Martoz: “Se il personaggio è ben studiato, la storia viene da sé”

Saluti da Cotignyork 

Intervista realizzata da Libri Calzelunghe, a cura di Virginia Stefanini

Dal 5 al 11 giugno 2017 è in programma a Cotignola (Ravenna) il festival Saluti da Cotignyork, organizzato dal Museo civico Luigi Varoli e Scuola di Arti e Mestieri. Quest’anno il festival ha come ospite d’onore il fumettista Alessandro Martorelli, in arte Martoz, artista vincitore del Premio Micheluzzi nella categoria Nuove strade all’ultimo Napoli Comicon, e autore del fumetto per ragazzi La mela mascherata, pubblicato dall’editore Canicola nella collana Dino Buzzati. Durante il festival, Martoz è protagonista di laboratori con i bambini, incontri di presentazione del suo ultimo fumetto, nonché della realizzazione di un gigantesco murale sugli edifici del paese.

Martoz

Noi lo abbiamo incontrato nel corso dell’ultima Fiera del Libro per Ragazzi di Bologna, in occasione della quale gli sono stati dedicati una mostra e alcuni laboratori con bambini e ragazzi. Proprio da questi laboratori prendono il via le nostre curiosità.

In occasione dell’uscita del libro La mela mascherata ti sei cimentato con un laboratorio intitolato Sei maschere in cerca di fumetto.

L’idea del laboratorio era partire dalle maschere di cartapesta, presenti all’interno della mia mostra, per creare dei personaggi e poi dei fumetti. Ho notato che alcuni bambini, messi di fronte al compito di disegnare un fumetto, si bloccano. Invece se si parte da un personaggio, rimanendo sulla sua creazione anche metà del laboratorio, il lavoro è più facile. Alla fine il fumetto può arrivare oppure no, ma è divertente pensare al personaggio, a che oggetti ha con sé, a come parla. Se il personaggio è ben studiato, la storia viene da sé.

Anche tu crei i tuoi fumetti in questo modo?

Il mio metodo di lavoro è imprevedibile: mi può capitare di partire da singole scene o singoli personaggi. Ogni volta è diverso, l’ispirazione può essere un articolo, una storia che ho sentito. Quando mi capita di partire da un personaggio, cerco di dialogare con lui dentro di me, per capire cosa farebbe, come parlerebbe, come si sviluppa la storia.

Per La mela mascherata sei invece partito dall’ambiente, la città di Cotignola, trasformata nella contea di Cotignyork. Hai avuto totale libertà nell’utilizzare luoghi e personaggi della storia locale nel tuo fumetto?

Martoz - La mela mascherataSia l’editore Canicola che il Museo civico Luigi Varoli di Cotignola mi hanno dato una libertà totale. Mi hanno soltanto detto: vai a Cotignola, conosci la sua cultura e poi scrivi una storia. Che il fumetto fosse ambientato lì non era un vincolo. I cittadini di Cotignola non volevano uno spot, non volevano essere celebrati. Sono stato io che dopo aver scoperto la storia del posto – il suo passato rinascimentale con i pittori illustri che ci hanno vissuto, i personaggi come il padrone della torre degli acuti, Muzio Attendolo che ha dato vita alla dinastia degli  Sforza – ho unito i puntini fra tutti questi fatti lontani nel tempo e ho creato la mia storia. A un certo punto questa storia mi aveva preso talmente tanto che ambientarla a Cotignyork, usare come nomi dei personaggi i cognomi di persone realmente vissute lì, è stato inevitabile. E ci tenevo tanto che ho insistito per inserire nei risguardi finali tutti i riferimenti storici a eventi, persone, luoghi che hanno ispirato il fumetto. Il libro funziona anche senza conoscerli, però il suo spessore aumenta se si scopre che non è soltanto una storia tutta pazza, ma che ogni dettaglio è giustificato da un fatto reale (e non tutti sono segnalati in fondo).

Qual è stato l’elemento che ti ha fatto scattare l’amore per questo luogo?

La cosa che mi ha emozionato di più e ha fatto scattare in me un senso di appartenenza è stato l’incontro con la Scuola Arti e Mestieri di Cotignola e il Museo civico Luigi Varoli, che custodisce un mondo fantastico nascosto in una piccola città. La Scuola è bellissima, è piena di enormi sculture in cartapesta. I cotignolesi da più di cento anni portano avanti questa tradizione di creazione di maschere: cominciano da bambini con maschere piccole, poi ogni anno vengono costruiti mostri giganti da esibire nelle parate e nelle sagre… è incredibile che un paese di settemila abitanti porti avanti una cultura così incredibile da così tanto tempo! La Scuola mi ha colpito per il suo valore culturale, al di là del lavoro che stavo facendo.

La mela mascherata è un fumetto a cavallo fra generi diversi: western, avventura e supereroistico. Che cosa ha ispirato questa scelta?

A Cotignola sembra davvero di essere nel Far West! Quando entri nei bar tutti si girano e ti guardano perché sei un forestiero. Oltre a questo, il paese è talmente piccolo che anche la sua topografia ricorda quella di una città del West: una strada, quattro case e nei dintorni solo natura, paesaggi, il fiume Senio. All’inizio vedendo il posto ci ho scherzato su: “sembra il Far West, farò un fantasy western”, poi l’idea ha preso piede.

L’idea di creare un fumetto rivolto ai bambini ti ha entusiasmato o preoccupato? Avevi già lavorato per questo pubblico?

