Alessia Rossi – Le pecore vanno dove c’è l’erba

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Alessia Rossi (1993) – Le pecore vanno dove c’è l’erba

 

Finisce come inizia. In fila ordinata, una mattina di maggio, uno dei pochi giorni risparmiati dalla pioggia. C’è un sole rosso, e forse è per quello che fa più male. Accade tutto sotto una luce nitida e feroce. Non parliamo, ma è chiaro quello che stiamo pensando. Ce lo si può leggere negli occhi disfatti, nel passo malfermo e storto dopo mesi di agonia, che è davvero finita. Che è solo questione di quando, e poi arriverà. Arriverà, e siamo stanchi di aspettare. Che arrivi pure.

Inizia un anno fa, una mattina di maggio.

La città si è appena svegliata, borbottando e sputando fumi e rumori, e noi camminiamo spediti, seguendo traiettorie angolari affinate da anni di promemoria, impegni, appuntamenti, lavori, aspettative deluse, più o meno modesti spasmi di gioia. Siamo sicuri di noi, e quelle piccole cose che chiamiamo vite ci sembrano tutto sommato giuste, a nostra misura. Sarebbe potuta andare avanti all’infinito, un flusso ancestrale di nascita e di morte, la città che cresce e cresce, borbottando e sputando fumi e rumori, finché non ingloberà un’altra città vicina, e noi continueremo a camminare spediti, seguendo traiettorie angolari affinate da anni di promemoria, impegni, appuntamenti, lavori, aspettative deluse, più o meno modesti spasmi di gioia. Non ci facciamo domande.

Poi sono arrivati gli uccelli.

C’è una nuvola scura sopra le nostre teste, la vediamo nei pochi rettangoli di cielo sgombri da torri e palazzi, e allora tiriamo fuori gli ombrelli, in un gesto sincrono, quello di una città pronta ad accogliere una pioggia che, da mesi, cade impietosa. Costruiremo una cupola sopra la città, ci hanno detto, ma la cupola ancora non c’è e così, quando arriva la pioggia, ci rassegniamo ad avere piedi e caviglie fradici. Alcuni giorni ci diciamo che la città sarà annullata dalla pioggia. Che tutto perderà i contorni e si farà acqua. Lo diciamo sorridendo. Gli ombrelli scattano.

Ma quella mattina di maggio la pioggia non arriva.

Chiudiamo gli ombrelli, qualcuno punta il dito e grida, Si muove! La nuvola si muove! Pieghiamo i colli in alto, verso quello che un tempo deve essere stato un cielo più grande. Smettiamo di camminare, i taxi si fermano, scendiamo dalle macchine, spalanchiamo le finestre, usciamo dalle case, dai negozi e dagli uffici, e ci raduniamo in strada. I nostri occhi registrano la nuvola scura che si rompe e cambia forma. Un bambino tira la giacca della madre, Mamma, mamma! Sono uccelli! La madre gli accarezza la testa, Non può essere, tesoro.

Solo in in quel momento, nel silenzio della città che si assesta, lo sentiamo.

Prima ovattato dalla distanza e dallo smog, poi sempre più penetrante. Una specie di canto, un frullare d’ali che assorda. Uccelli in città, o meglio, sopra la città. Migliaia di migliaia di migliaia. Sono usciti dai loro nidi, alberi, buchi, e insieme hanno deciso di librarsi in volo, richiamati da qualcosa che non possiamo capire. Puntano a ovest.

Avvertiamo un pizzicore tra l’attaccatura dei capelli e l’inizio della colonna vertebrale, come se un filo ci bucasse la nuca e lacerasse la carne, e allora smettiamo di guardare in alto e ci voltiamo in direzione contraria a quella straordinaria marea celeste. Ciò che vediamo sono solo teste in mezzo a torri e palazzi. Gli uccelli sono un segnale naturale, ce l’hanno ripetuto talmente tante volte. Se doveste avvistare uno stormo, correte nella stessa direzione. I piedi si muovono macchinalmente, ma non seguiamo gli uccelli. Le nostre traiettorie sono oblique ora, imprecise, ci scontriamo e non chiediamo scusa, presi alla sprovvista da un sentimento che non abbiamo mai conosciuto.

