Carlo Maria Masselli – Di padri e tritoni

Nella mattanza risuona la Cialoma dei pescatori. È la Madonna a issare le reti, è Cristo a stringere gli arpioni con le mani trafitte, il suo sangue affratellato al sangue dei tritoni. I pescatori hanno voci ruvide di sale e voci giovani in cui il mare è avventura, e cantando impongono ordine all’acqua tumultuata di rosso dalle code in agonia. Anno buono, questo, pesca ricca. Il rais l’aveva detto. La sua voce arriva a Carmine netta e potente, e Carmine pensa, mentre le sue braccia – le braccia di Cristo – calano l’arpione in acqua, ai silenzi che il padre stende sulla casa in cui vive insieme a lui e Agata: non alla polvere, alle mura solide o ai cari è destinata la voce del rais; ma al mare.  

Pensa questo, Carmine, e intanto issa un tritone a bordo, lo finisce con un colpo dietro la testa – l’unico scarto di una preda che è ricchezza in ogni sua parte. Vorrebbe diventare, Carmine, una collana di squame luccicanti sulla pelle bruna delle isolane, o il piatto forte della festa della Santa Vergine a settembre; vorrebbe sbriciolarsi le ossa in polveri con cui colorare i capelli, donare il suo grasso alle lampade che guidano i marinai nella notte. Ma per lui dopo la morte ci sarà la tomba, come per tutti, e prima una vita da rais, onore suo e di nessun altro, quando il padre cederà agli anni e al sole che già gli macchia la pelle, e diverrà parte di quella terra a cui ha concesso solo silenzio. 

Col tempo il sangue tornerà blu, tornerà mare. Tuona la voce del rais, ed è minaccia contro i gabbiani, ora, e guida dei pescatori ansimanti, che subito si mettono a recitare il Pater noster e, impugnato il coltello, liberano i corpi del pescato dai volti che li infestano. Quelle smorfie da bimbi vecchi raggiungeranno il fondale, ma prima entreranno in un sacco su cui è cucita una croce, e il sacco salirà sulla barca di Bicchinu, che ha seguito la mattanza da lontano e adesso rema verso la camera della morte. Mentre affonda il coltello nelle squame, Carmine immagina l’ultimo viaggio delle teste: i pescatori a mormorare un eterno riposo e Bicchinu che rema, ignorato dai gabbiani d’assalto alle bastarde, fino al punto di cui è il solo custode. Si fermerà quando i corpi dei tritoni saranno già allo stabilimento, presto cibo per ricchi e per poveri, gioielli e carburante, olio e tinture. Carmine non sa quale preghiera reciterà vuotando il sacco tra le onde, ma è convinto che il mare ne pretenderà una. Le teste affonderanno accompagnate dalla voce di Bicchinu, smorfie dopo ogni metro più indecifrabili e scure, finché, toccato il fondale, si uniranno alle antenate che lì riposano: per sempre evitate dai pesci, dalle meduse e dai granchi, ché della testa dei tritoni nessuno nel creato vuole avere un assaggio. 

Carmine a volte sogna un cimitero di smorfie nel buio. Tanti bimbi vecchi che non saranno mai teschi, costretti a scrutare gli abissi in eterno.  

Un re, disperato per la malattia che relegava a letto sua figlia, fu indotto da una strega a darle in pasto la testa di un tritone. Se la mangerà, disse la megera, sarà libera dal male che l’affligge. La principessa lasciò allora il baldacchino, e sorretta dal padre raggiunse la sala da pranzo, dove iniziò a masticare occhi velati, guance raggrinzite, materia grigia scodellata da un cranio. Il re la incoraggiava a non sprecare nulla, e lei, figlia devota, mandava giù i bocconi con vino nero che salava di lacrime – più mangiava, più affannava i servi a colmarle il calice. Nella sala echeggiavano deglutizioni e singhiozzi, tintinnavano le posate nel teschio svuotato, finché, all’improvviso, cessò ogni rumore. Un sorriso si allargava sul volto del sovrano: la principessa si era alzata in piedi da sola, aveva la schiena dritta e la pelle accesa di vita; era la figlia sana dei sogni del padre. La sua forza, tuttavia, proveniva dal disgusto, inarrestabile nelle anime pure. E così, più rapida dei servi e del re che inseguendola restituiva il sorriso, ella fuggì dal castello, si arrampicò sul faraglione più alto e da lì si gettò tra i flutti, liberandosi dalla blasfemia che le fermentava dentro.

