Filippo Tapparelli: un estratto da “L’inverno di Giona”

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Filippo Tapparelli è il vincitore della XXXI edizione del Premio Calvino

La motivazione della giuriaLa Giuria decide di assegnare il Premio Italo Calvino a L’inverno di Giona di Filippo Tapparelliper la sua grande forza visionaria: nel testo, con stile rarefatto, un allucinato mondo mentale si trasforma in un mondo fisico insieme minuziosamente reale e sottilmente simbolico. Un potente e struggente giallo analitico in cui la verità si sfrangia in tanti rivoli, toccando i temi della colpa, del castigo, del bisogno umano di riconoscimento.

dal numero di giugno 2018

Incipit

Non ho ricordi di quando ero piccolo, non ne ho nemmeno uno. Eppure devo essere stato bambino anch’io, ma di quegli anni non mi è rimasto dentro niente. Mi ricordo di ieri, del giorno prima e di quello prima ancora. Ricordo le cose che faccio, e come devo farle ma non il momento in cui ho imparato le più importanti. Quando ho cominciato a camminare, o a parlare. Quando mi sono fatto male per la prima volta e non ho pianto. Vivo in un tempo fermo dove i ricordi non esistono, dove non esiste un prima.
Non so perché mi sia venuto da pensare ai ricordi proprio adesso. Forse perché la mente si distrae quando le mani sono impegnate a lavorare, e i pensieri saltano fuori da soli. Come in questo momento, mentre tengo in equilibrio il secchio pieno d’acqua che mio nonno Alvise mi ha detto di portare dabbasso, nello scantinato.
Sto per mettere giù il secchio quando un soffio d’aria che arriva dalle scale fa tremare la luce. Dev’essersi aperta la porta, forse non l’ho chiusa bene. Mi volto di scatto ma il ginocchio intercetta il manico del secchio e lo manda a rotolare sul pavimento. Mi giro in tempo per vederlo mentre si appoggia su un fianco, in un ampio cerchio incompleto, e riversa l’acqua sull’argilla. La luce della lampada danza sulla terra bagnata che, prima di farsi opaca, per un istante riflette l’ombra del mio volto. Cerco di osservare la mia espressione ma il pavimento la beve, insieme all’acqua che ho rovesciato. La paura mi paralizza. Non so fare altro che rimanere immobile ad aspettare che l’errore che ho commesso venga inghiottito dallo scantinato…
«Togliti il maglione, Giona». La sua voce priva di colore mi entra nelle orecchie e il mio corpo si blocca. Guardo le mie gambe piegarsi, e la mano aprirsi mentre appoggia il secchio per terra. Poi, come se appartenessero a un altro, le braccia si incrociano, le dita stringono il bordo sfilacciato della maglia e lo sollevano in alto, sfilandomelo dalla testa. Vedo tutto quello che il mio corpo ha imparato a fare per conformarsi ai comandamenti di Alvise.
Tengo la maglia tra le mani e guardo per terra fino a quando l’ombra di mio nonno non annulla la mia, proiettata sulla porta.
«Voltati» dice e io obbedisco. Poi allunga le mani verso la maglia. Osservo le sue unghie farsi strada attraverso la trama della lana come se fossero lame e separarla, recidendone i fili. Ci affonda dentro le dita. Poi, con lentezza, le ritrae. Dieci buchi si aprono sul mio maglione, uno per ogni dito. Alza lo sguardo e me lo restituisce.
«Adesso porta giù il secchio come va fatto».
«Sì, nonno» rispondo e scandisco le parole una a una, come vuole lui, mentre comincio a scendere ancora una volta le scale. Avverto la sua forza che mi segue lungo i gradini, il suo respiro che preme contro la mia nuca fino a quando non arrivo al centro della stanza…
