Pierre Michon – Gli Undici

Gli animali di Lascaux in abiti repubblicani

di Marco Viscardi

dal numero di gennaio 2019

Pierre Michon
GLI UNDICI
ed. orig. 2009, trad. dal francese di Giuseppe Girimonti Greco
pp. 144, € 16
Adelphi, Milano 2018

Dai grandi affreschi di Tiepolo per il vescovo principe di Wurzburg ai solenni animali di Lascaux. Gli Undici di Pierre Michon (furiosamente tradotto da Giuseppe Girimonti Greco) compiono questo viaggio dal cielo alla terra, anzi alla caverna, al sottosuolo, alle regioni oscure; dall’aereo trionfo veneziano alla dura terra segnata dal lavoro e scandita dalla bestemmia degli uomini. Gli Undici è il perturbante capolavoro del mai esistito pittore François-Élie Corentin: lo smisurato ritratto dei componenti del Comitato di salute pubblica che resse la Francia rivoluzionaria fra l’estate del 1793 e la primavera del 1994. Gli Undici sono i responsabili ultimi del terrore, gli uomini che hanno il potere di siglare le condanne a morte dei nemici reali, potenziali e immaginari del popolo, ma sono anche altrettanti uomini che avrebbero preferito “erigersi definitivamente al cospetto della Storia in qualità di scrittori anziché di commissari, in veste di Omero anziché in quella veste di Licurgo ibridato con Alcibiade (…), sorpresi che il mestiere dell’uomo sia quello di commissario – e non di scrittore”.

Gli Undici dunque sono uomini che hanno rinunciato alla vocazione per impiegarsi nei ranghi della storia, i loro corpi scompaiono nel ruolo e nell’abito. Si vorrebbero solenni e sovraumani, ma la loro stoffa è identica a quella di tutti gli altri e “se gli uomini fossero fatti di stoffa che non si smaglia noi non staremmo qui a raccontare storie, no?”. La voce narrante è quella di una guida che ci mantiene letteralmente di fronte al grande quadro immaginario che ha una sala del Louvre tutta per sé. Una sala che sentiamo silenziosa e immensa con l’ombre che ne nasconde i contorni. Anche la storia di Corentin è immersa nell’ombra da cui emerge ogni tanto un lampo: l’infanzia lungo la Loira, il bimbo spregiatore del lavoro cresce affogato dall’amore di una nonna fragile e devota che ha raccolto il seme di un volitivo anziano e una madre che ha offerto il suo corpo a un poeta ambizioso e destinato all’oblio. Nella sua bellissima infanzia, Corentin ha il potere di governare due donne, due gonne sempre al suo servizio. È il re del mondo, ma quel beato regno d’infanzia è labile, come labile è la gioventù alla bottega di Tiepolo che dall’alto del soffitto di Wurzburg, guardava al mondo come a un festa mozartiana. Gli Undici sono il romanzo dell’omniassenza della paternità, dell’infelicità di una vocazione delusa, costretta a ripiegare sulla storia universale per compensare l’insuccesso e la sterilità della scrittura. Sono undici parricidi, undici uomini che hanno assassinato il gran padre della nazione e ora ne occupano il posto. Undici impostori, come impostore è lo stesso Corentin, il bimbo dall’infanzia regale, ora vecchio scoronato che dipinge gli assassini del re, gran padre della nazione. La tela che esalta i maghi del Terrore è figlia dell’ambiguità dei giochi di potere: viene commissionata segretamente, in attesa che si compia il destino di Robespierre. Al momento del suo definitivo trionfo, il dipinto verrà cacciato fuori come omaggio al suo indiscutibile potere altrimenti, al momento della sua definitiva caduta, il dipinto verrà mostrato come prova della generazione di quel potere, del tribuno del popolo metamorfizzato in tiranno.

Michon forse ha visto Arca russa di Sokurov: il lunghissimo piano sequenza che si svolge tutto nel labirintico Hermitage dove una voce spaesata segue il marchese de Custine, diplomatico, reazionario aristocratico del XIX secolo, che lo guida per le stanze di quello sterminato palazzo in cui si addensa, condensa e disperde la storia russa. Il vecchio Custine è a suo agio per tutti i secoli, persino di fronte alla guardie rosse non si scompone, ma lo spaventa l’irruzione del turismo di massa, la degradazione del mondo sognato (ma non realizzato) dagli Undici.

I colori di Corentin non dipingono solo uomini, dipingono tutti gli esiti possibili di una tragedia storica, di un notturno non destinato a conoscere l’alba. Quelle undici presenze sono undici manifestazioni di una più profonda potenza: “la Storia in persona, in undici persone (…) perché la Storia è terrore allo stato puro. E questo terrore ci attira come un magnete”. Sono gli animali di Lascaux in abiti repubblicani. Noi stiamo lì, di fronte al vetro di cinque millimetri che protegge questo capolavoro e che ci protegge da questo quadro che saprebbe divorarci, portarci lontano dai cieli utopici di Tiepolo, giù in fondo, verso la bestemmia e il dolore, verso le forze sotterranee della storia, verso Lascaux, verso la violenza che insiste sotto alle cose e che Corentin ha in un lampo, subitaneamente, illuminato. Accostandoci al vetro che protegge il quadro vedremmo la nostra figura sovrapporsi e confondersi a quei demoni abbigliati à la Nation. Quel vetro ci restituirebbe riflessa la nostra immagine, l’immagine dell’uomo.

vismark@gmail.com

M. Viscardi è insegnante e saggista