Mohsin Hamid – Exit West

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Porte che si aprono sul futuro

di Daniel Di Schüler

dallo Speciale Estate 2017

Mohsin Hamid
EXIT WEST
trad. dall’inglese di Norman Gobetti
pp.160, € 17,50
Einaudi, Torino 2017
disponibile su IBS

Mohsin Hamid - Exit WestLa città, loro due e quella scrittura.  Sono memorabili, e fin dalla prima pagina. La città è siriana?  Sappiamo solo che è “traboccante di rifugiati ma ancora perlopiù in pace…”. Che, invece, sia Lahore? Hamid è pachistano e vi ha ambientato i suoi primi romanzi. Lo speriamo, mentre cominciamo a temere possa essere quella in cui viviamo. Nadia e Saeed, dopo tutto, potrebbero essere due nostri giovani vicini di casa. Lei è impiegata presso una compagnia di assicurazioni. Se ne va in giro vestita di nero, affettando modestia, ma è la più indipendente dei due. Vive sola, ha una moto, ha avuto degli amanti, si fa le canne e qualche viaggetto psichedelico. Lui, invece, vende spazi pubblicitari. Vive con i suoi e usa l’auto di papà. Insomma, è un bravo ragazzo. A volte dice anche le preghiere. I due si conoscono e, nonostante le loro differenze, o forse proprio per quelle, s’innamorano. Una storia come tante. Come tutte. Fuori dal tempo come, appunto, il modo in cui è scritta.

Non pensate al lessico sontuoso di altri autori del subcontinente. In questo romanzo la scrittura di Hamid è scarna e diretta. Mi ha subito ricordato quella della Genesi quando narra di Abramo.  Poi ho pensato a John Williams. Sì: Exit West sembra vero e urgente quanto Stoner. Nelle sue pagine le frasi si susseguono come sassi sul greto secco di un fiume. Frasi che si affilano, che ritagliano puntuti pezzi di realtà, quando i “miliziani”, non più una lontana minaccia, occupano la città “lasciando cadaveri appesi ai lampioni come incongrue decorazioni natalizie”. Le loro violenze si sommano ai bombardamenti governativi. Vengono a mancare luce, acqua e ogni possibilità di una vita normale.  Tutto come da noi, nel 1944 o 45, in racconti che ci pare di risentire. Potrebbe di nuovo accadere? Resisterà la patina di civiltà che sembra proteggerci? Mentre ci sfiorano questi dubbi, Nadia e a Saeed devono fuggire. In fretta. Abbandonando anche il padre di Saeed, nonostante “quando emigriamo uccidiamo chi lasciamo alle spalle”.  Non devono affrontare un’odissea, però.  Per ritrovarsi a Mikonos, a loro basta varcare una delle misteriose porte nere nascoste qua e là per la città.

I cieli del romanzo sono gremiti di droni. Nadia e Saeed usano degli smartphone. Giunti a Londra, finiscono in un quartiere occupato dai rifugiati. Una situazione precaria: i “nativisti”, premono perché l’esercito li sloggi. Nadia cerca notizie. Seduta su una scalinata riesce a connettersi. Le sembra di vedersi sul sito di un quotidiano, come se l’avessero fotografata in quel momento e subito messa in prima pagina, e si chiede come possa essere “la persona che leggeva la notizia e la persona nella notizia”. Una domanda che innesca le nostre, sul rapporto tra noi e una tecnologia che invade le nostre vite e che, in fondo, è già quella onnipresente nell’immediato futuro narrato da Hamid.

Un mondo pieno di porte

L’unico elemento fantascientifico di Exit West, infatti, è il teletrasporto. Hamid potrebbe commuoverci seguendo Nadia e Saeed in un viaggio simile a quella di tanti disperati. Non gli interessa. Con quell’artificio può subito occuparsi delle interazioni tra loro, i rifugiati, e noi, gli abitanti di quel Primo Mondo che ancora sembra un villaggio vacanze della Storia. Lo fa fin dalle prime pagine, anche inserendo brevi quadri (a volte delle istantanee; altre dei poetici acquerelli) che descrivono le reazioni provocate dall’arrivo in Occidente di altri profughi. Sono le stesse tra cui noi oscilliamo, mentre i migliori angeli della nostra natura lottano contro i demoni delle nostre paure, in un mondo “pieno di porte” dove la divisione fondamentale sembra già quella “tra chi perseguiva il diritto al passaggio e chi lo voleva negare”. Reazioni che vanno dall’amore all’odio; dall’accoglienza al rifiuto. Le sperimenteranno anche Nadia e Saeed. Tutte, mentre cercano un posto dove potersi fermare.  Lo troveranno, cambiati da queste esperienze almeno quanto loro hanno mutato la comunità che li ha accolti, in un finale che non vi voglio svelare. Un epilogo dove non manca la fiducia, ma in cui la scrittura di Hamid ci sembra avere un altro sapore. Continuiamo ad avvertire un ineffabile elemento metafisico, ma più che biblico ora ci pare fiabesco. Quasi a un certo punto ci dicessimo, assieme all’autore, fin qui le cose stanno così, poi possiamo solo sperare e sognare.

Viviamo in un’età di migrazioni che trasformeranno la nostra società anche (o soprattutto) se innalzeremo nuove barriere. Ci sono tanti saggi, però, per chi vuole approfondirne le cause. Se poi sentiamo il bisogno di una lacrimuccia salvifica (per la nostra coscienza) ci possono bastare le città devastate e i morti affogati che vediamo sugli schermi, un istante prima di cambiare canale. Exit West, narra di rifugiati, ma merita di essere letto soprattutto perché ci mostra la realtà attraverso occhi che non sono i nostri e ci presenta Nadia e Saeed come altrimenti non li potremmo conoscere. Detto altrimenti, ricordando Ortega y Gassett e le sue Meditazioni del Chisciotte, perché è letteratura. Buona letteratura. Tanto da poter essere, forse, un classico di domani.

D. Di Schüler è scrittore

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