Elisabetta Pierini – La casa capovolta

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Il dolore annidato nelle case

di Franca Cavagnoli

Elisabetta Pierini
La casa capovolta

pp. 382, € 16,
Hacca, Matelica MC 2021

La casa capovolta - Elisabetta Pierini - Libro - Hacca - | IBS

 

“Spesso Eva aveva la sensazione di essere la madre di sua madre e anche di suo padre. Si sentiva molto vecchia, così vecchia che a volte anche la maestra la chiamava la vecchia”. Eva non è solo l’alunna migliore della sua classe, è dotata di perspicacia e di coraggio, ed è più responsabile degli adulti che ha intorno, sia in casa sia nelle villette a schiera della via di paese in cui abita. Eva ha, però, una madre con una grave malattia psichiatrica di cui la bambina deve prendersi cura perché il padre è troppo spesso fuori casa, al lavoro o dalla donna con cui ha intessuto una relazione. Ma per sua fortuna ha un dono, la capacità di creare un mondo immaginario, in cui le bambole sugli scaffali della sua camera si animano e le parlano o il fratellino morto si materializza all’improvviso accanto a lei e le infonde coraggio: basta premere l’interruttore del sogno, e l’immaginare quel braccio che le cinge le spalle le consente di andare avanti. L’interruttore dei sogni è il titolo originario di La casa capovolta, il romanzo di Elisabetta Pierini vincitore della XXIX edizione del Premio Calvino, un libro che indaga la sofferenza delle famiglie disfunzionali e dei bambini disadattati più a fondo e con maggiore acume di tanti manuali di sociologia e psicologia. L’autrice ci riesce grazie alla sua inusitata abilità nel creare empatia in chi legge e ricorrendo al linguaggio della fiaba, così che la profonda solitudine di Eva, come osserva Paola Capriolo nel risvolto di copertina, “si trasforma in un fitto dialogo con ombre ora amiche, ora minacciose, la cui presenza sembra costituire l’unico antidoto a quel senso di vuoto che grava su di lei come sugli altri abitanti del quartiere”. Tutti i bambini sognano a occhi aperti, ma Eva non lo fa per divertirsi bensì per necessità, per trovare nelle creature della sua immaginazione gli affetti che le mancano e le regole di cui ha bisogno per diventare grande. E infatti tra le bambole che si animano La Signora ha uno sguardo arcigno e la rimbrotta aspramente. Ma se La Signora è indispensabile a Eva per seguire il cammino della realtà, è anche lì a ricordare a chi legge che se Eva non fosse tanto saggia da crearsi un personaggio immaginario così severo, con una madre anaffettiva e un padre assente la piccola rischierebbe, al risveglio dai suoi sogni a occhi aperti, di ritrovarsi in un incubo. Il pericolo più insidioso cui la bambina va incontro è il momento in cui il suo mondo fantastico prende dentro di lei il sopravvento. Qui Eva s’incanta: se rimane affascinata da ciò che solo lei vede, le sue reazioni esterne si interrompono senza motivo come se un meccanismo si inceppasse, e la sua attenzione rallenta fino a fermarsi, qualcosa che spesso gli adulti fraintendono e liquidano con un banale giudizio di ottusità mentale, quando in realtà la vista più acuta è proprio la sua. Ciò che Eva percepisce, invece, è mera distrazione e “il tempo si era inghiottito un morso della sua vita tutto intero”. A volte Eva posa una mano sul vetro della finestra e ha la sensazione che il mondo al di là del vetro sia irraggiungibile, ma basta il ricordo del fratellino morto a farla reagire. Il suo invito a correre fuori è sufficiente perché la bambina si liberi dei ceppi che hanno causato l’incantamento e ritrovi il respiro: “Le sembrò che il vetro che separava i due mondi fosse sparito”. Ma non sempre la presenza del fratellino dentro di lei è salvifica. Le pulsioni più forti e pericolose le vengono proprio da lui: “Loris riprese il volo e puntò dritto verso la faccia bianca della luna. Eva sentì una punta di invidia e il desiderio struggente di raggiungerlo e di galleggiare nell’aria dolce della notte”. E il rischio che il desiderio sfoci in tragedia aleggia plumbeo nell’aria.

Eva ha anche un’amica, Laura, troppo vergognosa però della singolarità di Eva, che lei percepisce solo come stranezza, e di ciò che può pensare la gente, mentre Eva è ben determinata a essere sé stessa, a sottrarsi al cicaleccio altrui e a pagare il prezzo dell’isolamento. Oltre a descrivere la specificità di una bambina tanto sagace, l’autrice – con la suggestiva delicatezza della sua scrittura – tratteggia con mani lievi il microcosmo della via in cui Eva vive, abitato da famiglie ognuna infelice a modo suo. Se è vero che la felicità sta nell’accettare la vita e nel farsi carico delle proprie responsabilità, è pure vero che gli altri personaggi del romanzo riescono solo a restare confinati nel dolore annidato nelle loro case, e nei rari momenti in cui percepiscono che la condizione altrui non è poi così diversa dalla propria non sono capaci di trasformare in comprensione emotiva quanto avvertono per un breve istante. L’acutezza di mente della bambina, unita a ciò che la sofferenza le ha insegnato, le consente invece di prendere “quella giostra di case” e portarsela sul letto, di scoperchiarne i tetti e di guardare dall’alto ogni cosa e ogni persona per fare una scoperta che aiuterà Eva a crescere: “Ogni casa, a guardarla scoperchiata, era piena di polvere di luna, polvere di follia”.

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