Amos Oz: l’aura magica di un profeta laico

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A voi il salotto, a noi la cucina

di Dario Miccoli

dal numero di febbraio 2019

Amos Oz è stato l’ultimo figlio del sogno: il sogno del kibbutz, di un’Israele laica, della soluzione “due popoli, due stati”. Eppure non era un utopista, non inseguiva ciò che non poteva essere realizzato e la sua letteratura altro non è stata che il racconto di storie e sentimenti reali, che ognuno poteva sentire propri: il tradimento, l’amore, la malinconia, il rapporto con l’altro, la quotidianità. “Se dovessi riassumere in una parola di cosa parlano le mie storie, direi: ‘famiglia’, in due parole ‘famiglie tristi’”, affermava Oz in un’intervista di alcuni anni fa. Questa tristezza, che era anche speranza in un altrove migliore, aveva certamente a che fare con la sua biografia. Nato Amos Klausner a Gerusalemme nel 1939, Oz proveniva da una famiglia di origine lituana e polacca emigrata nell’allora Palestina britannica e vicina alla destra sionista revisionista di Jabotinsky. Fu a seguito del suicidio della madre Fania, nei primi anni cinquanta, che l’adolescente Amos decise di rompere con l’ambiente famigliare. Modificò il cognome in Oz(“forza” in ebraico) e lasciò per sempre Gerusalemme, diventando membro del kibbutz Hulda e abbracciando l’ideologia sionista socialista allora dominante. Il kibbutz fu per molti anni la casa di Oz e molti kibbutzim immaginari fanno da sfondo alle sue opere: da Nof Harish, dal quale proviene il protagonista di uno dei suoi primi racconti giovanili (Attraverso il vento, pubblicato nel 1965 e inedito in italiano), fino a Granot di Una pace perfetta del 1982 (molti dei libri di Amos Oz sono usciti da Feltrinelli nella traduzione di Elena Loewenthal).


Il kibbutz di Oz è uno spazio ricco di gioia e nostalgia, popolato da individui bizzarri e malinconici, che con un occhio guardano alla diaspora europea che hanno lasciato, con l’altro sognano un futuro di pace. Oz non è stato soltanto il narratore del kibbutz, ma anche un cantore di Gerusalemme, la città che più di ogni altra fa da sfondo alla letteratura israeliana: si pensi al poeta Yehudah Amichai e alla sua descrizione di Gerusalemme quale nave pronta a salpare, “la Venezia di Dio”. O la Gerusalemme popolare, abitata da ragazzini curiosi e da adulti con un passato tragico alle spalle, narrata da David Grossman in Vedi alla voce: amore (1986). Quella di Oz è spesso una Gerusalemme a cavallo tra due epoche, tra il mandato britannico e l’indipendenza seguita alla guerra del 1948. È lì che vive Hannah Gonen, la tormentata Madame Bovary israeliana protagonista di Michael mio (1967, Feltrinelli 2003), ed è quella la città dove cresce il giovane Amos – la cui storia è al centro della grandiosa autobiografia Una storia di amore e di tenebra (2002). L’atmosfera di quella Gerusalemme scomparsa, una città composta da non più di qualche quartiere ad ovest della città vecchia, è stata rievocata in occasione della commemorazione che si è svolta a Tel Aviv pochi giorni dopo la morte dello scrittore. A farlo è stato il presidente dello stato d’Israele Re‘uven Rivlin, forse l’ultimo esponente di quella destra sionista che aveva ispirato i genitori di Oz. Rivlin e Oz, da ragazzi, erano stati compagni di scuola e abitavano a poca distanza l’uno dall’altro a Kerem Avraham, un quartiere di Gerusalemme oggi a maggioranza ultra-ortodossa. Era un’Israele appena nato, dove capitava – ha scritto un altro israeliano, Abraham B. Yehoshua, nel suo ultimo romanzo Il tunnel (2018) – di incontrare a un incrocio David Ben-Gurion. Ma dov’è finito, oggi, quell’Israele? Forse è stato anch’esso un sogno che, in qualche modo, accomunava persone politicamente molto distanti, come Oz e Rivlin? È esistito davvero un kibbutz come quello di Altrove, forse (1966: Feltrinelli, 2015), dove un personaggio ammonisce i giovani della comunità dicendo che: “verrà il giorno, deve arrivare quel giorno, in cui ci porgeranno la mano. E noi la accoglieremo. Con gioia, senza risentimento, per pura fratellanza. Forse quel giorno è vicino. (…) Dovete sempre tenerlo a mente: non sono gli arabi il nostro nemico, ma è l’odio”?