Ho fatto tanti laboratori per bambini, sono stato scout, ci so fare nel trattare con i bambini, ma non avevo mai realizzato un libro. Entrare nel mondo dell’illustrazione per l’infanzia è una cosa più complicata che stare con i bambini. L’entusiasmo c’era, mi ci sono buttato a capofitto ma la difficoltà è stata enorme. All’inizio è stato faticoso superare la paura di sbagliare, di fare una cosa inadatta, per vari motivi. A livello stilistico dovevo diventare semplice, più sintetico, senza abbandonare il mio stile, perché l’editore voleva quella ricchezza di segno, quella particolarità, quel mistero che creano certi disegni a matita. È stato molto difficile lavorare per “togliere” ma allo stesso tempo “rimanere” come autore.

E poi c’erano i contenuti: la storia c’era e da subito è piaciuta, ma non è stato facile limare la forma. Quando ti rivolgi a un bambino devi parlargli in maniera diversa da come parleresti agli adulti, trovando un giusto equilibrio fra non infantilizzare troppo e non rimanere troppo distanti. È come la distanza fra il Sole e i pianeti: se il fumetto non è nella zona di abitabilità rispetto ai bambini, che sono il Sole, non ci sarà vita. La mia grande paura era che ai lettori succedesse quello che capitava a me da piccolo, quando mi trovavo di fronte a fumetti che sembravano scritti per bambini troppo piccoli.

Che cosa ti è servito per superare queste difficoltà?

Mi ha aiutato la mia esperienza con i bambini e il mio essere bambino. Mi sono prima di tutto confrontato con il bambino dentro di me. In un secondo momento c’è stato un lungo e importantissimo lavoro di gruppo sui testi e la loro revisione. Dal momento che rivolgersi ai bambini è una grande responsabilità e che dietro al fumetto non c’ero solo io come autore ma un progetto editoriale, sono stato il primo a dire che avremmo ragionato insieme su tutto. È stata la prima volta che ci ho messo più tempo a scrivere i testi che a fare i disegni.

Di solito realizzi prima le sceneggiature oppure porti avanti contemporaneamente testi e disegni? L’impressione, guardando le tue tavole, è un’esplosione di idee che dilagano sulla pagina.

Prima cerco di scrivere la storia, immaginando quello che mi interessa di più raccontare. In questo caso si è trattato di due idee poetiche: il fatto che si potesse slacciare una corda grazie a un canto così dolce da sciogliere i nodi e poi la questione di farsi guidare dalla voce del proprio amato nel buio, che si ricollega alla tradizione di Orfeo ed Euridice e mi ricorda la poesia di Montale che recita Avevamo studiato per l’aldilà / un fischio, un segno di riconoscimento. Questa idea mi emozionava tantissimo. A questo punto ho scritto la storia – che era molto sintetica e stava tutta in una pagina e mezzo, compresa la lista dei personaggi! – e ho proseguito facendo lo storyboard. Nello storyboard faccio già una bozza di come immagino la tavola e come immagino i testi, ma subisce quasi sempre un cambiamento.

Il personaggio di Lucia, la volitiva protagonista femminile del fumetto, è una tua creazione?

È stata la prima cosa che ho scelto, perché dopo aver fatto la battuta “sembra il Far West”, la storia ha subito preso una piega “da maschi”. Allora mi sono immaginato i cat boys come dei personaggi non indipendenti, quasi dei bambini (tant’è che sono piccoli, sembrano pupazzi Lego), coraggiosi ma bisognosi di una guida. La prima cosa che ho deciso è stata che la protagonista fosse una donna, non in un ruolo da genitore ma come leader. Lucia è quella che risolve le situazioni. Ho voluto questo forte personaggio femminile per mettere in discussione le regole del West: i problemi non si risolvono con le pistole, ma con l’intelligenza, con le trovate. Il giorno stesso in cui ho ricevuto la proposta di questa storia, stavo leggendo un libro che spiegava che anche nella mitologia greca la figura femminile risolve le questioni con la furbizia, per evitare la guerra e i morti: ho pensato che fosse un segno. Nel libro il rovesciamento dei ruoli è in tutti i sensi: il principe azzurro [Muzio, n.d.a.] finisce in prigione e la “principessa rossa” lo salva. La vera Lucia e il vero Muzio me li sono immaginati come una coppia realmente molto innamorata: anche se il personaggio storico a cui mi sono ispirato ebbe tre mogli, secondo me la moglie di mezzo, Lucia, fu l’amore della sua vita.

Secondo te i bambini, che influenzati anche dall’animazione mainstream tendono ad avere gusti conservatori in fatto di fumetti e immagini, cosa penseranno de La mela mascherata?

Per il momento il riscontro è positivo… forse abbiamo incontrato bambini particolarmente “punk”! Io penso però che questo lavoro, pur uscendo dai codici tradizionali, non sia così fuori dall’ordinario, così avanguardista; secondo me è nel giusto equilibrio, riesce ad agganciare il bambino anche se decentra il suo punto di vista. Anche se arrivo dal fumetto underground e dalle autoproduzioni, gettato nel mondo dei libri per bambini non ho voluto esagerare per non perdere di vista l’obiettivo: parlare a questo pubblico così unico.

L’ultima domanda che mi attanaglia è: perché la mela è mascherata?

La ragione più banale è che i simboli di Cotignola sono la mela e le maschere. La mela cotogna è proprio nello stemma di Cotignola, mentre le maschere rappresentano la sua cultura, le persone; e così ho sovrapposto le due cose, l’aspetto istituzionale e popolare, creando la “mela mascherata”. Dopo di che, nella storia c’è la questione dell’oggetto magico che deve essere trovato, misterioso e che non parla (in una storia in cui anche i polli parlano). E poi c’è il fatto che la mela cotogna “è” una mela mascherata: a livello formale è allungata, sembra – si maschera – da pera. Infine c’è che la mela cotogna è uno dei frutti più dolci, a maggior contenuto di zuccheri; ma nel sapore è aspra, fa finta di essere cattiva!