Non sappiamo come chiamarlo.

Scaviamo nella memoria dei padri dei nostri padri. Abbiamo bisogno di un nome.

Ci rifugiamo nelle case, chiudiamo le finestre per non far entrare il canto, ma quel gracidio rotola dentro comunque, s’insinua tra gli infissi usurati, scorre attraverso i camini, gli sbocchi dell’aria condizionata, la tromba delle scale. Mettiamo la testa sotto i cuscini, e aspettiamo. Il canto dura tutta la mattina, e la mattina lascia il posto al pomeriggio e il pomeriggio alla notte, finché la nuova mattina non ci coglie silenziosa. È finita? Aspettiamo a uscire dalle case. Aspettiamo ancora, e alla fine ci stanchiamo di aspettare e, guardandoci negli occhi stremati, lo vediamo, l’imbarazzo che ci fa voltare le teste. Apriamo le finestre e le porte, i rettangoli di cielo sono tornati a essere lo sfondo al grigio di torri e palazzi. È finita.

Il flusso riprende, la città cresce e cresce, borbottando e sputando fumi e rumori, finché non ingloberà un’altra città vicina, e noi camminiamo spediti, seguendo traiettorie angolari affinate da anni di promemoria, impegni, appuntamenti, lavori, aspettative deluse, più o meno modesti spasmi di gioia. Siamo ancora sicuri di noi, o almeno è quello che diamo a vedere. I nostri occhi si evitano, e quella domanda che ci nasce da qualche parte dentro che non sappiamo nemmeno noi, che sale attraverso le trachee e che occlude le gole. Quella domanda la ingoiamo insieme a smog e a saliva. Per tre giorni andiamo avanti, e sorridiamo ripensando al pizzicore dietro la nuca, alla mattina in cui abbiamo visto una nuvola che si muoveva sopra la città e alla mattina dopo, quando abbiamo messo la testa fuori e sembrava avesse nevicato, e invece era merda d’uccello.

Cosa c’è a ovest?

Il quarto giorno arrivano i gatti. Migliaia di migliaia di migliaia di gatti

neri

bianchi

tigrati

obesi

smilzi

zoppi

le orecchie morsicate

il pelo a chiazze

la coda rotta.

Avanzano verso ovest. Le strade sono invase, i bambini cercano di accarezzare le schiene, incontenibili. Noi fatichiamo a camminare, tra tutti quei gatti che ci strisciano tra le gambe, e finiamo per pestare qualche coda. Di nuovo, avvertiamo quel pizzicore violento che ci perfora la carne. Ci guardiamo alle spalle. Di nuovo, non vediamo nulla se non teste in mezzo a torri e palazzi. Di nuovo, dura tutta la mattina, poi il pomeriggio, poi ancora la notte, e la mattina dopo i gatti hanno lasciato la città.

Non sappiamo come come chiamarlo.

Scaviamo ancora più indietro nella memoria di una città prima della città. Abbiamo bisogno di un nome.

Il settimo giorno arrivano le farfalle. Ci hanno detto che si sono estinte da anni, insieme alle api e agli altri impollinatori, e invece eccole, uno sciame leggero, flap-flap, per un istante una farfalla si posa sul polsino della camicia, su un dito, su un ginocchio flesso, e l’istante dopo è già da un’altra parte, verso ovest. Quella notte nessuno chiude gli occhi. Noi lasciamo le finestre aperte. Le farfalle lasciano la città.

Cosa c’è a ovest?

Il decimo giorno arrivano mucche, vitelli, tori. Bloccano le strade, le macchine e i taxi, urtano gli specchietti, rompono i vetri dei negozi, lasciano dietro di sé pile di sterco fumanti sopra gli aloni delle merde d’uccello. La città s’imbruttisce, inizia a puzzare. Possiamo sentirla montare, una rabbia sconosciuta, e le nostre traiettorie ora sono storte, monche, non ci sfioriamo nemmeno, perché chissà che cosa sono in grado di fare le nostre mani.

