Antonio Scurati – M. Il figlio del secolo

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L’opacità dei pantofolai che impugnano il bastone

recensione di Lorenzo Pavolini

dal numero di dicembre 2018

Antonio Scurati
M
Il figlio del secolo
pp. 848, € 24
Bompiani, Milano 2018
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Antonio Scurati - M. Il figlio del secoloProprio quando – grazie alla triade W. G. Sebald, Emmanuel Carrère, Javier Cercas – tra le virtù del romanzo contemporaneo sembrava potersi annoverare soprattutto quella di essere strumento di misurazione della distanza tra noi e la storia, intesa come trauma, esperienza irrecuperabile eppure in continua tensione con l’attualità, fantasma della memoria e pietra d’inciampo cui dedicare pazienti appostamenti e pellegrinaggi per cimiteri e contrade più o meno sepolte (si pensi, ad esempio, da noi ad alcuni libri di Eraldo Affinati, Helena Janeczek, Massimo Zamboni, Antonella Tarpino), una letteratura caratterizzata spesso dall’impiego di tecniche ibride, tra reportage e memoir, ecco che Antonio Scurati questa distanza invece la annulla, trascinando il lettore nella polvere accecante del presente storico, come se davvero non si conoscesse l’esito dell’avventura del fascismo, ma la si vivesse pagina dopo pagina nei suoi snodi decisivi, nei possibili destini squadernati, nelle continue correzioni di rotta.
Ed è pur vero che questa storia non la si conosce mai abbastanza, in particolare quella dei sei anni che seguono la Grande guerra, rinfrescata recentemente per obblighi di centenario, ma mutilata si direbbe delle dirette conseguenze (e quindi delle prossime ricorrenze) che in questo primo volume della trilogia vediamo svolgersi cronologicamente, dal giorno di fondazione dei Fasci di combattimento a Milano, il 23 marzo 1919, all’inspiegabile rovesciamento per cui chi ha vinto verrà indotto a sentirsi sconfitto, quindi legittimato a una ulteriore lotta per la vittoria, all’impresa di Fiume, al basculare del paese verso la rivoluzione socialista, alla reazione e al dilagare dello squadrismo, all’inesorabile meccanismo del fascismo che si sottrae alle categorie di giudizio con la dottrina dell’azione, fino allo spavaldo discorso di M in Parlamento, il 3 gennaio del 1925, quando assumerà soltanto su di sé la responsabilità politica, morale, storica “di tutto quanto è avvenuto”.

Con questo suo romanzo Scurati fa opera di divulgazione coraggiosa, che va anche al di là delle intenzioni edificanti espresse; così come la lettura di Marco Paolini, da ascoltare sul sito di Repubblica, assume la qualità di una meditazione senza inganni. Diremmo che è una divulgazione che sa affrontare il pericolo di mettere in circolazione conoscenza viva a proposito di un personaggio dalle inflessioni eroicamente opportuniste, anche quando ce lo rappresenta bohémien irriducibile e persino rinvigorito dall’insuccesso, come davanti alla disfatta elettorale del 1919, intento a spedire bombe sorseggiando un bicchiere di latte. E ci riesce tra l’altro tornando al metodo del romanzo storico più classico, se vogliamo sulla linea di Littell nelle Benevole (anche se lì Maximilien Aue che narrava in prima persona era “solo” un ufficiale delle SS impegnato sul fronte russo) o dell’ottimo La scomparsa di Josef Mengele di Olivier Guez. L’autore, forte del suo distacco generazionale, resta invisibile, senza portare mai direttamente in campo il proprio coinvolgimento emotivo.

