Elena Ferrante – Storia della bambina perduta

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La scrittura e la vita

di Simona Micali

dal numero di dicembre 2014

Elena Ferrante
STORIA DELLA BAMBINA PERDUTA
L’amica geniale quarto e ultimo volume
pp. 451, € 19,50
e/o, Roma 2014

Lila e Elena. Le abbiamo conosciute bambine e poi adolescenti nella Napoli degli anni cinquanta, impegnate nella lotta per sopravvivere e affermarsi in un mondo violento e meschino, consapevoli che potranno contare solo su se stesse, sulle proprie doti (il genio naturale e il carisma di Lila, l’intelligenza caparbia di Elena), sul legame che le unisce (L’amica geniale, e/o, 2011). Le abbiamo viste allontanarsi, tradirsi, ritrovarsi e perdersi di nuovo in una giovinezza inquieta, costantemente minacciata, mentre intanto l’orizzonte si allarga: se Lila rimane invischiata dal rione, pare sprecare il suo talento nel tentare di governarne le minacciose dinamiche, Elena riesce a tirarsene fuori e approda alla Normale di Pisa, ai circoli intellettuali, a un matrimonio altolocato, alla letteratura (Storia del nuovo cognome, e/o, 2012). La maturità ce le fa sembrare lontanissime, ormai assestate su binari divergenti: il Sessantotto di Elena è quello dei dibattiti, dei libri, delle lotte femministe, dell’amore libero; quello di Lila è fatto invece di lotte sindacali, umiliazioni, degrado, camorra e droga (Storia di chi fugge e chi resta, e/o, 2013).

In questo quarto e ultimo volume i fili delle loro vite torneranno a intrecciarsi, o meglio a ingarbugliarsi: il riavvicinamento inatteso farà infatti venire al pettine i molti nodi del loro rapporto, le inquietanti simmetrie dei rispettivi destini ma anche le diverse fragilità, aspirazioni, paure. Intanto la storia macina i decenni, cinquant’anni per la precisione, e la narratrice Elena ce li racconta a modo suo, attraverso l’interferenza di prospettive a prima vista incompatibili: quella nazionale e “ufficiale”, fatta di politica, terrorismo, accademie e salotti, e il suo riflesso straniante sul microcosmo del rione napoletano, dove la grande storia si frammenta e si incarna nelle singole esistenze dei vicini di casa, degli amici d’infanzia, di nemici e conoscenti. Ma chi si aspetta una chiusura in piena regola, un finale vero e proprio che completi il cerchio delle vite delle due protagoniste, delle vicende del rione, della narrazione-fiume che ci ha accompagnati per quattro anni, quattro volumi e quasi 1800 pagine, non potrà che restare deluso: il romanzo si chiude, certo, e il ciclo anche, ma la storia e il suo significato rimangono sospesi, indecidibili.

La frustrazione delle attese è un meccanismo a cui i lettori di Ferrante si sono ormai abituati. Nella quadrilogia dell’Amica geniale sono molti i modelli e i generi di romanzo che vengono evocati, per poi trasgredirne clamorosamente le regole, l’impianto, il senso. L’amica geniale non è un romanzo di formazione: manca il punto d’arrivo, quello da cui valuti il percorso dell’eroe, o meglio di punti d’arrivo sembrano essercene di continuo (il matrimonio, la fuga da Napoli, il successo, l’amore realizzato, la maternità, il ritorno, e via di seguito), ma ciascuno di essi si rivela subito fittizio o provvisorio. Non è un romanzo sentimentale, visto che l’amore viene pesantemente demistificato; non è neppure un romanzo storico: la storia, quella ufficiale, non ha sufficientemente forza, non determina né spiega le vicende individuali, ciascuno dei personaggi anzi sembra esistere nel rifiuto di essere specchio del proprio tempo e del proprio ambiente. Non è un romanzo familiare o generazionale: manca una coralità vera, e la stessa Elena combatte tutta la vita per sentirsi parte di qualcosa, senza mai riuscirci. Non è un romanzo “al femminile”: certamente aggredisce i luoghi comuni e gli stereotipi di genere (primo fra tutti quello della maternità), ma svaluta pesantemente anche i miti femministi (il governo del corpo, la forza liberatrice dell’eros, la solidarietà femminile, l’autorealizzazione). Infine, questo quarto romanzo fin dal titolo evoca anche la detective story, per poi svuotarla subito di ogni tensione e fascino. Ma allora che cos’è che afferra il lettore e lo trascina irresistibilmente dalla prima all’ultima pagina? Da dove scaturisce la potenza di una scrittura che ha sedotto legioni di lettori in Italia, in Europa e persino in America?

