Sandra Petrignani – La corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg

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Una tristezza di fondo

recensione di Lorenzo Renzi

dal numero di ottobre 2018

Sandra Petrignani
LA CORSARA
Ritratto di Natalia Ginzburg
pp. 459, € 16
Neri Pozza, Vicenza 2018
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Sandra Petrignani - La corsara. Ritratto di Natalia GinzburgÈ strano che i biografi siano così attratti da scrittori che hanno già scritto tanto di sé. È il caso di Proust, la cui opera è dedicata per intero a un bambino, poi ragazzo ed adulto che si chiama Marcel, e che, con minime differenze, fa tutto quello che ha fatto il suo autore, Marcel Proust. Le biografie di Proust non si contano, e le più complete sembrano quasi voler rivaleggiare per lunghezza e minuzia con la Recherche. La stessa cosa vale per Natalia Ginzburg, che, in forma ora velata ora del tutto palese, ha scritto quasi sempre di sé. Sandra Petrignani le ha dedicato una biografia, e non è la prima, di più di quattrocento pagine, la cui fonte principale sono gli stessi scritti dell’autrice. Forse la ragione è che la sfida a risolvere la dualità tra persona e autore non è mai così evidente come in questi casi, quando la distanza tra i due sembra minima. Più un autore scrive su di sé, meno sappiamo di lui.
Ed è così anche per Natalia Ginzburg. Era, scrive Sandra Petrignani, una persona profondamente triste. Com’è possibile allora che abbia scritto pagine che ci rimangono impresse per la loro grande allegria? Per il loro brio? Nel mio caso, di lettore della prima ora, le prime pagine di Lessico famigliare, quelle del padre brontolone con i suoi “sbrodeghezzi” e “potacci”, si sono talmente fissate nella mia memoria da accompagnarmi, con un senso di divertimento, per tutta la vita. Alla seconda, alla terza lettura le sue pagine sono state per me come degli incontri con persone conosciute, non delle novità.

Non c’è da dubitare della tristezza di fondo di Natalia Ginzburg, non tanto perché ce ne parla spesso lei stessa, ma perché la tristezza, la miseria, lo scoraggiamento e la tetraggine vi vengono spesso incontro nella sua opera, altrettanto veri della sua allegria. Il ritratto della famiglia d’origine, con al centro il papà scienziato, quello che nelle Piccole virtù parlava degli “sbrodeghezzi” e dei “potacci”, ritorna in altre sue opere al negativo: il padre è un uomo sinistro, che urla in faccia ai familiari e spaventa la figlia ragazza, che non osa rivolgergli la parola. Natalia, come si racconta, è una ragazza infelice, musona, convinta di essere inabile a tutto tranne che alla scrittura. La vita la sottrae al dominio paterno solo per sottoporla alle prove più dure: segue il marito Leone al confino e poi a Roma, nelle peggiori condizioni materiali. A Roma Leone muore in carcere, sottoposto a tortura dai nazisti. Anche il secondo marito, Gabriele Baldini, morirà prematuramente. Natalia aveva avuto da Leone tre figli, da Gabriele ne avrà due. Con la prima, Susanna, gravemente disabile, passerà il resto della sua vita, il secondo, Antonio, morirà dopo meno di un anno dalla nascita.

La centralità della famiglia

Al confino in Abruzzo, nel poco tempo libero che le lascia la cura dei tre bambini, la giovane donna che aveva sognato fin da bambina di diventare scrittrice, scrive e pubblica già allora il suo primo romanzo breve, La strada che va in città (1942). È il suo primo successo, che la spingerà presto a fare dello scrivere un “mestiere” (Il mio mestiere in Piccole virtù). Diventerà redattrice della casa editrice Einaudi, e lo rimarrà quasi per tutta la vita. Si sottoporrà, felice, ai lavori più duri, chiedendo solo di scrivere, recensire, tradurre: centinaia, migliaia di pagine. Sarà giornalista affrontando i temi di attualità, spesso con disarmata semplicità, in un tempo di grandi intellettuali “impegnati”.
Se dovessi dire, sulla scorta della bellissima biografia di Sandra Petrignani e delle mie letture e riletture di Natalia Ginzburg, quale è stato il suo tema centrale, direi che è stato la famiglia: la sua famiglia d’origine e tante altre famiglie, reali (come La famiglia Manzoni, 1983) e immaginarie, affollate di padri e di madri, di fratelli e sorelle. Famiglie numerose e riottose, luoghi di conflitti irrimediabili, ma ai quali non si sfugge se non per un’altra famiglia, spesso dai connotati simili.

Natalia Ginzburg ha passato la gran parte della sua vita al centro di una società letteraria e intellettuale del suo tempo, lei, austera torinese, nella Roma chiassosa, estroversa e geniale, e infine anche tragica, dal primo dopoguerra agli anni di piombo. Per lo più silenziosa, ci dice Sandra Petrignani, anzi silenziosissima. Come non stupirci? Non solo la sua felicità stava solo nella scrittura, ma anche la sua voce non si apriva che lì?
Con La corsara (perché questo titolo enigmatico? la lettura del libro non risponde alla domanda del lettore incuriosito) Sandra Petrignani aggiunge un pezzo di valore, più completo, più filologico e critico anche, al mosaico dei ritratti narrativi di scrittrici che aveva raccolto nell’affascinante La scrittrice abita qui (Neri Pozza, 2003). Qui apparivano altre donne austere, come Grazia Deledda, o – la scrittrice si trasferisce volentieri fuori d’Italia – al contrario avventurose e stravaganti, come Colette, Marguerite Yourcenar o Karen Blixen.

info@lorenzorenzi.it

L Renzi ha insegnato filologia romanza all’Università di Padova

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