Margaret Atwood – Il racconto dell’ancella

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Grembi con due gambe in una dittatura teocratica


recensione di Alice Balestrino

dal numero di gennaio 2018

Margaret Atwood
IL RACCONTO DELL’ANCELLA
ed. orig. 1985, trad. dall’inglese di Camillo Pennati
pp. 398, € 16,80
Ponte alle Grazie, Firenze 2017

Margaret Atwood - Il racconto dell’ancellaNel 2017 Il racconto dell’ancella – romanzo distopico nato dallo sforzo immaginifico della visionaria e acclamatissima scrittrice canadese Margaret Atwood – ha raggiunto l’apice di una parabola ascendente iniziata più di vent’anni fa. Pubblicato nel 1985, quest’anno il libro è diventato serie televisiva; un adattamento magistrale che è stato seguito episodio dopo episodio da un vasto pubblico di affezionati (tale da spingere Hulu, il produttore e distributore statunitense della serie, importata in Italia da Timvision, a programmare la seconda stagione) ed è valso al cast otto Emmy Awards e recensioni entusiastiche. Sull’onda di questo successo sul piccolo schermo, Ponte alle Grazie ha riproposto il romanzo in una nuova edizione, sempre con la traduzione convincente di Camillo Pennati. Al lettore attento difficilmente scapperà la coincidenza temporale che lega il primo anno di mandato di Donald Trump (l’inaugurazione, quindi, di una presidenza populista che mira alla disuguaglianza sociale e alla privazione dei diritti civili di molti essere umani, ancor prima che cittadini) e la grande popolarità raggiunta da Il racconto dell’ancella, ambientato in un futuro non troppo distante in cui il sogno americano si è tramutato in incubo.

È Atwood stessa a esplicitare e ampliare questo nesso in un articolo uscito a marzo per il “New York Times” in cui l’autrice ripercorre la storia del romanzo: dalla stesura (avvenuta a Berlino ovest, dove la quotidianità era impregnata di guerra fredda e la cultura appesantita dal pensiero paranoico e congetturale tipico dello spionaggio e della strategia della tensione); alla decisione di trasporre quel contesto storico-politico in uno scenario fantascientifico, per la precisione in una distopia, inserendosi così nel solco tracciato da George Orwell con 1984; al clamore mediatico rinnovato nell’ultimo anno, quando l’inquietante seme piantato da Atwood nel 1985 sembra aver dato i suoi maligni frutti, questa volta però nel mondo reale. L’autrice sottolinea inoltre come i diritti delle donne siano quelli più violati oggigiorno negli Stati Uniti, dove la retorica politica è esasperata da accenti brutali e sessisti, e il presidente stesso si è riferito alle donne con un linguaggio osceno e violento, poi minimizzato come “chiacchiere da spogliatoio”.

L’universo distorto di Gilead

Il racconto dell’ancella è una storia fisica, nella doppia accezione del termine. Da un lato il corpo, in particolare quello femminile, è sia fulcro delle dinamiche narrative, sia espressione figurata di molte descrizioni (“Temono altre fughe, quelle che puoi aprirti dentro, se hai un oggetto con un bordo tagliente”); dall’altro l’ambientazione creata da Atwood è un universo parallelo in una costellazione di futuri possibili. Il racconto si fa così cosmogonia di un mondo distorto ma coerente nelle sue logiche, genesi di una società così lontana dalla nostra da essere straniante, eppure così prossima da esserne sinistra proiezione (“adesso c’è uno spazio da colmare, … e anche un tempo da colmare, uno spazio-tempo, tra qui ora e là allora”). Questo universo si chiama Gilead, un regime teocratico che ha soppiantato con un colpo di stato la democrazia statunitense, instaurando una dittatura imperniata su tradizioni puritane, simbolismo biblico e sorveglianza di stato, in cui le donne hanno perso la libertà. “Esiste più di un genere di libertà, diceva zia Lydia. La libertà di e la libertà da. Nei tempi dell’anarchia, c’era la libertà di. Adesso vi viene data la libertà da. Non sottovalutatelo” anticipa la quarta di copertina. Alcune donne sono state fatte “ancelle”, ragazze asservite a potenti famiglie di “comandanti” per i quali sono destinate esclusivamente alla procreazione, corpi da usare, la narratrice ricorda disincantata: “Noi siamo dei grembi con due gambe, nient’altro: sacri recipienti, calici ambulanti”. Questa mercificazione del corpo femminile radicalizza alcune preoccupazioni etiche e sociali odierne: dalla schiavitù sessuale alla maternità surrogata, alla violenza sulle donne. Un rimando che è spesso alla base della sensibilità fantascientifica, si pensi all’esempio recentissimo di Blade Runner 2049 e a come anch’esso immagini un futuro aggrovigliato dagli stessi nodi irrisolti della contemporaneità indicati da Atwood.

La corporeità è l’archetipo della società descritta nel romanzo, un ambiente esso stesso traslato in un’entità fisica, un Leviatano, un corpo mostruoso con “al centro, un buco riempito di calce, come la cicatrice in un viso cui sia stato tolto un occhio”, “l’occhio cieco di gesso in mezzo al soffitto”. L’onnipresenza di questo ciclope certo rimanda alla condizione di sorveglianza continua e segreta in cui vivono le ancelle, “Il Grande Fratello vi guarda”, le avvertirebbe Orwell, così come l’insistenza ossessionata con cui ricorrono le immagini di occhi (“occhi” è il termine per designare le spie, “un occhio alato di bianco” figura sul lato dei furgoni delle squadre del regime). Eppure nel romanzo si avverte un sentimento mistico, un sottile ma ininterrotto filo di fiducia tessuto fra la narratrice e altre ancelle, e queste dinamiche sembrano suggerire che esista un’entità altra da Gilead, un Dio forse, che s’inserisce nello scenario attraverso degli occhi di gatsbiana memoria.

alice.balestrino@hotmail.it

A Balestrino insegna letteratura americana all’Università La Sapienza di Roma

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