L’epopea americana di Joyce Carol Oates

Lo spirito tragico e potente d’America in quattro libri

recensione di Paolo Armelli

dal numero di dicembre 2017

Joyce Carol Oates
EPOPEA AMERICANA
Il Saggiatore, Milano 2017

IL GIARDINO DELLE DELIZIE
ed. orig. 1967, trad. dall’inglese di Francesca Crescentini
pp 520, € 21

I RICCHI
ed. orig. 1968, trad dall’inglese di Grazia Bosetti, Valeria Gorla, Camilla Pieretti, Sara Reggiani
pp. 329, € 18

LORO
ed. orig. 1960, trad dall’inglese di Bruno Oddaro
pp. 653, € 23

IL PAESE DELLE MERAVIGLIE
ed. orig. 1971, trad. dall’inglese di Alessandro D’Onofrio, Giulia Poerio, Alessandro Vezzoli
pp. 651, € 23

e

Joyce Carol Oates
I PAESAGGI PERDUTI
ed. orig. 2016, trad. dall’inglese di Katia Bagnoli
pp. 313, € 22
Mondadori, Milano, 2017

Nella sua raccolta autobiografica I paesaggi perduti, pubblicata quest’estate da Mondadori, la scrittrice Joyce Carol Oates inizia con l’ammettere che tutti “finiamo per diventare quegli stessi fantasmi che abitavano i paesaggi perduti della nostra infanzia”. Questa frase è tanto significativa all’interno dell’opera della prolifica autrice (più di 40 romanzi all’attivo per non parlare di racconti, novelle e saggi) e vi si legge in controluce il significato profondo della sua Epopea americana. Ponderosa e prodigiosa quadrilogia, l’Epopea, pubblicata fra maggio e ottobre dal Saggiatore, propone quattro titoli che raccontano il maturare più profondo dello stile di vita statunitense lungo il corso del Novecento.
I quattro romanzi, tutti inediti tranne il terzo (presentato però qui in una nuova traduzione), sono stati accostati da Oates come una serie che doveva “esplorare le vite interiori di giovani americani particolarmente rappresentativi dal punto di vista della lotta di classe”. Da Il giardino delle delizie (1967), che narra l’abbrutimento e la redenzione delle zone più rurali degli States, a I ricchi (1968), ambientato nel quartiere bene di Detroit; da loro (1969), su due fratelli immersi in condizioni di povertà e radicalismo, a Il paese delle meraviglie (1971), che racconta l’epica affermazione di un ragazzo orfano che fa propria una particolare visione dell’american dream, in questi romanzi c’è tutta l’America che uno possa desiderare leggere in un totale di duemila pagine.

Un sentire comune

Le storie, pur non essendo sequenziali (ogni libro si può leggere indipendentemente dagli altri e non in particolare ordine), sono accumunate però da un sentire comune, da un immaginario ben delineato, da una certa idea di società che si esprime nelle sue contraddizioni più estreme e nelle sue frustrazioni più tipiche: non è un caso che i personaggi principali di questi romanzi siano quasi tutti ragazzi o ragazze, spesso giovanissimi, ma che devono farsi carico prematuramente del peso della vita e crescere in fretta. Alcuni nell’agio di una ricchezza che può crollare da un momento all’altro, altri nella disperazione di una miseria nera e che, nonostante ogni tipo di emancipazione, non si scrolla mai di dosso.

Il primo volume, Il giardino delle delizie, parte proprio da queste condizioni infime, che fra l’altro gettano lampi di inquietante attualità sul nostro presente: la storia si apre su una carovana di migranti che si sposta da una regione all’altra degli Stati Uniti in cerca di pesanti lavori stagionali nei campi; l’occhio della narratrice si stringe man mano poi sulla giovane Clara Walpole, figlia di un contadino la cui famiglia vive in condizioni di povertà agghiacciante. La ragazza fugge lasciandosi quella vita alle spalle ma la foga di ottenere un’esistenza migliore la rende dipendente da varie figure maschili: un rappresentante sfuggente che plasma “la nuova Clara”; un ricco possidente, molto più grande di lei, a cui lei si lega per ottenere uno status ambizioso; il figlio Swan, creatura amatissima fino all’asfissia, tanto da generare in lui la smania della distruzione.
“Bizzarri, imprevedibili, ribelli, presi da manie di grandezza e autodistruttivi”: così definisce questi personaggi l’autrice stessa. Quella che all’apparenza è, in effetti, la parabola più positiva del sogno americano finisce in Oates per sgretolarsi.