È una domanda a cui è difficile rispondere; ma forse qualche indicazione possono darcela le discussioni tra Lila e Elena, che in questo quarto romanzo si fanno piuttosto frequenti, sul rapporto tra realtà e letteratura. Lila accusa Elena a più riprese di “fare letteratura”, di vedere il mondo con gli occhi di una “letterata”, ordinando, collegando e chiarendo tutto; mentre il mondo è confuso, precario, “smarginato”: “Niente niente niente di cui si possa dire definitivamente: è così”. E se Elena inizialmente fa resistenza, se vede anzi il proprio compito di scrittore come una lotta per ordinare il caos (“Io, per mestiere, devo incollare un fatto a un altro con le parole, e alla fine tutto deve sembrare ­coerente anche se non lo è”), pian piano ammetterà il velleitarismo di quella pretesa, e si arrenderà alla forza, all’onestà della visione di Lila. Come dinanzi al famigerato “quaderno rosso” dell’usuraia Solara, che nel suo elenco disordinato di cifre e nomi racchiude la vera storia del rione: “Mi resi conto in un lampo che la memoria era già letteratura e che forse Lila aveva ragione: il mio libro – che pure stava avendo tanto successo – era davvero brutto, e lo era perché ben organizzato, perché scritto con una cura ossessiva, perché non avevo saputo mimare la banalità scoordinata, antiestetica, illogica, sformata, delle cose”. Ecco allora che in contrasto con un modello di narrazione ordinata, coerente, naturalmente dotata di senso, il modello di Elena insomma, viene delineandosi un “modello di Lila”, ossia l’ideale di un realismo tormentato, ­coraggioso, onesto proprio nel dichiarare i propri limiti; ed è questo ideale che trasforma una trama ad altissimo potenziale romanzesco (ricca di eventi, personaggi, colpi di scena, conflitti e passioni violenti) in un racconto volutamente, esibitamente antiromanzesco. E all’improvviso sospettiamo che la vera figura della Ferrante-autrice nel testo non sia la ragionevole, conciliatrice Elena, ma l’impulsiva e perfida Lila, e che la sparizione, l’autoannullamento che apre il primo volume della quadrilogia e innesca il racconto sia una trasposizione di quello dell’autrice stessa, di quell’anonimato ostinato e così eloquente.

Quindi non aspettatevi scioglimenti, consolazioni, chiusure liete o tragiche, non aspettatevi nessuna catarsi e nessun chiarimento definitivo. In questo senso, il romanzo è proprio come Lila: ti sembra di averla afferrata (e con lei la trama, la scrittura, il senso della vita che quella scrittura dovrebbe veicolare) e invece ti è già sfuggita di nuovo. Sino all’ultimo paragrafo, sino all’ultima riga: che anziché poggiare delicatamente l’ultima carta in cima al castello faticosamente costruito, lo butta giù da capo con una mossa maliziosa e geniale. Indimenticabile.

simona.micali@unisi.it

S Micali insegna letteratura italiana all’Università di Siena

Le confessioni di un’italiana: anche Beatrice Manetti ha commentato Storia della bambina perduta nel numero di dicembre 2014.

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