Premio Calvino | I finalisti e la menzione

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I finalisti della XXXII edizione

Il comitato di lettura (costituito da una sessantina di membri), fra 724 concorrenti ne ha selezionati otto. Il compito, come sempre, non è stato facile perché i testi meritevoli o interessanti erano parecchi. Si è puntato a una scelta che, nella misura del possibile, fosse insieme rigorosa e rappresentativa di tendenze, temi e stili diversi. Ha preso così consistenza un campionario di autori diffuso su tutto il paese. Le loro età variano dai 24 ai 64 anni. Le donne finaliste sono quattro su otto, ovverosia la metà e ne siamo felici: era da tempo che non accadeva. Da segnalare ancora il ritorno in finale dopo tanti anni di un volume di racconti, Dieci storie quasi vere. Quanto ai temi degli otto prescelti, non è immediato trovare un filo comune. Di certo, però, nessun testo è consolatorio o programmaticamente commerciale. Tutti affrontano, magari in chiave indiretta, nodi esistenziali o tematici di rilievo.

Sicuramente, e non poteva non essere così vista la presenza di tante autrici tra i finalisti, quasi ovunque campeggia l’immagine della donna: libera (Ciccina), forte (L’ultima testimone), accudente (Rosa della Dragunera), coinvolta in vario modo con la maternità (Dieci storie quasi vere), ma anche forza incontrollata della natura (la “dragunera”); e, quanto ai testi di autori maschili, in due non compaiono praticamente personaggi femminili (I Pellicani e L’ultima partita), mentre nei restanti due (Tante piccole cose e L’attività letteraria a Gibilterra nel secolo XXI) sono le donne a rappresentare le figure più significative: forti, ma bisogna dire, insoffribili se non criminali.

Tra i manoscritti in gara particolarmente accattivante sul piano narrativo e per la lingua utilizzata-frutto di un abile amalgama tra dialetto e lingua-è il dittico siciliano costituito da Ciccina e La dragunera. Ciccina, inscenato in uno sperduto centro degli Iblei, è una felicissima e ironica narrazione fuori del tempo, la cui cifra è il capovolgimento fino alla liberatoria beffa finale che permetterà al parrino e alla levatrice di vivere alla luce del sole la loro unione, con la paradossale benedizione dalla chiesa. La dragunera, per parte sua, è la drammatica storia-inserita nella cornice di un’Enna infera-di due sorelle opposte come il giorno e la notte, di un mite amore impossibile e di una passione travolgente come l’uragano, sull’orditura di una bella e precisa archeologia del costume, del sentire e del parlare siciliani.

Con L’ultima partita giungiamo ai giorni nostri, tra l’oggi di chi narra e il 2006, l’anno della vittoria dell’Italia ai Mondiali. È un testo di straordinaria freschezza che tocca con sensibilità il tema dell’incontro/scontro con l’alterità nel mondo della preadolescenza, nel caso, tra ragazzini italiani giocatori di calcio e enigmatici ragazzini musulmani giocatori di cricket. Tante piccole cose è, invece, la storia polifonica, dalle sfumature grottesche-ambientata nell’hinterland cagliaritano-di una strage famigliare, come tante ne sono avvenute e continuano ad avvenire nelle asfittiche villette della grande periferia residenziale italiana. E così Daniele Masala dopo aver subito infinite piccole angherie dalla vita e dalla famiglia acquisita può finalmente fumarsi una sigaretta da uomo libero, in santa pace, nel portico della casa.

Con i lievi e penetranti racconti di Dieci storie quasi vere entriamo dichiaratamente in tematiche femminili, il cui più significativo nucleo-che conferisce consistenza e pregnanza all’intera raccolta-è certo la maternità, in tutte le sue declinazioni e variazioni: non voluta, colpevolmente perduta, agognata, ingombrante, in ogni caso problematica. L’allucinato e claustrofobico I Pellicani, dalla valenza fortemente letteraria e simbolica, ineccepibile nella sua tenuta narrativa, ci precipita in un mondo postumo, fatiscente e senza speranza, dove un vecchio e un giovane (padre e figlio?) si trovano di fronte l’uno all’altro nell’alloggio di un palazzo in rovina. Il vecchio è allettato e accudito da una badante, il giovane è risentito e pare non avere lavoro. Non può che finire male e non ci sarà salvezza per nessuno. Tutto questo ci ricorda qualcosa.

Estremamente singolare è L’attività letteraria a Gibilterra nel secolo XXI, sorprendente opera parodistica fittamente embricata coi romanzi di Vila-Matas. Un giallo sofisticato di grande intelligenza e perizia combinatoria che riflette sulla potenza eversiva della letteratura e, insieme, sulla sua morte, il tutto condito di ironia e humour, in una divertita e divertente mescolanza di elementi fittizi e elementi reali, e in un caleidoscopico apparire e sparire di famosi personaggi della narrativa nonché di famosi scrittori trasformati in personaggi. Un bagno di grande attualità nel passato che non passa lo facciamo con L’ultima testimone che con un’avvincente narrazione e con grande equilibrio ci riconduce alle complesse vicende di Trieste e dell’Istria tra anni quaranta e dopoguerra. Tutto viene visto dalla prospettiva delle piccole storie degli individui che furono coinvolti nella grande storia, con le loro convinzioni, le loro utopie, i loro segreti, le loro azioni in inevitabile bilico tra legalità e illegalità, e anche tra legittimità e illegittimità.

