Gianluigi Simonetti – Caccia allo Strega

Nel regno dei traslati fragorosi

di Danilo Bonora

Gianluigi Simonetti
Caccia allo Strega

Anatomia di un premio letterario
pp. 184, € 17,
Nottetempo, Milano 2023

Il cinema senza biglietti degli ultimi anni ha dovuto imporsi un’occhiuta censura preventiva su temi spinosi e situazioni osé per trattenere quel po’ di spettatori under 18 che aiuta le sale a sopravvivere. Secondo Simonetti è soprattutto attraverso il sostegno attivo dei premi letterari che la narrativa “pura” diventa visibile; in particolare lo Strega, un catalizzatore capace di cogliere e rilanciare efficacemente tendenze per il mercato librario. Un po’ come i film, è fuor di dubbio che le cinquine millennial del premio Strega siano il risultato di compromessi e mediazioni, conquistate in gran parte da un “nobile intrattenimento” fornito di banali ganci” attualizzanti, beneducato con i valori della tradizione, conventional sul piano politico. Sono romanzi di fattura realistica e registro drammatico molto più che comico, il grande assente nella narrativa mainstream, poiché il riso è stato deferito ad altri mezzi più lucrosi. Si tratta di novel, non di romance: rappresentazioni serie della realtà quotidiana, secondo il classico Auerbach di Mimesis, oggetto di una raffigurazione problematica incastonata in un movimentato sfondo storico. È pure innegabile che il dibattito letterario si sia glamourizzato e infantilizzato, scendendo sotto la soglia mediana della distribuzione; che prevalga inoltre la diffidenza verso i critici professionali, subdola cinghia di trasmissione del capitale culturale, tutto un “do ut des” tra colleghi, cedute quote rilevanti del “mercato dell’attenzione” a influencer e booktoker, non sospettabili (almeno agli inizi) di far parte di qualche cricca letteraria o editoriale.

Simonetti individua attorno ai prodotti vincenti di premiopoli alcuni fenomeni peculiari, in primis linterazione a tutti i livelli tra lettore e libro, tra libro e persona fisica dellautore. La “visibilità” è divenuta necessaria allo smercio dell’articolo e ormai impresentabile la figurina dell’autore novecentesco tutto ritegno e riserbo; hanno fatto il loro tempo i sarcasmi di Arbasino sul “tipico” scrittore italiano appartato e introverso, venerato dai critici dantan come un tenore stimato per i suoi silenzi. Indispensabile altresì il contesto, cioè l’abilità dell’artista di farsi “sistema passante”, di integrarsi agli ambienti vicini ed entrare in relazione con l’esterno al “campo letterario”. Ecco le interviste, le live su StreamYard o Twitch, i talk show, la produzione di indotto, l’erogazione di infotainment per gli schermi; oltretutto gli autori, com’è stato notato, intrecciando abilmente la scrittura con gli altri media hanno riacceso, assieme ai timori, il mercato della critica letteraria, e si è visto dalle reazioni di Segre, Ferroni, Lavagetto, Brevini, Giglioli, eccetera (i pamphlet qualcosa vendono). I supplementi culturali hanno seguito il corso, farciti di “brillanti” interview a botta e risposta, boxini sugli hobby dei romanzieri, “questionari di Proust”, infografiche per i duri di comprendonio. Non molto di interessante nel fitto della pagina: italiano così così, frasi fatte, ideologemi, mozioni degli affetti. Remotissima l’epoca del filologo Billanovich, per il quale c’erano due categorie di studiosi di materie letterarie, quelli che andavano nelle biblioteche e facevano una vita grama e quelli che non ci andavano e facevano una vita comoda; i primi però trovavano sempre qualcosa, gli altri mai.

Simonetti prende in esame alcuni vincitori dello Strega del nuovo millennio, cominciando da Via Gemito di Starnone nel 2000 per arrivare a Spatriati di Desiati e Niente di vero di Veronica Raimo, premiati nel 2022. I romanzi (salvo poche eccezioni) non ne escono benissimo. Si colgono più ombre che luci, soprattutto per scarso controllo della lingua, abuso di “traslati fragorosi”, onnipresenza di trending topics, anche nei romanzi storici (il “fascismo eterno” di Scurati), idee romanzesche prefabbricate, troppe istruzioni per l’uso, incontinenza emotiva e dilagare di figure retoriche estreme”, molto focose e quindi sentite “intrinsecamente poetiche”. Tra testi, peritesti e paratesti questi scrittori ripescano dal guardaroba dei nonni il completino da guida morale e civile del popolo; il presenzialismo sembra un revival bello e buono del maître à penser, nonostante la nenia incessante sul ritiro del mandato sociale agli intellettuali. Neanche fosse una novità; il critico Sainte-Beuve discuteva con chiaroveggenza di “littérature industrielle” già nel 1839, osservando – Warhol ante litteram – che nel nuovo mondo chiunque, una volta almeno nella sua vita, avrà avuto la sua pagina, il suo discorso, la sua pubblicità, il suo brindisi, sarà autore”. La delega è stata riguadagnata gettandosi nella mischia a colpi di new media e social (Simonetti parla di “riverginazione mediatica”, McGurl a Stanford di “Age of Amazon”), attraverso una spartizione efficiente delle quote di mercato e degli end user. Sintomatico il piglio disinvolto e cameratesco dei cronisti culturali verso i loro oggetti (“siamo tutti nella stessa barca massmediale”), una posa che non si sarebbero permessi – l’ironia era un privilegio del romanziere, mica del giornalista – con Pavese, Calvino o Levi ma neppure con pesi medi e leggeri, un Cassieri, un Pomilio o un Cibotto.

Oggi ai romanzi si fa l’unboxing come ai cellulari e ai Mac, corredati di stelline, voti, aerogrammi e tutto; bandelle e fascette sono trinate di giudizi entusiastici della famosa comica televisiva, di scrittrici “amichettiste”, psicologhe alla moda, giornalisti ubiqui ai media. Troppa grazia e curiosi errori di marketing, come se la legge dei rendimenti marginali decrescenti fosse acqua fresca. All’incremento di attese sul romanzo del secolo che ti cambierà la vita non può che corrispondere un’utilità marginale in picchiata. L’aumento dell’offerta di banale intrattenimento rischia di annullare gli incentivi di un buon lettore all’acquisto di un consumo aggiuntivo: ad aspettative crescenti, delusioni crescenti. Diventato diffidente, lascerà sul bancone le solite storie di trasgressioni ben temperate, solidarietà tra vittime, crisi di coppia sullo strapuntino, quarantenni troppo figli, lucciconi per i danni della globalizzazione and so forth. Il rischio è di lasciare il campo solo a clienti da outlet, quelli che alla Feltrinelli, dopo un’occhiata a quarte di copertina senza #hashtag del giorno, tirano dritto in cerca del reparto gadget e t-shirt con le scritte “spiritose”.

bonoradanilo@gmail.com
D. Bonora è dottore di ricerca in italianistica presso le Università di Padova e Venezia