Jesmyn Ward – Salvare le ossa

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Katrina, furia iniqua capace di disfare il mondo

recensione di Daniela Fargione

dal numero di ottobre 2018

Jesmyn Ward
SALVARE LE OSSA
ed. orig. 2011, trad. dall’inglese di Monica Pareschi
pp. 318, € 19
NN, Milano 2018
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Jesmyn Ward - Salvare le ossa«Mia madre è un pesce». È questa enigmatica affermazione di Vardaman Bundren, figlio minore di una famiglia di contadini bianchi dell’immaginaria regione di Yoknapatawpha, Mississippi, a comporre uno dei capitoli più brevi della storia del romanzo e, indiscutibilmente, il capitolo più dibattuto di Mentre morivo di William Faulkner. Mentre Cash, il figlio maggiore, scende a patti con la morte imminente della madre costruendole una bara, Vardaman razionalizza la perdita sovrapponendo l’immagine della mamma con quella di un pesce appena pescato nel fiume. A questa storia complessa e corale si ispira Jesmyn Ward per la stesura di Salvare le ossa, primo romanzo della trilogia di Bois Sauvage, pubblicato da NN nella convincente traduzione di Monica Pareschi. Vi compare nelle prime pagine quando Esch, protagonista “piccola, scura e invisibile” come Euridice, rivela la sua passione per i libri che nella tragedia della sua esistenza le fanno da bussola: se l’estate precedente aveva letto William Faulkner, adesso è il turno di Edith Hamilton con le storie di Giasone e Medea e dei possenti ritmi incantatori dei miti a cui la ragazzina si affida per istinto.

Vincitore del prestigioso National Book Award nel 2011, il romanzo si dipana nei dieci giorni che precedono l’arrivo di Katrina, inserendosi così nella ricca produzione narrativa emersa dal dramma dell’uragano. Si tratta di un copioso corpus letterario che spazia dalla cronaca alla testimonianza, dall’analisi socio-politica alle opere di fantasia e che, con tecniche e linguaggi diversissimi, ha tentato di sondare non solo le vite dei singoli individui e dei modi in cui l’uragano le ha modificate, ma anche le reazioni che il corpo tutto dell’America ha esibito dopo i vari disastri: naturali, antropogenici, politici e razziali. Salvare le ossa narra la storia dei Batiste rimasti soli e disorientati dopo la morte di parto della madre: il padre alcolizzato, tre figli maschi – Randall, appassionato di basket; Skeetah, attaccato al suo cane China “come un’unghia alla carne”; Junior, “l’ultimo fiore di mamma” – e una femmina quattordicenne che deve fare i conti con una gravidanza indesiderata e tenuta nascosta a tutti, compreso il crudele Manny, padre del bambino, che la prende dove capita e senza mai rivolgerle uno sguardo. Eppure, a differenza di qualunque altro ragazzo al quale si concede perché è “più facile lasciarlo fare che chiedergli di smetterla”, a lui Esch offre il suo “cuore di femmina” e quei brevi amplessi, grondanti di sudore e illusioni, le accordano la forza di Psiche, Euridice, Dafne, soddisfacendo in parte il bisogno di sentirsi amata. È sua la voce narrante del romanzo, ed è una voce che prende in prestito dalla natura: proprio come l’uragano che si gonfia in lontananza, si costruisce piano, raccogliendo le forze per nominare l’indicibile che incombe e che tutto stravolgerà: «È una donna, sono i peggiori. Katrina». Vero è che il posto in cui vive e che ora chiamano “la Fossa”, là nel bayou, è costantemente in balìa di qualche tromba d’aria di passaggio e ogni settimana gli scienziati del giornale-radio annunciano un uragano nuovo: «Mai vista una cosa del genere». Quel soprannome, “la Fossa”, gli era stato affibbiato molti anni prima dal nonno, Papa Johnson, e ora sta a indicare una radura popolata di detriti, gusci d’ostrica, rami, pattume e tergicristalli abbandonati su cui aleggia il fetore della plastica bruciata. Ed era stato sempre Papa Johnson a permettere ai bianchi di portarsi via, pezzo dopo pezzo, la terra argillosa che la costituiva finché, a furia di scavare, si era formato un dirupo. Chissà, forse anche per il nonno era stato più facile lasciarli fare piuttosto che opporsi alla violenza perpetrata sul corpo della terra. Quando diventa evidente che la proprietà rischia di essere inghiottita dalla palude è troppo tardi: dopo il passaggio di Katrina, di Bois Sauvage rimarrà soltanto “un taglio che non smette di sanguinare”, mentre i sopravvissuti, “macerie umane”, si confonderanno con i mille oggetti tornati a galla.

Polvere rossa, caldo e umidità impastano i destini di questa gente e imbevono l’aria di brutali umori selvatici. Le madri, in Salvare le ossa, sono le più indomabili. Quando la mamma dà alla luce Junior, il papà è costretto a trascinarla a forza fuori dal letto per trasportarla in ospedale; per terra rimane una scia di sangue e lei a casa non torna più. Ma la sua presenza in assenza detta, negli anni a venire, le scelte dei figli e ciascuno a suo modo si sostituisce a lei per il bene degli altri: Esch, che dispensa poco amore (e ancor meno cibo), da lei impara “a sopportare il dolore come un maschio”. China, il bullpitt di Skeetah addestrato per combattere, “fiorisce” i suoi cuccioli ma come una “dea esausta” perde le forze mentre li allatta tutti: «È il prezzo di essere femmina» commenta Esch. Skeetah, che dimostra di essere tanto madre quanto il suo cane: con “la stessa espressione paziente di mamma” pulisce i fratelli come gattini e dopo l’ultimo selvaggio combattimento di China intuisce che dare la vita a qualcuno “significa capire per cosa vale la pena combattere”. E infine la sanguinaria Katrina: “entrata nel golfo come una regina per portare la morte”, lasciando dietro di sé lo stesso “odore di un dente cariato”. La gravidanza di Esch e l’uragano condividono la stessa inesorabilità. E se William Faulkner fa costruire a Cash una solida bara alimentando l’illusione che gli esseri umani possano controllare il dolore, Jesmyn Ward fa costruire ai suoi personaggi delle dimore alimentando l’illusione di poter controllare la natura: le stie per le galline, le cucce per i cani, la casa di papà. Tutto inutile: Katrina si abbatterà come una furia e sarà in grado di disfare il mondo. E sono ancora le case a rivelare nel romanzo le differenze tra i bianchi e i neri, tra i ricchi e i poveri, tra i sopravvissuti e i dispersi. Ne esiste un intero repertorio: Esch le osserva ogni mattina dal finestrino dell’autobus che, nella sua corsa verso la scuola, raccoglie nei quartieri dei bianchi “ragazzoni solidi con le spalle larghe (…) e bambine con guance rosse e occhi azzurri slavati, tutti con le facce strofinate di fresco”. Loro sì che avranno qualche chance per mettersi al riparo, perché la vulnerabilità alla catastrofe – ci rammenta la scrittrice che, a sua volta, è vittima dell’uragano – non è mai distribuita equamente: a uno svantaggio sociale corrisponde troppo spesso uno svantaggio ambientale. E così come Medea, la femmina tradita, anche Katrina si avvale dei suoi poteri magici e in uno sleale agguato fa a pezzi i suoi stessi figli. Solo che persino nell’apocalisse del Mississippi quei figli non si rivelano uguali. “Mia madre è un uragano.”

daniela.fargione@unito.it

D Fargione insegna letterature angloamericane all’Università di Torino

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