Michele Frisia – La buzzonaglia

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Certi colpi di fortuna non capitano tutti i giorni. Gli era entrato, così aveva detto agli amici, mi è entrato, un lavoretto mica male. Pagano bene e soprattutto è un posto sicuro. Se è un posto buono, avevano detto gli amici, e soprattutto sicuro, allora perché hanno preso uno come te? E giù a ridere. Scemi. Una piccola fregatura c’è, a dire il vero, bisogna svegliarsi presto, alle quattro di mattina. E poi c’è un altro dettaglio, niente di che, si lavora al freddo, meno quindici.

Era arrivato davanti alle celle coibentate, il sole non s’era visto ancora, e aveva aspettato, fumando una sigaretta dopo l’altra, mentre i bilici parcheggiavano, le vasche d’acqua salata piene, i muletti scaricavano la merce ancora viva, con le pinne lucenti, le code lunghe. Alcune sbattevano nervose, altre erano immobili, rassegnate. Poi un grido acuto, disperato, si era spaventato e lo avevano toccato sulla spalla. Sei tu Marco Lucio? Quello che parlava era il responsabile, un tipo basso, con le braccia davvero lunghe. Sì, aveva risposto il ragazzo, e lo aveva seguito per i reparti. Qui levano il filetto, diceva l’uomo basso, ma è un lavoro delicato e non lo farai tu, serve esperienza. E anche la ventresca, che la vendiamo cotta al vapore o sott’olio. Tarantello, dorso e codella li sfilettano laggiù. Finiscono tutti in barattolo. Un altro grido, soffocato. Del mosciame, ficazza e budello se ne occupano gli insaccatori, in fondo, che li salano e stagionano. Tu invece starai alla buzzonaglia. Raccatti i pezzi che avanzano, i ritagli, tutta roba che poi finisce sott’olio; c’è molto sangue, di solito, ma ci farai l’abitudine. Marco aveva annuito e dal fondo della sala era giunto un grido, acuto, raccapricciante, ma l’uomo aveva allargato le braccia, per minimizzare. Colpa degli ambientalisti, aveva detto, sono loro che ci obbligano a operarle, prima della macellazione. A parte i costi, dico io, non è bello neanche per loro. Che vita fanno, poi? Era meglio il vecchio metodo. Due mazzate in testa e la questione finiva lì. Anche Marco aveva allargato le braccia, ma con un significato diverso. Non aveva grandi opinioni in merito, lui, e non era compito suo averle. Era lì solo per lo stipendio: perché il posto era buono, e soprattutto sicuro.

A quel primo giorno, diverso dagli altri, ne erano seguiti molti, tutti identici. Il cartellino magnetico, la tuta di gomma, i vestiti pesanti. La carne puzzolente scorreva sul nastro, insanguinata, i pezzettini finivano nelle vasche di plastica bianca, traslucida, e ogni tanto, ma non spesso, giungeva qualche grido dal fondo, dove le strisce, pesanti, di gomma trasparente, separavano la zona di lavorazione dal resto. Il primo stipendio arrivò sul conto corrente in modo regolare e gli amici smisero di prenderlo in giro. Vestiti nuovi, di marca. Un orologio meccanico. La rata della motocicletta. E le uscite a cena, ogni settimana, offriva lui e la voce si era sparsa in fretta, nel quartiere, gli giravano i soldi, altro ché. Si vedeva da lontano, dicevano tutti. E ogni mattina, alle quattro meno cinque, era davanti ai portoni coibentati.

Passò poco prima che il responsabile, quello basso con le braccia lunghe, lo chiamasse in ufficio. Sei bravo a sfilettare, sprecato per la buzzonaglia: ti sposto al taglio preliminare. Se continui così, te lo dico, vai alla ventresca, e lì ti posso aumentare lo stipendio. Marco aveva annuito ed era andato a prendere la sua roba al reparto. Sentiva gli occhi addosso mentre percorreva il capannone in senso inverso, camminava controcorrente, il nastro gli scorreva addosso e portava i resti di carne puzzolente ai colleghi, invidiosi, condannati da molti anni, dal loro primo giorno di lavoro, alla buzzonaglia.