Questa storia la raccontarono a Carmine le balie dell’isola, così come gli insegnarono il bene e il male, le preghiere e i doveri. Agata gli parla di lande fantastiche, e mai nomina i santi. Lontano, dice, si ergono torri di cemento consegnate all’edera, come giardini pensili per piante infestanti, e di sera, intorno ai falò alla base di queste, si scaldano popoli che non conoscono il mare. Quando è con Agata, Carmine fissa un punto tra il cielo e l’oceano, lascia che la sua voce lo conduca laggiù. Indaga i costumi delle terre che esplora, e ai crocevia chiede qual è la direzione da prendere. Vede tutto di un intenso violetto: il colore degli occhi di lei. 

Ora Agata e Carmine sono lontani, è mattina. Lui insieme agli uomini saccheggia le onde, lei sul promontorio raccoglie la nepitella con cui preparare l’amaro. Da qui le case sono così piccole che è impossibile contengano vite, e le bastarde, nel luccichio oro e azzurro, sono ramoscelli, non predatori. Agata sa che tempo e distanza mutano d’aspetto le cose, spesso ne ribaltano l’essenza. Un sogno può trasformarsi in scelta, la scelta in nome che comanda abitudini: raccogliere erbe aromatiche, seppellire teste nel mare. O condurre uomini a pesca, se il tuo nome è rais, invocando Dio perché ti aiuti a uccidere; tramandando il compito alle generazioni future, che chiameranno un’usanza destino. 

Agata si sfiora i capelli bruciati dal sole, passa le dita sul collo per indovinare le rughe a venire. Raccoglie la cesta e immagina la mentuccia che, strappata dal bosco, cambia in liquido bruno conservato nel vetro, poi in calore che invade la gola. Mentre si prepara a scendere dall’altura, volge lo sguardo alla costa. Le bastarde stanno sbarcando, ma è presto, non è questa l’ora in cui tornano al porto. Eppure, sbarcano. Agata sente un cambiamento nel vento. Il peso di un nome sollevato di colpo. 

 

In paese gli uomini parlano. Nel mare le loro voci suonano esili, e Cristo, camminando sull’acqua, giudica le loro fatiche senza prendere in mano l’arpione. Di ritorno dalla pesca hanno molto fiato per il poco cantare, dunque parlano, fuori dalla chiesa e sui gradini dell’uscio, e in piazza quando la fontana li rinfresca. Parlando, alcuni ricordano la pietà senza Maria Vergine che scese dalle bastarde: un padre abbandonato tra le braccia del figlio e intorno i pescatori, sangue di tritoni sulle canotte e le mani, e sangue di uomo; altri la Cialoma interrotta da un colpo di coda, il tonfo di una testa sul legno. Ai più, tuttavia, torna in mente la settimana in cui non si poté andare per mare, e si visitava il rais per vederlo fissare il soffitto. Carmine in paese lo s’incontra di rado, ormai, e mai al porto. Dicono abbia ereditato i silenzi del padre.  

Carmine siede il rais al tavolo di cucina, gli si mette di fronte mentre Agata col cucchiaio lo imbocca. Poi dispone pepiere, bottiglie e bicchieri davanti a sé: una muraglia per respingere incursioni nemiche. I nomi dei predoni sono Occhi vacui, Labbra ulcerate. Fili di bava e Braccia flosce. 

Ogni mattina, i pescatori salgono sulle bastarde pensando all’uomo che non possono più chiamare rais, e intanto, in una camera che odora di tana, Carmine solleva un corpo boccheggiante, insieme ad Agata lo pulisce e lo veste. Aspetta, Carmine, ma che cosa, e non sa più immaginare abissi popolati di smorfie, né bastioni di una terra fantastica. Quando una voce – la voce di Agata – sussurra nel buio, lui rammenta le vecchie storie, scuote la testa e torna a dormire. Il corpo del padre però è pesante, a mezzogiorno come prima dell’alba, e a fine giornata, anche se non si muove e solo respira, lo è più di un tritone nella mattanza. A volte gli avvicina un orecchio alla bocca, il tempo di cinque respiri. Prega in un urlo, se non nel canto che induca la Vergine a issare le reti.

