Wu Ming – L’armata dei sonnambuli

0

Grande e piccola parodia 

recensione di Girolamo De Michele
dal numero di aprile 2014

Wu Ming
L’ARMATA DEI SONNAMBULI
pp. 803, € 21
Einaudi, Torino 2014

“Non un fiato mentre la mano di Sanson smolla la fune e… Tump. Un bel suono secco, da far rinculare la testa nelle spalle, come si fosse tartarughi. È stato un attimo, poi un boato e un zullo di cappelli in aria…”: così, nell’argot di una delle voci di questo romanzo, esce dalla scena sulla quale era appena stato introdotto Luigi Capeto, già noto come Luigi XVI. E noi lettori siamo gettati in medias res, in quel frangente della rivoluzione francese cui già Hugo aveva dedicato Novantatre (e forse alluso Dumas in Vent’anni dopo). Seguiremo la rivoluzione, che ha già conosciuto la Costituente, farsi più rapida lungo il pendìo irreversibile della Convenzione e del Termidoro: “Ogni spinta doveva portare il mondo piú lontano dal vecchio ordine, ogni paradosso andava reso piú stridente, ogni contrasto doveva ­acuirsi”, recita il copione di Laplace, la “Primula Nera” controrivoluzionaria per il quale la rivoluzione è una grande parodia, e il delirio degli internati nell’ospedale di Bicêtre ne è la più veritiera espressione.

Ma se è vero che dentro le mura gli alienati inscenano la rappresentazione della rivoluzione che ha luogo al di là di quelle mura, è altrettanto vero che al tempo stesso una rivoluzione stava davvero cercando di nascere tra Bicêtre e la Salpetrière, tra Pinel e Pussin: il “trattamento morale” dei pazienti psichiatrici. “Fino a pochissimi anni prima, gli alienati di Bicêtre, in catene, arrancavano incrostati di sporcizia nella penombra umida tra i muri (…). Le cose stavano cambiando. Jean-Baptiste Pussin stava facendo la sua rivoluzione nella rivoluzione. Applicava idee inusitate, a loro modo coraggiose: trattare gli insensati come esseri umani, mirare a una loro ‘guarigione’ (…). Aveva tolto i ferri da polsi e caviglie, e si era messo a parlare agli alienati”. L’utopia medica dell’illuminismo sociale, incarnata dai personaggi di D’Amblanc e Chastenet: “La Repubblica è nulla senza uguaglianza, e l’uguaglianza è nulla senza un rimedio universale contro la malattia. Una terapia capace di guarire tutti allo stesso modo, senza distinguere il nobile dal poveraccio”.

Una rivoluzione senza ghigliottina. Messa così, sembrerebbe facile sovrapporre la medicina illuministica al progresso, e l’oscurantismo del passato alla reazione, se l’umanizzazione della malattia mentale non comportasse il passaggio da una “coercizione fisica a una piú nascosta, ma non meno invasiva, coercizione mentale”. Ecco allora che, in un registro narrativo che allude (mantenendo la giusta distanza) all’horror, il potere medico si fa controllo mentale, sino all’ipnosi collettiva vòlta a creare un’armata di sonnambuli (“gecchi strani che li picchiavi e non andavano giú”) usata per restaurare quel potere che la rivoluzione aveva abbattuto: allegoria potentissima delle tecniche di controllo sociale a noi presenti.

