Francesco Piccolo – L’animale che mi porto dentro

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Tenere il volante con una mano

di Gaetano de Virgilio

dal numero di febbraio 2019

Francesco Piccolo
L’ANIMALE CHE MI PORTO DENTRO
pp. 240, € 19,50,
Einaudi, Torino 2018

Nell’adolescenza, ad un tratto, non si può sapere con esattezza quando, arriva il momento in cui si dorme assieme ad una ragazza, vicini, per una notte intera. Per tutto quel tempo, con timidezza e accortezza, si mette in atto uno dei procedimenti erotici che porteremo sempre con noi, anche quando l’adolescenza sarà conclusa. Il metodo è questo: fare delle cose facendo finta di non farle, e dunque sfiorare, premere, spingere facendo finta di non sfiorare, di non premere, di non spingere. Dormire vicini serve a tenersi più caldi, questo è l’alibi di ferro. Una serie di messaggi codificabili – ma mai del tutto esplicitati – che ci conducono, nel migliore dei casi, ad una esperienza, quella sessuale. Eventi minimi che fanno parte di un inconscio – mica tanto – sistema erotico-sentimentale. Sorgono problemi, poi, quando in età adulta i destinatari di questa fiction del corpo diventano tua cugina, una babysitter, una nipote della cameriera. Francesco Piccolo continua a tracciare un solco nella palude mentale dell’uomo, dieci anni dopo La separazione del maschio (Einaudi, 2008), con L’animale che mi porto dentro.

Tutto parte da una panchina. Federica lascia Francesco e lui resta lì col cuore a pezzi. Torna a casa e sa che in quel momento ogni persona con cui avrà a che fare sarà esclusa da una serie di dinamiche del cuore, da una serie di pensieri, da una sofferenza che non si spiega. Il soffitto nella stanza resta l’unico panorama interessante da guardare. Ad un tratto, però, Francesco deve alzarsi per andare a pranzo, deve mangiare. Alzarsi e mettersi a tavola significa rispondere ad un istinto di sopravvivenza. Riuscire a sollevarsi da quella panchina, da quel letto, per rispondere al dolore, attesta che la complessità dell’esistenza ha ceduto il passo ad uno dei bisogni primari, quello di portare una forchetta alla bocca. Francesco Piccolo uomo si sdraia sul lettino della psicoanalisi e parla con Francesco Piccolo scrittore, chiedendosi come si convive con quello che non sei in grado di combattere. Qual è quello scarto psicologico, infatti, che permette all’uomo di voler bene al proprio padre nello stesso momento in cui lo odia, e che anni dopo terrà alzata l’asticella della tensione sessuale ogniqualvolta si parlerà in maniera disinteressata con una barista, con una collega di lavoro, con la migliore amica, con la madre del compagno del figlio? Piccolo mette sul piatto la consapevolezza di essere come tutti, altro che il desiderio. L’immaginario personale è l’immaginario collettivo, per cui riflessi nello specchio dello scrittore vi sono tutti gli uomini che hanno avuto un’educazione sentimentale che va dalla Laura Antonelli di Malizia a Sandokan, da Maciste a Lady Marianna.

È fiction, è autofiction, è autobiografia, è romanzo? I francesi forse sono quelli che più di tutti hanno usato la pagina come valvola di sfogo, come gas di scarico della propria vita, come luogo di autoanalisi condivisa, come risonanza magnetica delle proprie esperienze. Da Montaigne – “sono io stesso la materia del mio libro” – a Pascal, da Céline all’ultimo Carrère. Senza dimenticarsi dello splendido Marcel Jouhandeau, omosessuale, antisemita, genio, di Cronache maritali (Adelphi, 1999) a cui l’autofiction, forse inconsapevolmente, deve molto. Se l’animale che Piccolo si porta dentro ha una pecca, è quella di restare un po’ troppo in superficie nel libro, di lasciare a galla un dolore che forse richiedeva un lavoro di cesello migliore (non è una gara, né un confronto, ma si veda, per l’appunto, Carrère, si legga, in questo senso, Jouhandeau).

Quando questo succede, il risultato si vede. Quando, per esempio, racconta che da ragazzini, appena si subodorava la possibilità di uno scontro, bisognava partire con una testata in faccia, così, prima di discutere, a dimostrazione che il miglior attacco fosse la difesa, e che questo modo di fare è qualcosa che poi ha un proprio strascico nelle relazioni, anche amorose. Fare male a qualcuno per non ricevere altro male. Questo atteggiamento appartiene allo stesso uomo che, per difendere uno status quo inesistente, tiene il volante con una mano e non con due, che da ragazzino aveva paura di avvicinarsi all’entrata di un parrucchiere perché poteva essere tacciato di omosessualità dai compagni, e che dopo una cena con gli amici non si alza per azionare la lavastoviglie perché non ha ancora capito bene come si fa, ma giura che la prossima volta ci terrebbe tanto a farla partire lui.

Alla fine, uno dei pochi canali di comunicazione che resiste resta quello che collega direttamente il prepuzio al cervello (e questa è un’autostrada dritta che funziona da generazioni), è questo il nòcciolo bestiale, nobile, sentimentale. La soluzione, se c’è, è quella di convivere con l’animale che ci portiamo dentro, che ci rende schiavo delle passioni, che si prende tutto, come diceva Battiato, anche il caffè.

gaetano.devirgilio@gmail.com

G. de Virgilio è laureando in letterature comparate e postcoloniali

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