Cani

Cavalli

Conigli

Lepri

Serpenti

Scimmie

Insetti

Formiche

Elefanti

Volpi

Granchi

Cinghiali

Orsi

Mattine che lasciano il posto a pomeriggi che lasciano il posto a notti, mentre gli occhi sbiadiscono e il pizzicore non ci abbandona. E quella domanda che scava nelle gengive e spinge contro le bocche serrate. Non siamo più arrabbiati, siamo inquieti, confusi, impotenti.

Non sappiamo come chiamarlo.

Scaviamo ancora più indietro nella memoria, prima delle città. Cosa c’è, prima? Abbiamo bisogno di un nome.

Le ultime ad arrivare e ad andarsene sono le pecore. Ci hanno detto che le pecore vanno sempre dove c’è l’erba, ce l’hanno fatto ripetere ogni notte, da bambini, prima di addormentarci. Le pecore vanno dove c’è l’erba le pecore vanno dove c’è l’erba le pecore. Lo ripetiamo anche adesso, a denti stretti, mentre ci scansiamo per farle passare, maestose e indolenti. Cosa vuol dire?, chiede un bambino. Niente, amore, solo che qui non c’è più niente per loro. Ma noi sappiamo, non possiamo dimenticare.

C’è l’erba, a ovest?

Poi arriva il trecentosessantaquattresimo giorno, e non arriva nessuno.

Stavolta parte dalla città.

Ci svegliamo una mattina di maggio, e tra i rettangoli schiacciati dal grigio acciaio c’è il sole. Quando apriamo le camere dei nostri figli le troviamo svuotate, le coperte avvolgono aria e lenzuola, e allora spalanchiamo le finestre e li vediamo. Scendiamo in strada.

Terrore. Si chiama terrore.

Questa sensazione furiosa che ci spolpa la nuca e i cuori.

Bianco è l’osso che rimane, bianchi gli occhi senza luce, bianca la paura.

I bambini camminano in fila ordinata, verso ovest.

Sorridono, non sono più i nostri figli.

Allora si alza un canto. No, non è un canto.

È un grido che sale da sotto l’asfalto, da sotto le tubature e le fogne, da un punto più profondo che non fa parte della città. Sale dalle viscere delle madri, dei padri, dei fratelli e delle sorelle, un grido di bestie incattivite e gobbe, che non hanno più a che fare con quelli che eravamo. O forse ce l’avevamo già nel sangue. Ce l’avevamo nel sangue e non lo sapevamo.

Ci gettiamo a terra, li afferriamo per i polsi, per le caviglie, per le magliette, li abbracciamo, li tiriamo su a forza per riportarli nelle case, ma loro ci dicono solo, Dobbiamo andare, e a quel punto succede sempre qualcosa, un cedimento, un ostacolo, e le mani lasciano i polsi, le caviglie, le magliette, e i nostri figli riprendono a camminare come se non ci stessero abbandonando, come se in qualche modo sapessero che ci rivedremo là, a ovest.

Cosa c’è a ovest?

Cosa ci hanno detto sui bambini che lasciano la città? Sui nostri figli.

Non sono più i nostri figli.

Il cervello, il cuore non funzionano più, il meccanismo si è guastato. La città puzza ora, sputa bile e umori, rattrappisce. Muore come muoiono le cose, inacidendosi. La seguiamo, quella scia che cammina su strade violentate, o almeno ci proviamo, ma succede sempre qualcosa. Succede. Sempre. Qualcosa.

Li lasciamo andare. Finisce come inizia, una mattina di maggio. Lo scheletro di una città immobile e sventrata, e noi orfani di figli con le nostre piccole, piccole vite. Aspettiamo finché non torna la pioggia, ci lava le facce e le mani ma non la colpa. Ci guardiamo alle spalle, e finalmente ci sembra di vederla, là dove finiscono torri e palazzi. Allora ci inginocchiamo sull’asfalto. Che ci prenda pure.

Che ci prenda.

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