Margherita Padovan – Ona storia briansö

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Margherita Padovan (1989) – Ona storia briansö

Margherita non sapeva come fosse fatto uno zingaro e fu per questo che le cose andarono come andarono. La televisione l’aveva preparata riguardo agli albanesi; avevano il viso triste anche nei giorni migliori, perché tentavano così a lungo di eccellere nell’arte che finivano malati di nostalgia. Di egiziani ne aveva visti due, lavoravano al PizzaOk in fondo allo stradone: persone poco interessate a lei. Con un marocchino non aveva mai parlato e nemmeno conosceva qualcuno che lo avesse fatto, ma sapeva che avevano la forma di tutti gli altri, due braccia e due gambe, perché li vedeva fuori dall’Esselunga, a fumare in gruppo. Come fosse fatto uno zingaro era impossibile da dire e, senza avere il coraggio di chiederlo, Margherita si addormentava immaginando esseri con bocche a ventosa al posto degli ombelichi, atterrita al pensiero che quando ne avesse incontrato uno non l’avrebbe riconosciuto in tempo. Un solo dettaglio le era chiaro, cioè che gli zingari portavano sempre con loro una valigetta di pelle che veniva spalancata di fronte ai bambini. Qualsiasi cosa contenesse, quelli ne rimanevano incantati al punto da dimenticare non solo le raccomandazioni dei genitori, ma i genitori stessi. Diventavano burattini.

Elisa Bonfanti doveva essere cascata in una ventiquattr’ore, perché non si presentava a scuola da prima di Natale. La nonna aveva raccontato a Margherita che la sera della Santa Immacolata erano apparsi in due, in mezzo alla via, con cartelline al petto e valigette; erano passati davanti al suo orto senza guardarsi intorno, come avessero studiato la strada per tante notti, e si erano fermati quattro numeri più in là, al cancello dei Bonfanti.

«La gent a posto camina minga in mez la strada quand ghe la scighera» aveva detto, «quej sun zingari.»

Da allora Elisa non si era vista; i suoi genitori, che vendevano lenzuola al mercato di via Asiago, avevano smesso di perdere tempo a chiacchierare con le clienti. E la nonna aveva cominciato un nuovo rituale: ogni giorno, finito di pranzare con lei, Margherita la guardava abbassare la serranda della cucina e avvicinare una sedia alla finestra. Lì la nonna sedeva fino a sera, alla luce della cappa; strizzava gli occhi per osservare la strada attraverso i buchi della tapparella. Si alzava a metà pomeriggio per accendere il fuoco sotto al bollito, dare un colpo al paiolo elettrico o pescare la cotenna dalla casöra e controllare sotto i denti che non stesse scuocendo; se la condensa del brodo copriva i vetri, li asciugava solo il necessario per tornare a fissare fuori, al di là delle piante di cardo. Quando Margherita entrava in cerca della merenda, con il naso tappato, la nonna allungava un braccio e se la portava contro un fianco.

«Ti te prend no cose da nissuno, no i bonbon e neanche i passaggi con la macchina.»

Si sforzava di dirlo in italiano e, tornando in camera a guardare la televisione, Margherita cercava di ignorare i Liquironi che riempivano la ciotola sulla credenza, per niente certa che avrebbe resistito se un estraneo gliene avesse offerti.

Elisa Bonfanti tornò a scuola la terza settimana di gennaio. Nessuno dei suoi compagni le chiese dove fosse stata; non per mancanza di affetto, ma per una certa riservatezza che a volte coglie i bambini, ansiosi di indagare quel che arriva più di ciò che sparisce. Elisa si ributtò subito nei giochi e nei pettegolezzi. Eppure, a condizione che la fronte fosse illuminata da una specifica luce, Margherita le notava negli occhi un distacco adulto e una calma sconosciuta nei gesti, come di qualcuno che avesse saputo un segreto prima degli altri. A rivolgerle parola non pensò nemmeno; e piuttosto le crebbe, proprio dietro lo sterno, un fastidio appuntito per quella saggezza malinconica che a lei non apparteneva.

