Siri Ranva Hjelm Jacobsen – Isola

Queste sono le Faroe

recensione di Laura Savarino

Siri Ranva Hjelm Jacobsen
ISOLA
ed. orig. 2016, trad. dal danese di Maria Valeria D’Avino
pp. 217, € 17
Iperborea, Milano 2018

Siri Ranva Hjelm Jacobsen - IsolaL’opera prima di Siri Jacobsen è un canto d’amore alla sua terra d’origine, le Faroe, quel lembo di superficie battuto dal vento che si trova a nord della Danimarca, confinato in un gelido angolo di mondo. Alle Faroe vive parte della famiglia della protagonista, una comunità onesta, schietta e operosa, composta perlopiù da pescatori, ma anche da operai, poco inclini ad abbandonare l’isola per cercar fortuna altrove. Uniche, fulgide eccezioni, sono abbi (il nonno) e omma (la nonna), che poco prima della Seconda guerra mondiale si imbarcano dal molo di Tórshavn per approdare sulla costa danese. Lì, a Vordingborg, scivolano gradualmente nella modernità, mettono su famiglia, comprano casa e ottengono lavori qualificati e gratificanti.
La protagonista, di cui sempre si tace il nome, cresce in Danimarca sognando le Faroe. Manifesta fin da subito un attaccamento insolito per quell’universo galleggiante che non le diede diretti natali ma a cui sente di appartenere, descritto spesso dal nonno con abissale nostalgia. Il funerale della nonna è allora la scintilla tanto attesa, l’occasione per intraprendere un lungo viaggio nella terra dei suoi avi, un vero e proprio percorso a ritroso nella memoria. Le pagine si popolano di personaggi straordinari, figure venute dal passato che la accompagnano alla scoperta delle sue radici, in un continuo campo e controcampo che alterna il presente al ricordo. La storia della famiglia si srotola a poco a poco, e tra un bicchiere e l’altro di acquavite facciamo la conoscenza di Kalle la Gamba, Ragnar il Rosso, di Jegvan che assomiglia a Cary Grant e della formidabile prozia Ingrún, eroi delle montagne avvolti da un alone di mistero che a fatica paiono appartenere alla realtà. Su tutto però emerge il paesaggio, testimone silenzioso degli eventi, che condiziona la quotidianità dei faroesi e si fa il personaggio più ingombrante di tutti.

Rapsodia

Il viaggio della protagonista diventa un racconto sulle conseguenze più profonde dell’emigrazione e sull’importanza capitale degli affetti, delle origini, nel formare e sviluppare la propria identità (“Volevo che una parte di me fosse nata qui”). L’autrice ha il respiro del cantore: attraverso una prosa essenziale ma abbagliante, il lettore è letteralmente trasportato all’interno di un mondo che sembra sospeso dal tempo, una fortezza naturale in cui anche il fiordo e il filo d’erba hanno un’anima, popolato da un sostrato di miti e leggende sussurrate a mezza bocca o raccontate a gran voce dagli abitanti. La scrittura procede per immagini (“La notte era color argento scuro, liscia come uno specchio”), e descrive atmosfere a noi sconosciute con vivida, insolita potenza.
L’estraneità percepita all’inizio della lettura e poi ammirata, rispettata con il proseguire della narrazione è, del resto, condensata tutta nell’affermazione decisa di un ragazzo del posto: “Questa non è Europa. Queste sono le Faroe”.