Poi una notte Carmine ha i piedi nella sabbia, e sulle onde di bitume, lontana, s’intravede una luce. Dietro di lui, una baracca sta addossata alle rocce della cala, e tutt’intorno, nel buio, le vecchie storie si fanno più vaghe, l’attesa e la solitudine ne creano di nuove. Carmine immagina la barca illuminata dalla lanterna e il tuffo nella tenebra tiepida, lo sforzo delle gambe contro la pressione e il sale negli occhi; poi il macabro tesoro e la risalita, le boccate d’aria sotto la luna. Non chiede, né a Bicchinu né ad Agata, di barattare storie con fatti, quando li vede tornare a riva e la lanterna li trasforma da ombre in persone. Agata scende dalla barca con i capelli bagnati. Nel grembo culla la smorfia di un bimbo vecchio.  

Un uomo giunse sul mare, lì costruì una zattera con assi e indumenti. Affondò a tre bracciate dalla costa. Ma l’uomo aveva visto i pesci fuggire nell’acqua cristallina, li aveva messi sul fuoco e mangiati, e non si dava per vinto: avrebbe conquistato la distesa blu che la sua gente temeva. Dopo mesi, finalmente prese il largo. Di giorno avanzava sospinto dal vento; di notte, rannicchiato nei suoi stracci, cercava conforto nella volta stellata. Ignorava quanto fosse immenso l’oceano, quali profondità si dispiegassero sotto la chiglia. 

Agata sfiora la testa del rais sul suo grembo, con l’altra mano schiaccia piccoli bocconi tra le dita. Quando sono morbidi a sufficienza, glieli preme tra le labbra, ricordandogli di masticare. Carmine rema, aspetta che la storia continui.

Un mattino in cui il sole era forte, l’uomo si svegliò e sulla barca c’era una donna. Aveva gli occhi come ametiste, e i suoi capelli, simili ad alghe, affondavano sotto la superficie. L’uomo pensò che il sole lo stesse incantando, ma la donna era lì, avrebbe potuto toccarla. Non la toccò e fece bene: l’avrebbe trascinato nelle fauci di un mostro marino. Era un’esca, infatti, non una donna. Ma era curiosa. E non parlava con una preda da anni. Così strinsero un patto. Ogni giorno, in cambio di un pesce, lei saliva a bordo per farsi raccontare della terraferma. Passarono le settimane. Finché, in un mezzodì di bonaccia – il rais agonizza e la voce di Agata s’incrina, Carmine pensa al tonfo di un cranio sul legno – l’uomo si rese conto che di storie non ne conosceva più molte, lo disse all’esca e lei rispose che, una volta finite, l’avrebbe affogato. Lui si disperò negli stracci, supplicò gli astri che restarono muti. Quando si fece mattino e la donna scivolò sulla barca, l’uomo si affidò alle parole per aver salva la vita. Disse che, certo, la scorta di storie si stava esaurendo, ma il mondo ospitava ancora un gran numero di lande ignote, piene di meraviglie. Avrebbero potuto raggiungerle insieme. Così dicendo, sentiva i polmoni bruciare per l’acqua salata. Ma lei accettò di seguirlo, perché da tempo sognava la terra e i suoi misteri. Pose una sola condizione: lui avrebbe dovuto sdebitarsi col mare.

Il rais si dimena, spinge Agata a prua, la barca beccheggia e si riempie di spruzzi. Carmine molla i remi. Con cautela, fa scivolare le braccia sotto la schiena di lui, lo tira su in un abbraccio. Poi basta una spinta – quant’è leggero suo padre – ed ecco il rais nuotare nel tramonto, veloce, le gambe unite una coda – è già scomparso tra i riflessi arancioni. Carmine immagina un uomo sbarcare sull’isola, al suo fianco una creatura con chioma di alghe. Lei sceglie un nome di donna, va ad abitare da un pescatore senza più moglie. Lui trova una baracca risparmiata dal mare – da lì inizierà a sdebitarsi. Mentre la testa sbocconcellata ondeggia sempre più lenta, guardando lui e Agata con gli occhi velati, Carmine pensa agli abissi e alle collane di squame. Poi si gira verso l’orizzonte. Laggiù, da qualche parte, ai piedi di una torre stanno per accendere un fuoco.