Laura Lanza – Donna Francesca Savasta, intesa Ciccina

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Commedie delle beffe in salsa siciliana

di Franca Cavagnoli

Laura Lanza
Donna Francesca Savasta, intesa Ciccina
pp. 170, € 16,
Astoria, Milano 2020

Donna Francesca Savasta, per tutti Ciccina, fa la levatrice in una piccola località sugli Iblei, dove “la gente si scanta del maligno”: quando incontra un giovane parroco che, per amor suo, diventerà “quasi santo”, ottiene un altro incarico, quello di “pia ricevitrice dei projetti” che lei, con autentico spirito cristiano, scendendo con il dovuto riguardo dal letto in cui il parrino russa sonoramente, va a recuperare anche nel cuore della notte prelevandoli dalla ruota degli esposti. Ambientato in una Sicilia ottocentesca, questo romanzo breve finalista della XXXII edizione del Calvino, non narra solo l’amore fra la levatrice e il bel parrino. Intorno a loro si muove un turbinio di personaggi, dal colto don Ciccio al saggio don Nunzio; da don Cecé, sagrista di Cappella e famigerato menagramo, a Zu Tanu u babbu, da un vescovo libertino ai camperi del barone di Villastella.

Un intreccio di storie nella storia, che affascina chi legge non solo per il sicuro piglio narrativo dell’autrice, abile a potare i rami secchi e a montare le scene in un crescendo di suspense e ilarità, ma anche per la scrittura ibrida e vibrante. La sintassi dell’italiano è continuamente sollecitata dal dialetto che spinge da sotto, che ne increspa la superficie, rendendo la scrittura cangiante e ricca di meraviglie. Laura Lanza crea un incisivo impasto, originale e comprensibilissimo, di lingua italiana e dialetto – un utile glossario in fondo al volume facilita la lettura –, che accende la pagina di colori e suoni, di allitterazioni, assonanze e consonanze, e dà vita a un incalzante ritmo narrativo che proietta d’un fiato chi legge verso le ultime pagine, tale è la gioia della lettura. La vita quotidiana tra Donna Francesca e il canonico Peppino Gallo mostra la naturalezza con cui all’epoca in cui è ambientata la storia si violavano le norme senza pensarci su troppo e l’autrice non indugia in vani moralismi. “Fatti di sangue”, vendette e adulteri sono narrati con mani lievi e con una sottile ironia che soffonde il romanzo da cima a fondo, facendoli trapelare a mezza voce o da eloquenti silenzi. Un libro che capovolge le aspettative di chi legge, sovverte, quanto ai rapporti di genere, il racconto tradizionale della donna siciliana, combatte i pregiudizi e i luoghi comuni: a poco a poco Francesca Savasta, intesa Ciccina, appare per quello che realmente è: una donna saggia, libera e generosa, dotata di straordinaria intelligenza primaria, impegnata nel sociale e ben determinata a vivere i propri desideri e a esaudire quelli altrui. Il romanzo, che l’autrice definisce “un po’ commedia e un po’ farsa”, nasce dalla lettura di documenti e cronache dell’epoca, frutto delle ricerche accurate di Laura Lanza, che ha lavorato come bibliotecaria della Vallicelliana e ora è caporedattore della rivista “Accademie & Biblioteche d’Italia”, dopo aver fatto parte della redazione di “Bibliografia romana”. L’esordio narrativo di Lanza è decisamente felice, con i suoi sovvertimenti dell’ordine costituito, la ricerca di piccoli espedienti, di certo non frodi, per dare qualcosa a chi nulla ha – affermando così il diritto del buon senso –, i suoi scambi di persona e beffe giocose tra morti apparenti, morti vere e persone “di colorito mortizzu”, in cui le disgrazie si stemperano grazie all’astuzia e alla buona sorte come nella commedia plautina o nella novella arguta italiana del Tre-Quattrocento. Il romanzo di Laura Lanza forma con La Dragunera di Linda Barbarino, anch’esso finalista della XXXII edizione del Calvino e uscito la scorsa primavera per il Saggiatore (cfr. “L’Indice” 2020, n. 5), un persuasivo e suadente dittico siciliano. Una commedia e un dramma che raccontano una Sicilia del passato, limpida, colma di leggerezza e ironia quella ottocentesca di Lanza e la Sicilia senza tempo, mitica, torbida e con radici che affondano nell’immaginario collettivo quella di La Dragunera: una terra che non finisce di regalare alla lingua e alla letteratura italiana suggestive e convincenti sorprese.

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