Per tutta la vita, Oz si è ostinato a credere che fosse possibile risolvere il conflitto israelo-palestinese, che a lui appariva come una lite tra inquilini: “A voi il salotto, a noi la cucina”. Già nel 1967, aveva messo in guardia dai rischi connessi all’occupazione della Cisgiordania. All’indomani della guerra dei sei giorni, scriveva che il futuro dei Territori avrebbe dovuto essere nelle mani dei palestinesi e non in quelle degli israeliani: “Non siamo nati per essere un popolo di dominatori. (…) Meno durerà l’occupazione, meglio sarà per noi”. L’impegno politico dello scrittore sarebbe continuato nel corso dei decenni, portandolo nel 1978 a essere uno dei promotori del movimento Peace Now. Il suo engagement partiva non dalla dimensione collettiva che sta alle origini della letteratura israeliana. Quella di Oz era una coscienza profondamente personale che riusciva però a farsi portavoce di qualcosa di grande, senza rinunciare al dubbio, a guardare a ciò che sta aldilà delle proprie convinzioni. Oz aveva imparato questa lezione da grandi maestri delle generazioni precedenti, primo fra tutti Shmuel Yosef Agnon, unico scrittore di lingua ebraica vincitore del Premio Nobel per la letteratura nel 1966. Agnon e Oz, due autori che a prima vista non potrebbero apparire più diversi: l’uno ebreo osservante e profondamente legato alla tradizione, alla Galizia asburgica dove era nato e che ha raccontato per tutta la vita; l’altro laico, kibbutznik, rivolto a Israele e alla contemporaneità. Eppure, un filo corre tra i due, così come tra Oz e molti altri grandi scrittori e pensatori ebrei. È un filo fatto di lettere, di parole, di libri: “Se c’è un qualche legame che tiene insieme noi e Abramo, sono le parole scritte. Come i nostri antenati, siamo fatti di testo”, ricordava Amos Oz nel volume scritto insieme alla figlia Fania Oz-Salzberger, Gli ebrei e le parole (2014), dove avevano raccontato l’amore che nutrivano per il potere salvifico della parola.

Ogni suo libro era rivelatore di un’epoca e di un momento preciso nella vita di Israele: il 1948 nel caso dei già citati Michael mio e Una storia di amore e di tenebra, di Una pantera in cantina (1995: Bompiani, 2001 e Fabbri, 2003), gli anni settanta con la vittoria di Menahem Begin per La scatola nera (1987: Feltrinelli, 2002), le disillusioni seguite alla guerra del Libano del 1982 e alla prima Intifada in Non dire notte (1994: Feltrinelli, 2007). Nel corso degli anni, Amos Oz aveva costruito attorno a sé – più di romanzieri altrettanto famosi, come Yehoshua o Grossman – l’aura magica del profeta laico. In questo stava probabilmente la sua grandezza e il suo limite: il venire sempre letto come un portavoce dell’élite laburista, dell’Israele laico, del kibbutz, di Tel Aviv. A ben guardare, Oz nascondeva una personalità più complessa e se è stato esponente dell’élite israeliana, certamente lo è stato in modo personale e spesso pagando un prezzo altissimo. C’è chi ha voluto vedere, nel suo attaccamento caparbio alla soluzione “due popoli, due stati”, una miopia che ignorava quanto chiunque oggi ha di fronte agli occhi: vale a dire l’impossibilità di una separazione territoriale totale tra israeliani e palestinesi. Per alcuni, Oz era l’esponente di una vecchia guardia che aveva fatto il suo tempo. Lo scrittore si rendeva conto di appartenere a una generazione passata e, in un’intervista rilasciata lo scorso ottobre alla televisione israeliana, aveva invitato i giovani a far sentire di più la loro voce. Al contempo, è fino alla fine rimasto saldo nelle sue convinzioni e nel suo amore per un paese che pure – ammetteva nella stessa intervista – “è spesso così difficile amare”. Amos Oz non ha mai smesso di credere nel futuro: “beati i sognatori e sventurati coloro che hanno gli occhi aperti”, dice uno dei personaggi di Giuda (2014). Ecco allora che la sua letteratura resta come un invito a sognare la realtà, a ripensare ciò che ci sta attorno, a camminare nelle storie di una terra che – in modi impensati e imprevisti – parlano anche di noi.

dario.miccoli@unive.it

D. Miccoli insegna lingua e letteratura ebraica moderna all’Università Ca’ Foscari di Venezia.

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