Eva Cantarella – Contro Antigone

La colpa di Antigone

di Alessandro Iannucci

Eva Cantarella
Contro Antigone
o dell’egoismo sociale
pp. 120, € 13,
Einaudi, Torino 2024

Antigone, come suggeriva già Steiner, è il nome di un personaggio universale e riconosciuto come attuale in ogni tempo e in ogni cultura; da millenni, attraverso Antigone, poeti e scrittori, artisti e drammaturghi, filosofi e giuristi, leggono la storia del conflitto tra individuo e potere, tra ragioni e leggi della natura, la physis, e quelle del diritto positivo, spesso arbitrario, il nomos. Soprattutto tra XIX e XX secolo le nuove Antigoni diventano protagoniste della coscienza inquieta di una contemporaneità che ancora dura; Brecht, in particolare, ne fa un’eroina della ribellione che sa resistere alla violenza del sopruso totalitario e la consegna a un immaginario in cui rappresenta il segno femminile, pacifista e intimamente declinato sul privato di un’umanità in profonda crisi.

Eppure questo mito, una narrazione che si espande e si trasforma a ogni sua nuova riscrittura, sembra non aver nulla a che fare con il personaggio messo in scena da Sofocle per il pubblico di Atene nell’omonima tragedia. Nella sua Antigone si profilava un personaggio affatto diverso, ostile alla comunità e prigioniero dei propri incubi di figlia nata dall’incesto, destinata a trascinare con sé nella propria rovina il promesso sposo Emone e il padre Creonte, incolpevole reggente di una città colpita da un male inesorabile: le vicende e gli errori di una famiglia che ricadono sull’intera comunità. È merito di Eva Cantarella aver ristabilito questa doppia natura di Antigone: protagonista di una tragedia che rappresenta, in modo inequivocabile, il suo “egoismo sociale” e al contempo simbolo positivo per ogni rappresentazione della nobile forza d’animo, della giovinezza e dell’amore superiore a ogni altro tipo di sovrastruttura sociale.

L’idea nasce da lontano, come racconta l’autrice stessa: dall’insoddisfazione dei tempi del liceo per l’interpretazione canonica, e tuttora vulgata, di un’Antigone eroica e motivo di facili entusiasmi e immedesimazioni, rispetto a un Creonte, “perfido, crudelissimo despota” richiamato a proposito di ogni legge ingiusta – basti pensare a quelle razziali nel primo Novecento o all’apartheid nel secondo – cui è doveroso, come Antigone appunto, ribellarsi. Con singolare precocità, o forse per quell’anticonformismo nei giudizi che la caratterizzerà anche in seguito, la futura studiosa si accorge invece che “Creonte aveva assolutamente ragione” nel proibire la sepoltura di Polinice, giunto a Tebe per riconquistare il regno legittimamente affidato, temporaneamente, all’altro fratello Eteocle. L’Antigone eroica che nasce, suo malgrado, dal personaggio di Sofocle resterà sempre un simbolo universale dei valori in cui dobbiamo continuare a riconoscerci, ma Cantarella, con la sua straordinaria competenza nel diritto e nella storia della mentalità antica, attraverso una serrata lettura della tragedia e il confronto con altri testi, ci guida a riconoscere quanto questo quadro sia distorto rispetto alle emozioni del pubblico dell’Atene di V secolo.

Il primo elemento da considerare per leggere Antigone con gli occhi degli antichi, e non con i nostri, è la normalità dello sfregio del cadavere dei nemici. A noi sembra una pratica barbara, che ritroviamo in tanti conflitti della contemporaneità; ma per i Greci era una norma, funzionale a rinforzare l’identità e la coesione interna. L’editto di Creonte che Antigone infrange in nome di un vincolo altro e alternativo rispetto alla comunità della polis – quello parentale del clan – è quindi “un provvedimento non solo legittimo… ma anche opportuno”. Polinice è il fratello sbagliato, l’invasore che rompe il precario equilibrio della successione di Edipo: rendergli onore significa mettere in discussione quel “volere della città” cui invece la più giovane Ismene si attiene, respingendo la proposta “indecente” di Antigone di essere sua complice; ed è lei, non Antigone, “il personaggio più bello, più nobile, più degno di ammirazione”. Questa notevole asimmetria di interpretazioni ci consente forse di leggere i classici in modo più congruo rispetto ai paradigmi e alle tradizioni retoriche portate a elogiarne ogni minimo aspetto, e prestando così il fianco alle capziose critiche della cancel culture. Quello che alla nostra sensibilità risulta un delitto esecrabile – lasciare insepolto un uomo morto, per di più un fratello – nell’opinione degli Ateniesi del V secolo rappresentava la giusta scelta davanti alla violazione insopportabile di una norma condivisa e fondativa della città; e quindi Antigone, la nostra eroina, agisce ai loro occhi in modo criminale, “vittima di una disperata follia di annientamento e di distruzione”. E il tiranno Creonte, nei versi di Sofocle, si profila piuttosto come “un buon governante” che cerca in tutti i modi di assicurare continuità alla polis e alla famiglia regnante ma è progressivamente preso nelle maglie della consueta macchina infernale, come Cocteau sintetizzava, con Edipo re, la tragedia sofoclea. E così diventa il personaggio capace di innescare l’immedesimazione e la sympatheia del pubblico, l’eroe che subisce i rapidi e improvvisi capovolgimenti e l’invisibile ruota del destino che lo fa precipitare nella sventura. Ne resta un paesaggio desolato, le macerie di una città e di due gruppi familiari distrutti. Nel famoso primo stasimo del coro, uno dei più celebri di Sofocle proprio per la sua universalità capace di trascendere ogni tempo, dopo una prima apparente lode dell’ingegno dell’uomo e della techne che lo guida nel progresso, risuona una sorta di “grido di allarme” che è la vera chiave di lettura della tragedia, come opportunamente mette in luce Cantarella: attenzione a chi è apolis, senza patria o senza città. Perché l’uomo, non solo ateniese, è animale politikon, dirà Aristotele. E chi rinnega questo modo di essere o tradisce la polis è come se non esistesse ed è un esempio di male (kakon) da cui guardarsi. Antigone incarna questa dimensione. La sua trasformazione nei secoli a rango di nobile eroina è frutto della straordinaria capacità di metamorfosi del mito, continuamente aggiornabile alle narrazioni che supportano di senso le nostre contemporaneità.

alessandro.iannucci@unibo.it
A. Iannucci insegna lingua e letteratura greca all’Università di Bologna