Il nuovo incarico era gradevole, pulito, rapido. Le code arrivavano già squamate, lui doveva solo inciderle, tre tagli precisi ma profondi, per facilitare il lavoro di tutti quelli che, dopo di lui, avrebbero lavorato al nastro. E non era nemmeno ripetitivo. Ogni coda era diversa e Marco doveva palpare bene la carne, trovare le zone appropriate, scegliere. L’unico inconveniente del nuovo posto era la vicinanza alla zona di scarico, le grida quaggiù si sentivano anche quando erano deboli e soffocate, mentre alla buzzonaglia giungevano solo di rado, quando erano abbastanza acute da sovrastare i rumori della fabbrica. Marco però non ci faceva caso.

Un pomeriggio, mentre affondava il coltello in una coda più ostica della altre, irrigidita, che sicuramente aveva impattato, durante la pesca, contro il divergente, si capiva dal tono della carne, mentre sforzava per incidere nel modo opportuno, il suo coltello si incastrò in una vertebra. La lama in flessione valicò il punto di rottura e un frammento di acciaio lo colpì alla tempia. Non era una ferita profonda ma il sangue colava ovunque e rischiava di contaminare la linea. Il responsabile lo spedì in infermeria. Marco attendeva, con l’asciugamano intriso di sangue sulla fronte, quando vide passare una ragazza. Con le mani affusolate e le unghie decorate di cento colori, spingeva le ruote della sua sedia a rotelle. Aveva gli occhi verdi, pareva, di un verde acceso e chiaro ma, quando si girò a guardare Marco, per un istante, diventarono azzurri, come l’acqua sulla sabbia bianca. La ragazza distolse lo sguardo e sparì dietro lo stipite. Marco restò immobile, indeciso, pochi istanti, poi si alzò e la rincorse. Lei aveva già raggiunto la fine del corridoio e stava uscendo, dalla porta antincendio, in cortile. Marco la seguì. La ragazza gli fece segno, col dito, di stare zitto. Poi si mise a chiamare i gatti che affollavano lo spiazzo, attirati dagli odori della fabbrica. Quando furono abbastanza vicini, la ragazza prese dalla tasca un portachiavi, proiettò una luce laser, rosso intenso, a terra. I gatti iniziarono a correre, ad azzuffarsi. Il puntino di luce rubina scompariva, riappariva poco distante, la ragazza governava il proiettore con velocità, gesti precisi, a volte ampi, altre secchi e limitati, ma i gatti non si fermavano, instancabili, continuavano a inseguire i fotoni che rimbalzavano sull’asfalto umido. Finché fu la ragazza a stancarsi. Allora Marco, a bassa voce, prese la parola. Fa male? chiese, indicando la zona dove il corpo della ragazza, sotto l’ombelico, s’interrompeva bruscamente. Lei annuì. Fa male anche laggiù, disse dopo qualche istante. Indicava il basso, dove non c’era più nulla. Il veterinario dice che è la sindrome da arto fantasma. Marco restò in silenzio, poi lo ruppe. Quando ti portano via? le chiese. Domattina credo, arriva il carico nuovo e io ritorno al mare. Marco annuì, poi scosse la testa, la ragazza riaccese il puntatore. Molti gatti se n’erano andati, ma quelli rimasti presero a rincorrere il puntino rosso con la stessa foga di prima.

Non sono stupidi, disse la ragazza, eppure non capiscono che la governo io, quella luce. E sai perché non ci arrivano? No, disse Marco. Perché non alzano la testa, rispose lei. Se lo facessero, comprenderebbero tutto, e noi saremmo in guai seri; perché i gatti sono molto intelligenti, sai? Poi spense il laser e lo rimise in tasca. Hai voglia di spingermi sulla rampa? Sono un po’ stanca. Marco annuì e si controllò la fronte, non sanguinava più. Afferrò le maniglie e spostò la ragazza. Il fatto che le mancasse più di metà del corpo la rendeva leggera. Marco si sporse comunque in avanti, sulla rampa, per aiutare lo slancio, e sentì l’odore dei capelli di lei, un misto di alga e sale. Da qui possono continuare da sola, disse la ragazza, addio.

Marco non sapeva come comportarsi, la salutò con la mano e si toccò ancora la fronte. Sangue non ce n’era, quindi tornò verso il reparto. Era quasi in fondo al corridoio quando la ragazza lo chiamò.

I gatti non alzano mai la testa, gli disse un’altra volta. Marco capì che non aveva finito e attese. Chissà se lo facessero, continuò lei, chissà fin dove riuscirebbero a vedere; però alla fine, se ci pensi, non lo facciamo nemmeno noi.

La ragazza aveva finito. Se ne andava. Marco la stava guardando, dal fondo del corridoio, senza parlare. Poi tornò al reparto.

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