Gli stili e le scritture sono mediamente di buon livello, per coerenza e capacità evocativa: si va dalla levità di scrittura di Dieci storie quasi vere e dell’Ultima partita al rarefatto e perfetto stile dei Pellicani, dalla lingua eminentemente narrativa senza ricercatezze dell’Ultima testimone alla forza, non priva di rudezza, di Tante piccole cose, dal godibile impasto linguistico di Ciccina e La dragunera alla grana stilistica raffinata dell’Attività letteraria a Gibilterra nel secolo XXI.

Un panorama, insomma, come sempre variegato.

Mario Marchetti


Menzione speciale del Direttivo

Il Direttivo del Premio Italo Calvino assegna una Menzione speciale a Sildenepro, il fantasista ribelle di Roberto Peretto, testo che, con scrittura impervia e drammaticamente emotiva, riscrive, in chiave privata, la storia sociale e antropologica italiana dell’ultimo cinquantennio, rivelando un’intelligenza agguerrita e implacabile, innestata su un sentire profondamente umano e solidale. Con tale riconoscimento si vuole anche segnalare l’ostinato impegno ‒ senza compromessi ‒ dell’autore nella scrittura.

Sildenepro, il fantasista ribelle di Roberto Peretto

Costellazione famigliare

Il power globale multicolor bisnisson, s’era servito della droga ad azzerare e nullare gli sviluppi, il risveglio (’68-’69) della coscienza mondiale?… gli uomini s’erano risvegliati, le idee riprese dopo il black-out della bomba! bisognava oppiarli totalmente! la droga, ch’ha guastato e corrotto tutte le società, permette d’autofinanziare il progetto! di più: diviene il business dei business! servosterzo, manna criminale del power… Cento servizi! con un sol viaggio… ecco la chiave! e tu… concio dell’esistenza! già baby-schiavo, poi contrabbando ecc… caschi nel vischio!… È l’epoca?… io contro i mulini che fungano, credendo possibile, l’idiota! battere gli eterni giganti! i Camaleonti!

L’utopico comunista!

Poi arriverà la tua lettera ai genitori, una lettera mafiosa! in cui chiedi provvedano alla tua famiglia, che avevi abbandonato a metterti coll’entraîneuse, e quando esci, sistemi tutto tu… Co-me? tornando al traffico di droga? Papà e mamma non sanno che fare… tocca a me, farmi carico di tutto… Ti scrivo, sono un dio colle parole no, per questo le spreco con te? E cosa mi propongo? Oh, tante cos (…) basta smettere di comprar cose, abbonarsi ai supermercati!… Nel dopoguerra eravamo poveri, onesti, si sopravviveva, certo senza il lustro tinculvisivo che abbaglia (la tevù accesa dalla mattina a sera), e i fumetti giapponesi in cui hai allevato i figli invece di mandarli a scuola (…) Tutto questo lo dicevo colla grazia, ch’ora mi risparmio! garantendoti l’aiuto possibile e impossibile, affinché trovassi, uscendo, un lavoro decente e riscostruissi la famiglia… Sapevo che dovevo aiutarti a ritrovare la bussola persa…

Fu una fatica immane! e autodistruttiva…

Confortare i genitori, costruire di lettera in lettera un dialogo terapeutico e trasformativo… Nabuccodonosor? no, ero un fratello che da oltre dieci anni doveva salvar la sorella dal suo uomo drogato e malato, sostenendo gli anziani genitori… e perdendo la capacità d’impegnarsi ai propri progetti di vita e lavoro… E quando, col ritardo di dieci anni! dopo il primo romanzo riesco a  scrivere alcuni racconti e un nuovo romanzo, il cui valore è apprezzato… tu sei preso con mezzo chilo di cocaina purissima… Cosa cazzo scrivo a fare? diobestia! bestia! io combatto il mercato criminale che sta uccidendo il cognato (e milioni d’altri) e mio fratello si butta nel traffico? Non è che m’è sfuggito qualcosa?… sono voglio non voglio di nuovo aggiogato al carro! alla macina della difesa della famiglia d’origine… Oh, averlo avuto io! un fratello che fatto un culo così! a saper le quattro cose… non per ammazzarlo, per baciargli i piedi!… e dallo, dallo l’aiuto, masoco Sildenepro! (che poi lo scorderanno o peggio, lo sminuiranno: che ho fatto per loro? niente! sacrificato la vita, l’unica! bisogna che lo scriva se no va in gloria!)…  il mondo è questo che ce voi fa’?… Sprofondo nel nero burnout! bruciando le faticate chances… l’uomo più stupido del mondo! credevo d’aver capito chissà, e fors’era vero, ma non m’è servito a nulla, anzi! a sacrificarmi e rovinarmi! cattolico idiota (…)

Leopold von Sacher-Masoch, alias Sildenepro da Castromangio e Gemistoffo!

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