Paola Usala – La forma

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«No!» urlò Giovanni. 

Nonna Mira si svegliò d’improvviso, la pipa in bocca, una mano che artigliava l’aria. Anche il gatto si era spaventato, miagolò forte e col pelo dritto fuggì nel tinello.

«Che succede? Bombe?» chiese nonna Mira col fiato corto.

Giovanni bofonchiò qualcosa, prese una coperta e andò dritto al capanno.

«Non è possibile» disse guardando al soffitto coi pugni chiusi. La fune penzolava dalla trave principale, nel cappio non c’era nessuno.

«No!» urlò ancora. Si lasciò cadere per terra.

Com’era possibile? Cos’era questa follia? Forse che non poteva morire? Era la terza volta che provava ad ammazzarsi e non c’era verso. Ricordava il momento in cui i contorni sembravano sfumare ma poi si svegliava in casa, seduto davanti alla stufa, nonna Mira e il gatto che russavano.

Nevicava. Sentì i passi leggeri della nonna.

«Che ci fa quella corda appesa?» chiese. 

Giovanni restò in silenzio.

La vecchia cominciò a piangere. Giovanni l’abbracciò. Sentiva le ossa sottili della donna tremare, era piccola come un uccello.

«Vuoi lasciarmi?»

«No, nonna» 

Ma aveva ragione, voleva lasciarla. 

«Non è tempo, Zus» disse la nonna tra i singhiozzi.

Giovanni la prese per le spalle e la guardò. Disse in un sibilo:

«Io non sono Zus»

Mira si divincolò, il viso indurito, gli occhi accesi, gridò:

«Allora riprovaci, ammazzati!»

«Sì che mi ammazzo!» rispose Giovanni. La seguì entrare in casa con lo sguardo. Sentì la porta sbattere.

«Zus!» lo chiamò.

«Abbi rispetto della tua forma!» dissero assieme. 

Giovanni sospirò. Guardò il cielo e le cime degli abeti bianchi che pendevano verso terra, come a consolarlo. Aveva provato a rispettare la sua forma, l’aveva desiderata per tredici anni, a contarli in stagioni di Litha. 

Adesso però la pensava come una disgrazia. 

La nonna insisteva che sarebbe riuscito a dominarla, ma Giovanni sapeva che voler controllare la forma era come cercare di fermare la pioggia con lo sguardo.

Il gatto si avvicinò con passo indolente.

«Tu sai come fare, Mačak?» Gli carezzò il muso appuntito. Mačak miagolò sistemandosi nell’incavo dell’ascella, poi chiuse gli occhi. 

La prima volta che la forma scoppiò, erano in chiesa. Giovanni comprese quel giorno che la forma non si manifestava per ragioni comprensibili, ma accadeva e basta, come un temporale. 

Era una domenica fredda di Yule e la gente del villaggio aveva addobbato la chiesa con omini di legno dalle ali di carta e stelle di paglia. Giovanni sedeva con Mira nelle panche presso la nicchia del santo. Il sacerdote aveva pronunciato le formule e ora raccontava una parabola. Giovanni guardò fuori dal finestrone. Nevicava. Il pensiero andò al solstizio, alla stagione dei prati e dei raggi di sole sulla fronte. Si chiese se sarebbe stato pronto ad accendere un fuoco per Samaith; al momento era capace di incendiare solo fiammelle alle estremità di rami secchi e anche se Mira ne portava di più grossi, con quelli non c’era verso. 

Quei pensieri furono interrotti da uno stridio che arrivava dall’altare. Via via diventò più acuto, un fischio, che nessuno però sembrava sentire. Giovanni si voltò per chiedere a Mira ma in quell’istante un boato, un ruggito assordante, fece tremare la chiesa e sull’altare divamparono fiamme altissime. 

Tutti si alzarono urlando; Giovanni spalancò gli occhi. Mentre il soffitto della chiesa si spaccava, Mira gli prese la mano. Gli occhi lucidi, disse:

«Bravo, giovane Zus». 

Era stato lui? Giovanni si sentì mancare. Immobile guardò le fiamme infuriare, il fumo opaco arrotolarsi in mulinelli verso il cielo; il fragore dell’incendio era come il grido di un drago che lo cercasse dal tetto squarciato. 

Quella notte Mira brindò col liquore di mele, tirò fuori dal baule della stoffa lucente e degli spilli e gli misurò il petto, le gambe, le braccia. 

«Il primo fuoco! E che fuoco!» disse ridendo, battendosi la coscia con la mano.