Quando W. G. Sebald nel suo Gli anelli di Saturno vuole raccontare la ferocia del colonialismo lo fa proiettando la propria ombra dall’alto di un monumento commemorativo della battaglia di Waterloo, riflettendo personalmente se la “tanto agognata panoramica storica” non significhi forse stare in cima a una montagna di morti. La trilogia di Antonio Scurati si apre in piazza San Sepolcro, Mussolini non ha molto da dire: “La scena è vuota, alluvionata da undici milioni di cadaveri… Li amiamo fino all’ultimo, senza distinzioni. Sediamo sul mucchio sacro dei morti”.
Il romanzo mostra l’animo mobile del fascismo con plasticità, in un travaso continuo tra suscitato e suscitatore: M è colto più di una volta nell’atto di interrogarsi su chi sia la gente che ha di fronte, quasi non si capaciti di essere stato davvero lui a far sorgere “queste folle di pantofolai che all’improvviso impugnano il bastone”, quasi il fascismo non sia “l’ospite di questo virus che si propaga ma l’ospitato”. Protagonisti di M sono il fondatore del fascismo almeno quanto i suoi comprimari, a cominciare dalle ali poetiche del movimento (Marinetti e D’Annunzio), gli smobilitati della Grande guerra e una nuvola di individui venuti come il figlio del fabbro di Dovia dal basso (cenni biografici dei personaggi principali in fondo al volume). Ma ne è protagonista l’intera comunità nazionale, “il paese opaco” come l’autore intitola un capitolo dell’estate 1924, nel pieno della crisi che segue l’omicidio Matteotti. Sguarnito il campo degli oppositori, nel quale spiccano le indecisioni rivoluzionarie di Bombacci, la statura di oratore fuori del tempo di Turati e il coraggio smisurato e ottuso di Matteotti, l’unico capace di portare con il suo sacrificio Mussolini e le sorti del fascismo all’impasse. E qui Scurati chiude, magistralmente sotto il punto di vista drammaturgico, la prima parte della sua impresa.

Una narrazione lungo il sentiero tracciato dai documenti

Oltre alla qualità della scrittura – esaltata si direbbe dalla materia buia e orgiastica, di quotidiana sfrenata violenza, nella quale l’autore si muove con calma e nervi saldi, tagliente e icastico – particolarmente efficace è la struttura del libro che bissa ogni breve capitolo con i documenti, facendoli brillare della luce riflessa nelle scene e viceversa, appoggiando le parole dei giornali, delle lettere e dei discorsi pubblici a quelle della trama, con una maestria che rasenta la somiglianza per contatto, il calco più della variazione musicale. I documenti sono la spina dorsale della narrazione. Fin dal Rapporto dell’ispettore generale di pubblica sicurezza Giovanni Gasti (giugno 1919) formidabile nel ritrarre “Mussolini Prof. Benito fu Alessandro, nato a Predappio il 29.7.1883”, l’autore sembra dire con fiducia al suo lettore-cittadino, guarda che è tutto disponibile, ci vuole tempo e passione, ma la storia è nelle fonti, intanto eccone il fluire in progressione. Scurati stila una cronaca, composta da un continuum di episodi, con formule finali lapidarie, spesso memorabili (tipo: “Le folle, D’Annunzio lo sa, bisogna farle ondeggiare”; oppure, alle soglie dei quarant’anni quando “L’onorevole Mussolini si concede senza più freni alla propria gioia insolente. È diventato l’uomo che odiava da ragazzo”), che si piantano con il valore instabile della letteratura nel futuro anteriore del populismo italiano. Ogni capitolo reca in testa data luogo e personaggio, in fondo uno stralcio dai documenti, come in un diario dove si conservino anche i ritagli dei giornali; con l’occhio attento a fornire la base per una sceneggiatura (dalla trilogia verrà tratta una serie).
La prima e l’ultima scena sono raccontate in prima persona. Scurati riesce in questo azzardo, fuori dalla caricatura che tanto si addice al suo tragico protagonista, il che non è da poco. Ci fa sentire a tratti la voce interiore di un attore di cui abbiamo inteso, tutti per forza almeno una volta, l’altra voce, quella dal balcone, sostenuta dall’onda sonora dalle acclamazioni, la folla che vediamo nella foto all’interno della sovraccoperta del volume, volti felici di italiani con il cappello in testa o in mano, al cospetto si direbbe di uno spazio retorico e muto, come quello della copertina, dove campeggia l’iniziale di proporzioni dittatoriali. Scurati stacca il racconto dal brusio di fondo, lo chiarifica a colpi di vuoto/pieno, combattenti/parassiti, presbiti/ipermetropi, individuo/massa, adesione/tradimento: opposti su cui sa lavorare con talento sintetico da saggista oltre che da narratore, navigando con abilità tra le secche di quelle banalizzazioni che rischiano di ridurre il bisogno di movimento della storia a una infinita rosicata, come si direbbe a Roma, cioè una sorda dinamica di reazioni, vendette, ricatti, rancori, voltafaccia, insomma di basso che preme per salire, di periferia che occupa il centro, di pochi che arrivano a sopraffare molti.

lorenzo.pavolini@gmail.com

L Pavolini è scrittore

Polifonia predatoria: sul numero di dicembre 2018 anche Mimmo Franzinelli commenta M di Antonio Scurati.

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