nel ruolo del console e Jacqueline Bisset in quello di Yvonne). Rossari s’immerge nel testo come in uno specchio, al tempo stesso pericoloso e consolante. I ricordi dei tanti viaggi in luoghi esotici e lontani, intrapresi assieme alla sua ex-ragazza, si confondono con le pagine in cui il Console Geoffrey Firmin, ormai all’ultimo stadio dell’alcolismo, ripercorre la sua vita passata assieme a Yvonne, la moglie bella, innamorata ma infedele, che lo ha lasciato l’anno prima.

Il romanzo di Malcolm Lowry, ambientato in una lussureggiante Cuernavaca, s’apre con un prologo e si svolge nel 1938, in una unica fatale giornata, il 2 novembre (in cui in Messico si festeggia con grande dispiego di maschere il Giorno dei Morti). La diegesi del racconto procede poi per capitoli affidati ora al console, ora al fratellastro Hugh (un amante della moglie), ora a Yvonne, che proprio quel giorno è tornata dal marito, ma ormai troppo tardi per salvarlo. Romanzo travolgente, che nel libro di Marco Rossari rivive e pulsa di commozione e stupore. “No se puede vivir sin amar” è la scritta che campeggia sulla casa del regista Laurelle, ma anche il refrain che percorre il romanzo di Lowry, fino all’ultimo pensiero del console morente, ucciso per sbaglio da paramilitari fascistoidi fanatici e corrotti. Ed è anche l’esergo del libro in cui Rossari mette a confronto la propria sofferenza per la fine di un amore col dolore cosmico narrato da Lowry. “Che cosa finisce? L’amore? Il sesso? La stima? L’amicizia? La comprensione? L’empatia? Lo slancio?” si chiede lo scrittore e la risposta sembra darla uno dei tanti alcolisti che incontra di notte, che gli racconta d’aver letto ad alta voce alla sua ex il romanzo di Lowry: “Stare a mollo nelle lettere e nella sintassi. – Ci piaceva leggerci le cose… Non so perché. Le ho letto un sacco di roba. Tipo audiolibro. Ma con il Vulcano è stato diverso. Lì ci siamo come disamorati dell’amore. Sono rimasto così senza dire niente. – Abbiamo capito che stava finendo e che era giusto capirlo. E che c’era una bellezza in quell’ultimo riflesso… E tutti e due eravamo sia l’uomo che la donna del libro. Sia il… – Il Console, – ho mormorato. – Esatto. Sia il Console che … Yvonne, no? – Ha appoggiato il bicchiere. – E piangevamo tanto, tantissimo. Era come se stessimo piangendo in anticipo per quello che sarebbe accaduto di lì a poco anche a noi”.