Compio tre viaggi sotto lo sguardo del nonno. In ognuno di essi sposto un oggetto e lo dispongo per terra secondo un rito compiuto tante volte: prima il mastello, poi la sua sedia e infine lo sgabello. Il nonno vuole che tutto sia sempre fatto allo stesso modo. Vuole che ogni cosa stia sempre allo stesso posto. In ordine. In ultimo, prendo la piccola scatola di legno che contiene gli aghi e il filo. Quando ho finito di disporre le cose, lui prende il secchio e versa l’acqua nel mastello. Senza farne uscire nemmeno una goccia. Come sempre. Poi immerge i rami di castagno e si siede.
«Siediti e lavora, Giona. Aggiusta ciò che è stato rotto a causa tua» dice. E io obbedisco…
Ecco, ora il maglione è rammendato. Non so nemmeno se le mie dita stanno ancora stringendo l’ago, tanto sono fredde e rigide. Hanno preso lo stesso colore grigio delle pareti dello scantinato. Questo cencio di lana rossa come il sangue, talmente rattoppato da aver perso la sua forma originaria, è guarito dall’ennesimo buco.
«Ora posso rivestirmi? Ho freddo».
«No, Giona. Dovevi pensarci prima di rovesciare il secchio dell’acqua» dice senza guardarmi. La voce di Alvise è piatta, monotona mentre afferma la sua verità. L’unica che conta. Il mio sguardo si abbassa appena in tempo per non incrociare il suo.
«Hai sbagliato e queste sono le conseguenze. Lo sai benissimo. Io ti spiego come fare ma tu continui a sbagliare. Non impari. Ecco perché ti punisco.»
(…)
Lancio di nascosto un’occhiata al pavimento. Ora è asciutto. Forse non si sarebbe mai accorto dell’acqua rovesciata se solo fossi riuscito a tornare di sotto senza che mi vedesse. Cosa che, so bene, era impossibile. A lui non sfugge mai niente. Appoggio il secchio nel mezzo e vado verso l’angolo dove sono impilati il mastello, la sedia di Alvise e il mio sgabello. So che non posso sbagliare l’ordine e il modo con cui devo disporli nella stanza. Uno alla volta.
I raggi che escono dalla lucerna si muovono sulle pareti fino a toccare il soffitto mentre io infilo l’ago e inizio a chiudere i buchi. Ogni gugliata porta con sé la consapevolezza di avere sbagliato.
Il nonno, come spesso accade, mi è entrato nei pensieri. Ci riesce perché conosce tutto di me. Ogni mio gesto, ogni battito del cuore, ogni paura. Io, come è giusto che faccia, rimango in silenzio stando attento a non guardarlo in faccia, perché lui non vuole che lo fissi. Lo osservo di sottecchi mentre intreccia la gerla. Alvise ha mani come pinze e denti come quelli di una sega. Flette i rami di castagno usando solo le dita e li trancia infilandoseli in bocca senza bisogno di attrezzi.
Quattro, sedici trentadue. Spirale. Salti tre, poi due, poi uno e sali. Lo schema è sempre lo stesso, ripetuto fino a quando il cesto non prende forma. Fino a quando i rami non sono stati piegati per ottenere il risultato voluto.
Come ogni cosa, anche lui ha preso l’odore che c’è quaggiù. Lo stesso odore che si sente nel bosco quando l’aria sa di pioggia vecchia e le foglie marciscono, e che qui dentro si mescola a quello dell’argilla. Eppure Alvise si ferma spesso in questa stanza sottoterra e costringe anche me a starci. È così tanto tempo che tengo la testa chinata a cucire che mi sembra di non averla mai avuta sollevata. Vivrò il resto dei miei giorni a rimirarmi le punte dei piedi. Imparerò tutto sulle ginocchia, sui sassi e sui pavimenti degli scantinati. Ormai c’è più rammendo che lana in questo maglione, ma non ho nient’altro di caldo da indossare.
«La montagna è spietata se non ti ci adatti. Non parlo del freddo, Giona. Quello sai cos’è, e sai come combatterlo. Parlo della solitudine».

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