Antonio Scurati – M. Gli ultimi giorni dell’Europa

Fra tremori e sogni di gloria

di Matteo Fontanone

Antonio Scurati
M. Gli ultimi giorni dell’E
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pp. 425, € 24,
Bompiani, Milano 2022

Ricapitoliamo: Il figlio del secolo raccontava secondo per secondo la violenza della presa del potere e l’impotenza delle forze democratiche di fronte all’onda nera dei camerati; L’uomo della provvidenza, invece, indugiava sulla fase della stabilizzazione del regime: le ulcere del duce, la sgangherata operazione colonialista in Libia, il lento processo di addomesticamento delle frange più agitate del partito. Con il terzo tassello del suo affresco sul ventennio fascista, Antonio Scurati fa un salto di sei anni. Avevamo lasciato Mussolini il 29 ottobre 1932, impegnato nelle pompose celebrazioni per il decimo anniversario della marcia su Roma; all’inizio di questi Ultimi giorni dell’Europa lo ritroviamo sui binari della stazione Ostiense, in attesa del convoglio che trasporta Hitler e i suoi ministri in visita alla capitale. Una giornata particolare che Scurati affida allo sguardo esitante di Ranuccio Bianchi Bandinelli, nobile senese e raffinato critico d’arte incaricato di fare da cicerone ai tedeschi in giro per le città italiane. Dentro di sé accarezza per un istante il desiderio di raddrizzare il Novecento, assassinando a freddo il Führer e salvando il continente dalla tragedia che incombe. Ma Ranuccio non è quel tipo d’uomo, non ha quel coraggio, recita un ruolo da comparsa: la storia, così, riprende a fluire placida verso il baratro. Siamo nel 1938, e i venti di guerra soffiano a più non posso.

L’atmosfera che si respira tra le pagine di questo libro, va da sé, non può che essere funerea, catacombale, fatta di spettri irrequieti e disastri annunciati. Dalla visita di Hi-
tler a Roma, Scurati getta un’unica campata che termina con la dichiarazione di guerra pronunciata il 10 giugno 1940 dal balcone di palazzo Venezia. E mentre racconta questo triennio fatidico, passa sotto la sua lente di scrittore l’insieme di indecisioni, errori di valutazione e strategie fallimentari che rovesciano Mussolini su un piano inclinato irreversibile, il cui capolinea – ma questo lui ancora non lo sa – sarà piazzale Loreto. Rispetto alle puntate precedenti, Scurati abbandona un certo gusto per il dettaglio romanzesco e per il dietro le quinte della vita del duce: la narrazione ora aderisce completamente alla storiografia, ai documenti riservati e ai carteggi dell’epoca: su tutti svetta il diario di Ciano, una testimonianza straordinaria soprattutto per la meticolosità con cui il ministro degli esteri annotava le proprie impressioni quotidiane. Insieme a Renzo Ravenna, amico d’infanzia di Italo Balbo nonché podestà di Ferrara caduto in disgrazia dopo le leggi razziali, Ciano è il personaggio che Scurati indaga con più scrupolo, come nell’Uomo della provvidenza lo era Rodolfo Graziani di stanza a Tripoli. Vanitoso fino al ridicolo, mondano, assetato di riconoscimento politico: una pallida controfigura del genero dittatore, di cui anela il consenso ma che non esita a criticare tra i salotti del golf club più esclusivo di Roma, coccolato da quella corte di principesse e tirapiedi che ricordiamo, qualche anno più tardi, nell’ultima sezione di Kaputt di Curzio Malaparte.

I tremori di Ciano, i sogni di gloria di Mussolini: è questa la chiave di volta per capire come prende forma il coinvolgimento dell’Italia fascista nel progetto del terzo Reich. E allora il tono di Scurati si lascia andare a sprazzi di umorismo amaro, un rovesciamento dal sapore parodico dell’enfasi grottesca e della retorica gridata dai fascisti sul piede di guerra. Scurati sbugiarda, mette a nudo, denuncia lo sciagurato attendismo con cui Mussolini pretendeva di aggirare le insistenze dei nazisti e allo stesso tempo il suo tentativo di fare da tramite tra Hitler e gli Alleati, di porsi sullo scacchiere europeo come ago della bilancia. In questo modo vengono a galla tutte le grossolanità, gli imbarazzi e l’impreparazione del regime fascista. Certamente un’impreparazione bellica, come spesso i commentatori hanno rimarcato, ma prima ancora, quando forse un diverso agire politico avrebbe potuto dare alla storia un altro corso, un dilettantismo cieco e fanatico sui tavoli della diplomazia. E poi, per star dietro all’alleato tedesco sempre più ingombrante, la costruzione a tavolino del sentimento antiebraico in Italia. A confronto con gli spietati preparativi militari nazisti, con la loro geometrica forza industriale e con l’aggressività di Ribbentrop nell’annettere l’Austria e la Cecoslovacchia, l’impero di cartone di Mussolini sembra quasi sfumare nella farsa. E sarebbero farseschi il marchingegno dello stato fascista fotografato nella sua fase più barocca e insensata, la propaganda, il controllo dell’opinione pubblica, se non fosse che all’orizzonte degli eventi ci sono la Guerra mondiale e la Shoah. La tesi di fondo è lapidaria: Mussolini e il suo stato maggiore sapevano di non poter affrontare un conflitto come quello che gli veniva prospettato, ma l’hanno fatto lo stesso. Per inettitudine, per cupidigia, per paura di sfigurare agli occhi esigenti di Hitler, mossi da quel disperato pensiero magico secondo cui un problema – nella fattispecie, la mancanza di un esercito adeguato e l’arrendevolezza alle pressioni tedesche – se lo si ignora non esiste. Come sosteneva Franco Venturi, dopotutto, il fascismo è stato “un regno della parola che si muove in un mondo di fantasmi che finisce per credere reali”.

matteo.fontanone@gmail.com

M. Fontanone è italianista e consulente editoriale