Dalla rivoluzione nei manicomi a quella nelle strade: che cos’altro aveva fatto, la rivoluzione, se non cominciare a costruire la liberazione degli uomini dalla misera e dalla disuguaglianza, e dar loro parola? E, scandalo ancora maggiore, dare diritto di parola anche alle donne. E di donne che prendono la parola (che si riprendono la parola) in questo romanzo ne incontriamo molte, ciascuna a rappresentare una sfaccettatura dell’altra metà del cielo, come si usava dire una volta: sfaccettature che dovrebbero far esplodere l’indistinto agglomerato del “popolo di Parigi” (quel viavai indistinto “che era specchio dell’intera città: ricchi e poveracci, rivoluzionari veri e farlocchi, zotici e uomini di spirito”) nella concretezza delle pratiche e dei comportamenti; e che invece finiranno per essere uniformate nelle grandi divisioni manichee-brissottiane controrivoluzionarie, mentre il Termidoro è già in marcia. Spicca, tra queste figure, un personaggio a tutto tondo, la sarta Marie Nozière, forse la più complessa figura femminile messa in scena nella quindicinale produzione letteraria dei Wu Ming. Personaggio che, nella semplice eventualità che sia un’ava di Violette Nozière, apre altre porte e altri squarci all’immaginario del lettore, nei quali baluginano i lampi di Breton, di Chabrol, degli Area (“So che se fossi pazzo e dopo internato / approfitterei di un momento di lucidità...”). Personaggio di grande complessità, attraversato dalla contraddizione tra un desiderio di giustizia sociale e di riscatto dalla condizione di miseria e sfruttamento da cui proviene, ma anche tormentata dalla memoria delle violenze subite, e dal senso di colpa per una sorta di “violenza rivoluzionaria” inflitta a una girondina.

Luigi Carlo CapetoSi può parlare di qualche avvicinamento ai territori della psiche e della sua analisi? Due altre figure sembrano far segno in questa direzione: parliamo dei due ragazzi, Bastien, il figlio di Marie (una sorta di Gavroche, per rimarcare ancora la prossimità con i romanzi di Hugo), e Luigi Carlo Capeto, il figlio del sovrano deposto. Ambedue orfani di un padre-padrone, mancanti di un genitore violento: il primo reagisce nelle forme della ribellione, il secondo si lascia cadere in una sorta di sindrome depressiva, chiuso nel mutismo e tormentato da un incubo ricorrente. Le vicende dei due ragazzi sembrano alludere a quella più generale eclissi della figura del padre possessivo con la quale un certo pensiero psicoanalitico (di stampo lacaniano) si confronta oggi nel tentativo di fornire strumenti di lettura per le patologie sociali contemporanee, tra le quali quella forma d’ipnosi collettiva che è l’ipnosi dell’oggetto correlata al totalitarismo dell’oggetto di godimento: confermando così, i Wu Ming, con una nuova freccia nella propria faretra, l’intento di parlare sempre al presente attraverso romanzi storici, “scavando nella melma di un passato al quale non ci si può più permettere di fare sconti” per far emergere la speranza “su qualunque sconfitta” (come scriveva De Pascale nella sua un po’ entusiastica monografia sui Wu Ming del 2009).

Del resto, non aveva forse lo stesso Freud definito l’inconscio “ein anderer Schauplatz”, un’altra scena? E infatti la scena è una delle chiavi di lettura di questo romanzo, strutturato come un copione teatrale per atti e scene, al cui interno è narrata la gran scena del mondo sulla quale si agita il “teatro vivente della rivoluzione” nel quale le maschere non hanno soltanto una funzione scenica, ma diventano armi; e dentro la scena della grande parodia, la piccola parodia della rivoluzione recitata tra gli alienati; e all’interno dei rivoluzionari, l’altra scena dell’inconscio.

Così stando le cose, come stupirsi se uno dei protagonisti di questa sarabanda sia proprio un attore cresciuto nel mito di Goldoni, il bolognese Leonida Modonesi, francesizzato Léo Modonnet, i cui tratti rimandano (ma non sveleremo come) al Gert di Q., ma anche all’impiegato di De André, che viene a restituire al potere un po’ del suo terrore travisato da Scaramouche. Una sorta di vendicatore un po’ maldestro (un antidoto alla caduta nel mito tecnicizzato e fascistoide dell’eroe, dal quale è sempre bene tenersi lontani), che sembra in qualche modo contenere una delle possibili morali non solo di questa Armata dei sonnambuli, ma di un’intera carriera letteraria svolta sotto l’impegno di “pensare la rivoluzione” in tutte le sue declinazioni e le sue derive: forse, sembrano suggerire i vari Léo, Marie, Bastien, D’Amblanc, Treignac, se la morale ha un senso, il vero rivoluzionario (come Stefano Tassinari, cui è dedicato in memoriam il romanzo) è chi riesce a non essere indegno di ciò che gli accade.

demichele.gi@tiscali.it

G. De Michele è insegnante e scrittore

Condividi.