Paolo Di Paolo – Una storia quasi solo d’amore

Sperimentare nella continuità

recensione di Alma Gattinoni e Giorgio Marchini

dal numero di giugno 2016

Paolo Di Paolo
UNA STORIA QUASI SOLO D’AMORE
pp. 171, € 15
Feltrinelli, Milano 2016

Paolo Di Paolo - Una storia quasi solo d'amorePaolo Di Paolo torna al romanzo vincendo una sfida: raccontare l’amore, ma con l’intelligenza di illuminarlo nel profondo di senso metaforico. Lo spazio fra gli avverbi “quasi” e “solo” apre una prospettiva più vasta, al di là della storia d’amore. La storia, rispetto a Dove eravate tutti (Feltrinelli, 2011) e a Mandami tanta vita (Feltrinelli, 2013), resta sotto traccia, ridotta a pochi eventi e luoghi: le dimissioni del Papa e l’elezione del nuovo, Londra, Roma non monumentale. Ma c’è soprattutto lo spirito del tempo, il nostro, in mezzo a una cerniera slabbrata, che da un lato chiude un secolo dallo splendore morente e dall’altro ne apre uno nascente e già opaco. La distanza tra queste due orbite, che convivono e generano attrito, è incarnata dai due protagonisti, la trentenne Teresa più radicata nelle vecchie categorie del Novecento, il ventitreenne Nino di fronte a un mare aperto, in una libertà morale senza confini. Sottilmente dialettico, il sistema dei personaggi si completa in una triade. Grazia, insegnante di teatro, “vecchia zia” e voce narrante, da spettatrice spia la vicenda, cedendo a intermittenza la parola ai due giovani. A Nino, il suo allievo più caro, dà l’occasione di diventare “il maestro di gente senza futuro”, che ha tre volte i suoi anni. Nino è un “presentista” che mal sopporta l’età dei suoi discenti, una specie diversa, ostinata a tenere in vita “qualcosa che già non c’è più, o che sta per morire”. Ironico pagliaccio, corteggiatore fortunato, apolitico, ateo, smitizzatore, è un ribelle alla seriosità dei modelli.

“Eravate bellissimi”

L’incontro con Teresa, nipote di Grazia, sette anni di differenza che fanno la differenza, lo mette davanti a un cumulo di domande e all’avventura dell’innamoramento. Anche Teresa, frustrata operatrice in una agenzia di viaggi, presidia un territorio in agonia, al pari del teatro, ma sublima l’insoddisfazione immaginando luoghi che forse non visiterà mai. Un trauma l’ha resa “distante, chiusa come un mistero”, ma decisa a non ripiegarsi su se stessa e a costruire rapporti etici. La sua vera identità si manifesta nell’imprevisto scenario di una chiesa. Nino è colpito dall’apparizione di una ragazza che le assomiglia. È Teresa, e prega. La “voglia di conoscere” giunge al suo punto più alto ed esploderà in un lungo dialogo serrato, quasi una requisitoria. La dualità, all’inizio giocata su forti antitesi, si tramuta in prorompente curiosità, in reciproco magnetico esotismo, fino ad abbattere l’armatura di pregiudizi e chiusure. Per Nino la domanda, evocata fin dalla allusiva copertina, diventa: “Perché gli stava incredibilmente a cuore entrare nella sua testa?”. L’amore è una “corrente che scava l’estraneità e la trasforma in confidenza”, che avvicina due universi inconciliabili.

Un bacio di insolita potenza narrativa è il discrimine dal quale la storia può dispiegarsi. Anche il sesso, latente nel desiderio, non ha bisogno di enfasi, ma di gesti finalmente complici. La voce narrante, dopo l’esordio con un folgorante “Eravate bellissimi”, continua sino al bivio prima della soluzione finale. All’amore si intrecciano altri temi-confronto. Nel confronto generazionale, l’autore della memorabile pagina sul debito verso i maestri (Tutte le speranze, Rizzoli, 2014) è riuscito a entrare nella mente di un ragazzo, insofferente alle pastoie del passato e a raccontarne la crescita. Nel confronto uomo-donna, è ben risolta la scelta di contrapporre Nino, scettico su tutto, a Teresa, pronta “a rimettere in moto la sua vita”. La componente religiosa è un banco di prova fondamentale, ma non l’unico. Nel confronto vita-teatro, lo scrittore, reduce da una full immersion di “teatro partecipato” (Istruzioni per non morire in pace, Edizioni di Storia e letteratura, 2015), trasfonde nel testo riflessioni su questo binomio, facendole scaturire come graduali esperienze conoscitive. Nel nuovo romanzo non mancano continuità e coerenza con i libri precedenti. L’autore ritorna su un tema che gli è congeniale, come quello del tempo, passando spesso dal taglio narrativo a quello aforistico. Analogamente il rapporto con i modelli, fulcro della sua ricerca, non viene abbandonato. Nino è il risultato dello sgretolamento del principio di autorità, è figlio della sua epoca. Ha però una maestra e un amore che sembrano contrastare il processo di desertificazione. Riuscirà a non diventare come il vecchio “grande attore”, che ha sostituito “stupore” e “talento” con “disincanto” e “mestiere”? Anche nelle scelte narrative Di Paolo sa coniugare sperimentazione e continuità. Originale il ricorso a un “voi” che viene via via frantumato: un monologo in cui un solo interprete affronta tante parti, come se gli attori si moltiplicassero sulla scena. Felicemente scandita la dialettica domanda-risposta del doppio ritratto-dialogo che spezza il ritmo e teatralizza al massimo la narrazione.

almagiorgioalice.it

A Gattinoni e G Marchini sono saggisti