Matteo Trevisani – Libro dei fulmini

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Nei fulmini dell’amore

recensione di Orazio Labbate

Matteo Trevisani
LIBRO DEI FULMINI
pp.176, € 20
Atlantide, Roma 2017

“Ammutolii. Ora tutto sembrava acquistare un senso. Ma non poteva essere. Non potevo essere morto, ma qualcuno aveva creduto il contrario. Mi tastai i polsi per sentire se ancora il cuore mi batteva. Mi sembrò di sentirlo, freddo e lento, ma vivo. Feci un sospiro di sollievo”.

Matteo Trevisani - Libro dei fulminiLibro dei fulmini di Matteo Trevisani è un esordio di notevolissima validità letteraria. Sin dalla lingua. Essa è sorvegliata da un respiro fraseologico maturo, e si legge distribuita con l’intelligenza del freno, maneggiata e controllata con cura, senza sbavature. Queste ultime, quando scorte occasionalmente, si installano però in una tensione erudita, evocativa, e si accendono come bellissime scintille immaginative mai soffocate dal fulcro magico onnipervasivo verso cui tende e di cui è impregnato il potere narrativo di questo libro. L’elemento esoterico e quello misterico (fondamenta, entrambi, di tale esordio-viaggio fra le tombe dei fulmini, fra la realtà e irrealtà della metafisica ovunque, in una Roma esistente e insieme sostanza archeologica indispensabile al servizio di un evidente regno dei morti setacciato) sono ora originali dimostrazioni di una poetica propria di Trevisani, e di un suo romanticismo letterario che si fa ramo visionario autentico.

“Mi dissi che forse i momenti in cui avevo amato davvero erano stati i soli in cui avevo sperimentato una rara sensazione di unità, ma forse perché, come diceva Marsilio Ficino, Amore vera magica, il vero nome della magia è amore, e la magia ha senso solo se riesce a trasformare la realtà interna, a riunificare disposizioni, imperizie, difetti, per meglio accordarti con quello che c’è al di fuori. Se era successo, per me era stato per poco, in una fragile unificazione che non vedeva l’ora di tornare a essere molteplicità.”

La storia si muove dentro più piani temporali-atemporali collegati però eziologicamente, come un rito da compiersi (passato, presente e supposto/presente fantasmatico-iniziatico grazie al ricordo e soprattutto all’amore nei confronti e didentro Silvia attraverso l’unione carnale), e ha il tono di un’avventura picaresca. E tuttavia la serietà della ricerca essoterica del protagonista –  che ha il nome Matteo Trevisani stesso, ricerca che quindi si configura come definizione esistenziale del proprio essere non essere – ricorda il graduale sviluppo cognitivo, quello della scoperta occulta, passo dopo passo, della rivelazione cosmica delle proprie sorti, insito nei preziosi libri di Gustav Meyrink.

Le vicende sono però descritte senza esagerazioni astrologiche o facili voli linguistici, nonostante la sostanza favolosa del narrare. Pertanto, anche se si ha come fil rouge unitario dello sconvolgimento della vita del protagonista il fulmine – concetto soprannaturale, inferico e misterico, nonché dapprincipio materico ché lo colpisce dal passato (arrivano vicino a toccarlo) -, e si va quindi in cerca delle tombe dei fulmini, a Roma, per risolvere il rebus iniziatico che turba, questo è in verità un originalissimo e singolare romanzo d’amore.

È dunque un esordio stimolante quello di Matteo Trevisani, che scegliendo la via, modernamente impervia, del lavoro letterario basato sulla natura acroamatica delle cose e della vita, le dirotta miscelandole coi crismi superiori (e rivelatori) del sentimento umano e iniziatico. Un’opera, per quest’altra ragione, e per  concludere, abilmente costruita sulla vocazione e sull’amore equilibrato dell’esoterismo, costruente una scacchiera avventurosa che emoziona, che è piena di furiosa sensibilità genuina.

“Vidi Silvia qualche mese più tardi, che passeggiava all’ombra del porticato del mausoleo di Santa Costanza, in cerca dei suoi morti. Mi dissi che l’avrei lasciata fare, e che ognuno ha il suo inferno da attraversare. Rimasi un po’ a guardarla mentre si aggirava sfiorando le mura, attardandosi sulle colonne, studiando il modo in cui la luce si frastaglia sulle scanalature dei laterizi. Non sono mai riuscito a sapere che cosa pensasse davvero delle cose che toccava. La trovai bella, feci un cenno con la mano e poi mi dileguai prima che rischiasse di vedermi.”

O. Labbate è scrittore

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