Fu per la voglia di svelare il suo mistero e per l’urgenza di scoprire che non c’era niente da scoprire, che il ventisette del mese, un lunedì, Margherita decise di seguire Elisa Bonfanti all’uscita da scuola. Lungo tutta via Resegone furono in compagnia degli strilli dei compagni e delle bestemmie di qualche genitore che, uscito a piedi per la tentazione di una passeggiata al fresco, aveva guadato la pozzanghera di neve che allagava le strade di mezzo paese. Ma svoltate in vicolo Tonale, il traffico si quietò del tutto, a parte per una bici che cigolò ciclin ciclin nel verso opposto. Margherita camminava qualche passo dietro Elisa, rallentando se le sembrava di avere fatto rumore sulla falda di ghiaccio che resisteva nell’ombra; quando Elisa entrava in un banco di nebbia, vedeva solo il suo zaino rosso. Non c’era, intorno a loro, che un’aria color perla, così lucente che a Margherita mise il mal di testa; ma il suono dell’acqua che gocciolava dai tetti era un massaggio sulle tempie. Fu all’incrocio con via Cervino, quando Elisa non girò in direzione di casa, ma verso i campi, che quello spillo nel petto si spezzò in punta: la certezza che un segreto esistesse davvero fece dimenticare a Margherita la fame e le dita gelate nelle scarpe. Alla fine della strada, l’asfalto diventò un rivolo di fango tra magazzini storti e serre coperte di nylon. La chiesa suonò le tredici e, dietro un cancello, un cane si agitò intorno alla catena. Elisa camminò senza modificare l’andatura; persino oltre un muro di robinie secche, dove la via si era spalancata sull’enormità del campo innevato e le Alpi erano comparse al fondo di tutto e il sole aveva scaldato le cime per meno di un attimo, non era sembrato a Margherita che il passo della compagna avesse tradito alcuna sorpresa. Ma quando Elisa lasciò il sentiero e si infilò a falcate alte tra i filari di rovi ed erbe marce, fu Margherita a rallentare e poi fermarsi: un corvo fissava il cielo a pancia in su nel canale di scolo tra la via e il campo. Non aveva mai visto un corpo morto. Inginocchiandosi accanto all’uccello, si chiese se fosse stato ucciso dal veleno che la nonna spargeva nell’orto ogni prima domenica del mese; e immaginandola sul punto di riempire due ciotole di risoelatte, con le orecchie attente a sentire il cancello stridere sui cardini, si pentì di essersi allontanata tanto e per una ragione che stava già cominciando a dimenticare. Allora fu chiamata per nome.

«Deme ‘na man, Margherita.»

Era un uomo piccolo, con il cranio sottile e pochi capelli chiari; spingeva una bicicletta con una ruota sgonfia e un graffio sulla sella. Dolorante com’era al pensiero del corvo e della nonna, che le sembravano ormai un solo animale, Margherita non si accorse che l’uomo si era avvicinato troppo in fretta per avere gambe così corte.

«Ta ma ghe minga riconosü. Sun el Peder. Ul cusin de la tu nòna.»

Dei parenti Margherita si scordava volentieri, persino di quelli che vedeva a messa tutte le settimane; credette di avere offeso quel Peder, che già le pareva portarsi addosso una certa sfortuna tutta sua. L’uomo lasciò cadere la bici a terra e si piegò sul canale di scolo. Sollevò il corpo morto e Margherita desiderò piangere; avrebbe voluto stargli accanto ancora un minuto, accarezzargli le zampe ghiacciate sussurrandogli un Padre Nostro.

«Quess chi l’è mort velenà. De sigür. Guarda no, l’è minga rob de dòne.»

Gettò il corvo in mezzo ai rovi. Quando aveva raggiunto il punto più alto nell’aria, a Margherita era sembrato che le ali si fossero spalancate per volare. Peder si sfregò le mani e ci alitò dentro; si avvicinò alla bambina e le tolse lo zaino dalle spalle. Margherita cercò di non fare una smorfia quando la puzza di sudore la raggiunse.

«Deme ‘na man a cambiar la röda, che un quai disgrassià ga lassà i ciot in sö la strada. Ta vedet? O son borlà giò de un camion.»