La violenza

Lo stesso accade in I ricchi, forse il più sperimentale nella voce e nell’andamento, dove però ci troviamo in tutt’altro ambiente: Richard Everett è un bambino che apparentemente ha tutto: una famiglia abbiente, una madre artista anche se forse troppo refrattaria all’affetto, un’educazione di alto livello. Eppure quell’America ricca, illuminata, progressista che sembra trovare in lui un futuro campione viene annegata in una spirale di ossessione, gelosia e violenza gratuita (“Queste memorie sono un’accetta con cui squarciare la mia stessa pesante carne e la carne di chiunque altro sia d’ostacolo”, dice Richard che si fa egli stesso narratore, anche se non si sa quanto affidabile).

La violenza, questa volta accompagnata da una povertà risolvibile solo con l’assistenza sociale o con mezzucci fuorilegge, è la colonna dorsale anche di loro: in una Detroit nel pieno del suo sviluppo economico ma in cui si aggrega anche una classe sottoproletaria al limite della sopravvivenza, Loretta cresce i suoi figli, fra cui Jules e Maureen, con una disperazione fatta di espedienti e disattenzioni. Tutti cercano dunque di trovare una via d’uscita: la fuga, l’amore insensato per una ragazza ricca, la radicalizzazione politica e l’abuso nel caso di Jules; le letture disperate, la vendita del proprio corpo, la paralisi e infine il rifiuto delle radici per Maureen. Affari loschi, violenze domestiche, disparità fra i sessi (“Una donna cresce per sopportare tutta la merda che può dagli uomini”, si dispera Loretta) rapporti familiari che si tramutano in odio fanno da sfondo allo scorrere della storia più grande, quella della guerra del Vietnam o la sommossa di Detroit nel 1967. Tutto finisce però nel fuoco (non a caso avvincente passione del giovane protagonista) e tutto si risolve in un inevitabile addio.
C’è tantissima disperazione in tutte queste pagine. Leggere queste opere di Joyce Carol Oates restituisce in effetti una sensazione di vertigine: da una parte la sua narrazione è sempre precisa, tagliente, ogni storia viene accostata alle altre grazie a una sapiente e perfettamente domata tecnica di accumulo; dall’altra non c’è scampo a tutta la verità, a tutta la realtà, a tutte le speranze infrante e alle vite deviate che l’autrice ci mette di fronte senza un’ombra di sadismo, ma con un lucidissimo amore per la realtà (loro è anche, fra le altre cose, un complesso e forse ingannevole esperimento di autofiction in cui compaiono le lettere che Maureen, che si suppone realmente esistente, invia alla sua ex-insegnante chiamata, come l’autrice, miss Oates).

La vertigine più grande

Ma la vertigine più grande e forse il punto più alto di tutta la tetralogia si raggiunge con Il paese delle meraviglie (il cui titolo in inglese, Wonderland, dà in effetti il nome a tutta la serie chiamata Wonderland Quartet). Qui seguiamo il giovane Jules che vive tante vite quanti sono i cognomi: nato Vogel durante la grande Depressione, viene affidato al burbero nonno dopo che il padre stermina l’intera sua famiglia; adottato durante la seconda guerra mondiale da un ambizioso e ossessivo dottore di nome Pedersen, fugge portandosi dietro però la passione per la medicina (diverrà un affermato chirurgo) e la solida convinzione di dover ottenere tutto ciò che desidera. Anche qui la crisi verrà quando la figlia Helene, inquieta e sognatrice, fuggirà di casa per finire, malconcia e disperata, in una comune hippie di Toronto nel pieno degli anni sessanta.

Come e più di tutti gli altri romanzi di quest’Epopea, Il paese delle meraviglie è totale e disturbante, infinito e sfinente, portentoso e angoscioso. Anche qui un accumulo di persone, trame, allusioni: la potenza di Joyce Carol Oates è di farci bere a piene mani da quella coppa salvifica e al contempo mefitica che è l’America (“Non ho proprio più voglia di scrivere romanzi del genere, e nemmeno di rileggere questo”, confessa lei stessa). Gli Stati Uniti vengono descritti in lungo e in largo, nell’alto e nel basso delle loro condizioni economiche, nel bene e nel male delle loro aspettative spesso disattese. L’idea è che tutte queste storie – quasi tutte di giovani, molte di donne, sempre di ultimi che mai diventeranno veramente primi – siano “l’essenza di un luogo e di un tempo”, come scrive Oates, “quella magica congiunzione del sé individuale con un’anima più grande, comunitaria, mistica, inconoscibile”. Questa vicenda americanissima parla in realtà di tutto quanto ci è accaduto e accade tutt’oggi. Parla di sogni che sono anche i nostri. Confessa le nostre ambizioni e il fatto che siano immancabilmente accompagnate dalla paura, sempre più realistica e probabile, dell’insuccesso. Dice però anche del grande potere taumaturgico della parola, perché una letteratura potente riesce a imbrigliare anche le ossessioni più cupe e i destini più tragici. L’importante è trovare il proprio giardino: “Il giardino era quanto le bastava avere del mondo perché era tutto ciò che riusciva a gestire”.

p.armelli@yahoo.it

P Armelli è critico letterario