Giovanni era ancora stordito; si sentiva debole come dopo uno sforzo e una morsa al petto, un artiglio agganciato al cuore, gli impediva di respirare. 

Era quella la sua forma? Era questo, Zus? 

Nelle settimane seguenti, la forma sembrava avesse deciso di farsi viva in modi imprevedibili. Prima capitò al fiume, mentre Giovanni pescava con alcuni ragazzi del paese: d’improvviso il ponte si accese in una palla di fuoco e sprofondò nell’acqua; poi all’uscita da scuola un palo dell’elettricità avvampò e bruciò come una bandiera sfavillante fino a sera; infine fu la volta delle stalle che si incendiarono dal nulla mentre Giovanni saliva verso casa; ancora una volta il fuoco iniziò con un rumore, uno schiocco, che a Giovanni seppe quasi di presa in giro; per un pelo riuscirono a salvare i cavalli.

Giovanni era terrorizzato. Non riusciva a mangiare, dormiva poco e male, saltava i giorni di scuola. Perché tutto questo bruciare? Perché spaventarlo? C’era un che di trionfante in quelle fiamme improvvise, che esistevano a dispetto della sua volontà. 

«Se scoprono che sono io?»

«Non ti scopriranno» 

Per adesso la nonna aveva ragione. Al paese si parlava di tempeste di fulmini e fuochi fatui, o di maledizioni del paese vicino. C’era chi pensava che tutto fosse a causa dell’elettricità.

«L’elettrico si scarica nell’aria» dicevano.

Giovanni annuiva e pregava con loro.

«Riuscirai a comandarla» insisteva Mira.

«Quando non sarà rimasto niente da bruciare?»

«Fidati e accendi» rispondeva la nonna porgendogli un ceppo di quercia. 

Giovanni guardava il legno, si concentrava, ma non ci riusciva.

Fu in quei giorni bui che decise di ammazzarsi. 

Il pensiero di abbandonare la nonna lo rendeva infelice, ma la paura che la forma potesse uccidere qualcuno era un’angoscia più grande. 

La forma non si poteva dominare, ne era certo. Zus aveva vita propria. Che senso aveva allora possedere la forma se non riusciva a comandarla? E soprattutto, come poteva controllarla se non capiva neanche cosa la scatenasse? 

Giovanni si sentiva svuotato, usato.

Mačak gli leccò la mano. Il ragazzo tornò al capanno, slegò la corda dalla trave e la riavvolse.

Guardò ancora alle cime degli abeti imbiancati. Uno dei rami si sciolse in tizzoni fumanti che caddero nella neve, affondando nel freddo con un sibilo. 

Pensò che in qualcosa era riuscito con i suoi tentativi di morte. Aveva dimostrato a Zus che anche lui esisteva. Nel momento in cui tutto si sfocava, nel fiume o col cappio al collo, aveva detto alla forma, a modo suo: la mia fine è anche la tua.

Capiva ora che forse l’idea di ammazzarsi non aveva senso. Se infatti lui era la forma e la forma lui, questa avrebbe fatto di tutto per impedirgli di morire. Zus sembrava voler vivere e per farlo, aveva bisogno di lui.

Appese la fune al gancio e così ragionando entrò in casa, il gatto in braccio e la coperta ispida sulle spalle.

«Acqua» disse nonna Mira mentre punteggiava la stoffa lucente di punti minuti.

«Puoi spegnermi allora?» disse Giovanni.

Mira rise e tirò dalla pipa

«Posso spegnere il fuoco. Ma non posso fermare la tua forma, se è a questo che pensi» rispose.

Giovanni si grattò il mento.

«Non ne parli mai» 

«Come sai bene adesso, la forma non è una cosa di cui si riesce a parlare» 

«Nonna, perché io non la comando?» chiese Giovanni. «Non riesco più a vivere» aggiunse sottovoce.

Mira si irrigidì e trattenne il respiro. Poi, come arresa, mise via la stoffa e prese le mani del ragazzo. 

Mačak si alzò sulle zampe, per ascoltare meglio.

«Io ricevetti la mia forma che avevo due anni. Fu l’anno in cui la diga si ruppe e l’alluvione devastò la valle. Ci salvammo perché mio padre, tuo bisnonno, salì sul tetto e là restammo per sei giorni, aspettando che qualcuno venisse a prenderci.»

Giovanni fece per dire qualcosa, Mira lo zittì con lo sguardo.  Continuò:

«Morirono cinque persone. Una era mio fratello. Ero troppo piccola per capire e la forza troppo grande. Col tempo arrivai a controllarla, ma ci volle pazienza. Per molto tempo desiderai quello che ora desideri tu.»