Margherita guardò l’uomo negli occhi: uno si chiudeva prima dell’altro. Era basso come la nonna, ma non aveva i suoi colori scuri né le stesse ossa robuste. Non riuscì a dirgli che in bici non ci sapeva andare, figurarsi cambiare una ruota. Si voltò verso il campo, alla ricerca di un puntino rosso che le indicasse Elisa; ma i filari finivano contro un velo di foschia così densa che al di là avrebbe potuto non esistere niente.

«Gh’el digo mì a la tu nòna del perché ti turne tard. Gò ‘na röda nòva giò a la torretta elettrica de la Enel.»

E sebbene a Margherita fosse stato detto in cento modi di non dare retta agli sconosciuti, che bisognasse essere gentili con il prossimo le era stato insegnato una volta in più. Annuì. Camminarono nella direzione da cui entrambi erano arrivati, costeggiando i campi e i tralicci dell’alta tensione; la bici faceva ciclin ciclin e l’uomo diventò silenzioso. Quando Margherita rimaneva indietro, si fermava per aspettarla; le porse una mano e lei finse di non vederla, mentre lo spillo dietro lo sterno si trasformava in un pugno che si rigirava tra le costole. L’ultima volta che pensò a Elisa fu mentre seguiva Peder attraverso un parcheggio di trattori infangati, con le gomme alte quanto lei, e poi lungo i vicoli tra i capannoni deserti. Superato un cantiere e svoltato a destra, dove la strada tornava sassosa, l’uomo si fermò per rovistare nella giacca. Accennò alla cabina in fondo al sentiero: una torretta di cemento con una finestra sbarrata a metà altezza e la targa Enel sopra l’ingresso. Dalla cima partivano i cavi che attraversavano il cielo.

«L’è ‘na röda nòvissima, no robaccia de pochi soldi. E alura gò pensà, l’è meglio serrarla denter lì. Anche perché…» e rise senza guardarla, «la sent un po’ cuma la mì caà.»

Sotto la cabina elettrica, Peder appoggiò la bici alla parete; il manubrio si piegò sui rami di edera morta. Margherita volle guardare il cielo ancora, con il dubbio di essersi persa un dettaglio fenomenale: seguì i fili metallici correre oltre gli alberi più vicini, immaginando che arrivassero fino alle montagne. Peder aprì la porta di ferro e la bambina entrò nella torre; solo un momento prima che la luce del giorno fosse rimasta chiusa fuori, Margherita aveva trovato ridicolo che un fornello da campeggio e due posate sporche si trovassero in un luogo così strano.

*

All’ingresso di via Cervino, tanto si sentiva leggera che le venne voglia di correre e così fece. Le campane suonarono le quindici. Non temette di scivolare sul ghiaccio. Se avesse fatto una giravolta sulle punte, che durante le ore di danza non le era mai riuscita, avrebbe volato. Solo davanti a casa Margherita realizzò di avere dimenticato lo zaino nella cabina elettrica, ma neanche quello fu sufficiente a farla preoccupare. Non si poteva dire che fosse felice; non era gioia che provava e, anzi, un’ombra dell’angoscia di poche ore prima le sfarfallava ancora nella pancia. Ma non avrebbe mai più avuto invidia per il mistero di qualcun altro e questo bastava. Si fermò davanti al muretto di cinta, dietro le piante di cardo. Le serrande della cucina erano già abbassate e si chiese se la nonna la stesse guardando, seduta alla finestra con gli occhi strizzati nel buio. Ma nessuno la chiamò per entrare a mangiare. Camminò fino alla rotonda della posta e oltrepassò il complesso di via Monte Rosa, dove abitava metà dei bambini che conosceva; oltre il cavalcavia della tangenziale, superato lo slargo dell’alimentari cinese, un gatto graffiava i sacchi in cima al cassone dell’immondizia. La strada si strinse e si alzò. Tra i cipressi l’aria era più fresca e la neve era ancora pulita; suonava clun clun gocciolando dalle fronde e per il resto era silenzio. Margherita arrivò allo spiazzo del cimitero senza fatica e quando vide lo zingaro, seduto su una ventiquattrore ai piedi del cancello, non ebbe paura. Era come l’aveva immaginato: una stella marina alta un metro e larga uguale, con cinque punte nere ricoperte di scaglie lucidissime, una bocca verticale al posto della faccia.

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