Giovanni tacque.

«Non a tutto c’è soluzione. A volte accettare è l’unica via che resta.» 

Mačak le si era seduto in grembo. 

«Rispettare la forma è anche accogliere quello che non capisci. E comunque, adesso, riesco a fare questo». Indicò la finestra.

L’aria ghiacciata si rischiarò, dal fondo della foresta si alzarono dei mulinelli di cristalli che volarono oltre il sentiero battuto e le cime degli alberi, fino al nero del cielo. All’improvviso la tempesta di cristalli finì e il disegno perfetto della gelata si stagliò bianco, brillante nella notte. 

Giovanni non disse nulla.

«Non ti piace?» 

«Non serve a niente» 

Mira scoppiò in una risata, prese Mačak e lo posò per terra.

«Il gelo serve a questa terra secca! Imparerai anche tu che la forma va ammaestrata ma anche ascoltata. Adesso però basta perdere tempo. Accendi» disse la nonna passandogli uno dei ciocchi di quercia.

Giovanni sorrise, guardò il pezzo di legno, si concentrò. Poi sospirò e, senza guardare Mira negli occhi, uscì dalla stanza.

Giovanni era a casa quando la stufa prima emise un borbottio, poi esplose come una bomba, saltando dalla nicchia del camino dove Mira l’aveva sistemata, rovesciando il calderone dell’acqua bollente sul tappeto. Mačak era ferito, aveva la pancia dura e bruciata, il muso sanguinava. Quando Giovanni lo vide iniziò a tremare. Prese coraggio, lo avvolse in una coperta e corse al villaggio dove la nonna era andata ad aiutare per l’Imbolc e la festività dei cristiani.

Durante il cammino, alcuni larici presero fuoco e parte del ponte ricostruito si infiammò. Giovanni strinse il corpo del gatto a sé, accecato dalla rabbia. Non era quello il momento di fuocherelli e scherzi, che si dovesse rispettare o meno quella sciagura di forma che gli era toccata.

«Mira! Mačak!» gridò Giovanni quando vide la nonna da lontano. Spingeva una carriola di tronchi verso la piazza. La raggiunse e quando le arrivò vicino, scoppiò a piangere. 

Nel mentre, attorno a lui, da quando era entrato nel paese, era tutto uno spuntare di fuochi e fiamme improvvise sui tetti, alle finestre, dai davanzali e per la strada; sprizzi di scintille sfavillavano e fili di fumo salivano dalle case. A vedere tutto nell’insieme sembrava uno spettacolo pirotecnico. La gente era disperata: chi trascinava secchi, chi mezze botti colme d’acqua, chi portava coperte, mantelli, tappeti e sacchi per fermare le fiamme.

Giovanni si guardò attorno.

«È colpa mia». 

«Non è colpa di nessuno.» Mira indicò l’ammasso di rami e tronchi nella piazza, disse:

«Accendi.» 

Giovanni la guardò con gli occhi sbarrati.

«Non ce la faccio»

«Guardati attorno. Hai già fatto»

«Non sono stato io»

«Che tu lo capisca o meno, Giovanni, sei stato anche tu»

«Non riesco.»

«Trovala e ascoltala. Accendi.»

Giovanni respirò forte, chiuse gli occhi e strinse i pugni. Tra le urla delle persone, si sforzò di distinguere il suono della forma. Per un attimo immobile e lunghissimo non sentì nulla, poi un sibilo.

In fondo al buio vide un brillio giallo. Era un bagliore che sembrava saltare da una parte all’altra, disegnando linee e punti. Giovanni si avvicinò al chiarore: Zus era là. Prendeva la forma di uomo e di pietra, di fuoco e di occhio, pareva arrivare dappertutto e poi spariva, per poi ricomparire ancora. 

L’ascoltò. 

Vibrava attorno e dentro Giovanni, era come un’esplosione, una stella, un buco sconfinato, una voce immensa che poi si riduceva a una fiamma, resistente e luminosa, ferma vicina ai suoi piedi.

Giovanni aprì gli occhi. Da uno dei tronchi una fiammella gialla avvampò. Poco dopo se ne accese un’altra e poi un’altra ancora, finché l’intera catasta si incendiò. 

Si voltò a guardare la nonna e sorrise. La donna allora, col gatto dolorante in braccio, indicò il cielo con un movimento e gli prese la mano.

Si sentì tuonare in lontananza, poi si mise a piovere fitto. 

A uno a uno, i fuochi del villaggio e le voci dei suoi abitanti si spensero, come tanti lumini consumati.

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