Centri di permanenza per i rimpatri: un rito di segregazione su base etnica

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Perché ci fanno questo?

di Emanuela Roman

La malapena (sottotitolo: Sulla crisi della giustizia al tempo dei centri di trattenimento degli stranieri, con prefazione di Emma Bonino, pp. 104, € 15, Edizioni SEB27, Torino 2020) di Maurizio Veglio è un libro che si legge tutto d’un fiato. Perché afferra e trascina con la forza delle parole (quelle dell’autore, quelle dei trattenuti, quelle delle istituzioni, quelle scritte negli atti) dentro a una realtà parallela, fatta di contraddizioni, paradossi e crudeltà. Come Alice, si precipita in un buco nero, in un mondo assurdo, dove nulla ha senso, dove tutto è illogico. Ma quello in cui il lettore si trova immerso non è il paese delle meraviglie. È un mondo distopico, frutto del nostro stesso sistema giuridico, ma totalmente avulso dalla quotidianità del cittadino, tanto da risultare inverosimile – e temo inconcepibile, per chi non ha mai avuto la sfortuna o il privilegio di entrarvi. La sfortuna (perché, come spiega l’autore, proprio di caso si tratta) se sei uno straniero privo di permesso di soggiorno. Il privilegio se, dopo molteplici tentativi e vane attese, ottieni l’autorizzazione a varcare quella soglia, di norma ben chiusa, per scopi di ricerca. È il mondo dei centri per la detenzione amministrativa degli stranieri, quelli che oggi in Italia si chiamano Cpr, Centri di permanenza per i rimpatri.

Maurizio Veglio è un avvocato specializzato in diritto dell’immigrazione. Nell’ultimo decennio ha avuto esperienza diretta pressoché quotidiana del sistema italiano di detenzione amministrativa e in particolare del microcosmo del centro di trattenimento di Torino, il Cpr Brunelleschi. Ed è proprio la sua esperienza quella che restituisce in questo libro che, avvisa lui stesso, «è una testimonianza; parziale, rischiosa, controvertibile come tutte. Ma è l’unica che mi è possibile». Tra le pagine di La malapena troviamo immagini scioccanti, come quella del primo incontro con Abdo, giovane sudanese del Darfur, spinto nella sala colloqui del Cpr su una sedia a rotelle; «muove solo gli occhi e le labbra. Il corpo è abbandonato, invertebrato, affranto come uno degli orologi molli di Dalì». E troviamo degli interrogativi che pesano come macigni: quelli dei reclusi (“Nel centro l’indecifrabilità del Cpr è sulla bocca di tutti: «Perché ci fanno questo?») e quelli delle istituzioni («Capita così di sentirsi chiedere da un pubblico ufficiale cosa spinga il difensore a insistere per la presenza del proprio assistito all’udienza: Lo fate solo per rompere i coglioni o anche per altri motivi?»).

Oltre che dall’esperienza professionale dell’autore, il libro trae parte del proprio “materiale istruttorio” dalle attività di ricerca condotte nell’ambito della Human Rights and Migration Law Clinic di Torino (in cui l’autore svolge attività di docenza e supervisione) – in particolare dalle indagini sulla tutela dei diritti umani nel centro di Torino (Betwixt and Between. Turin’s CIE, 2012), sull’accesso alle cure e la tutela della salute dei trattenuti (Uscita di emergenza, 2018) e sulla giurisprudenza dei giudici di pace in materia di immigrazione (Lexilium, 2014-2017). Il volume, breve ma molto denso, è suddiviso in sei parti, ciascuna delle quali approfondisce un aspetto del trattenimento amministrativo: la quotidianità e le condizioni di vita (risulta difficile definirla tale) dei reclusi; il sistema di tutele giuridiche previsto dal nostro ordinamento (nella sua inadeguatezza e problematicità); la tutela della salute; il trattenimento dei richiedenti asilo e il divieto di refoulement; l’inefficacia della detenzione amministrativa e le alternative possibili. Il libro descrive come la realtà del centro sia fatta di termini ambigui: «lo straniero segregato è anche ospite, le celle di isolamento sono trasformate in un ospedaletto, mentre nel corridoio del Brunelleschi – qualche anno addietro – campeggiava la targa di un’improbabile area benessere, situata tra le stanze della Questura e l’infermeria». A essi corrispondono regole interne e meccanismi apparentemente incomprensibili, consolidatisi nel tempo, la cui finalità sembra essere puramente afflittiva. È il caso del “mistero delle sedie”, la costante carenza di sedie nella sala colloqui; sedie rotte, sporche, traballanti, che riflettono la precarietà della vita nel centro. Un altro esempio è l’assenza di campanelli o citofoni che consentano la comunicazione tra le aree detentive e l’edificio dell’amministrazione, cosicché l’unico modo che i trattenuti hanno per comunicare con il personale «per qualunque necessità, dall’accensione di una sigaretta a un intervento sanitario salvavita» è gridare per attirarne l’attenzione. Nel Cpr di Torino «per combattere lo stato di abbandono servono polmoni e fiato». Emblematiche sono le condizioni degli alloggi: moduli di 50 metri quadrati con sette posti letto e un bagno incluso; quest’ultimo non è separato dalla stanza in cui si trovano i letti (letti su cui i reclusi dormono e mangiano) da alcuna porta o tenda che assicuri un minimo di riservatezza. Come sottolinea anche il Garante nazionale dei diritti delle persone detenute, «tale stato di cose è inaccettabile, immotivato e non giustificabile con qualsivoglia esigenza di sicurezza». Innumerevoli sono, nel racconto di Maurizio Veglio, gli esempi di negazione della dignità delle persone trattenute.

Lo sconcerto del lettore non può che aumentare nelle pagine dedicate a descrivere il meccanismo della convalida giudiziaria (e della proroga) del trattenimento dello straniero, che competono a un giudice particolare, il giudice di pace. Si tratta di un magistrato onorario, «la cui appartenenza all’ordine giudiziario è temporanea e non esclusiva», retribuito prevalentemente a cottimo, in relazione cioè al numero di udienze effettuate. Non un giudice di professione, dunque, ma una figura istituita per mediare i conflitti tra le parti, alleggerendo il lavoro dei magistrati togati. Paradossalmente, sottolinea l’autore, si tratta di un giudice a cui il legislatore «non ha attribuito il potere di disporre pene detentive»; eppure, è proprio il giudice di pace a decidere se convalidare (e di volta in volta prorogare) il trattenimento dello straniero disposto dal questore; la libertà di queste persone è di fatto nelle sue mani.

Tanti sono gli aspetti allarmanti di un’udienza di convalida (e di proroga) che vengono descritti nel libro. La durata dell’udienza, è forse l’aspetto più inquietante: sulla base dei dati analizzati dall’osservatorio Lexilium, a Torino metà delle udienze di convalida e l’80 per cento delle udienze di proroga non dura più di cinque minuti, inclusa la stesura del provvedimento. Oltre ai tempi, destano preoccupazione anche gli spazi. Queste udienze, infatti, non hanno luogo nell’aula del giudice, ma in una stanza del Cpr. Come spiega l’autore, la legge prevede che, per velocizzare le procedure, il questore possa fornire al giudice di pace un locale idoneo. Attribuendo a un organo dell’amministrazione dell’interno funzioni di organizzazione dei servizi della giustizia (una prerogativa del Ministero della Giustizia) si rischia, però, di pregiudicare l’imparzialità e l’indipendenza del giudice. «Gli esempi di tale condizionamento, nell’esperienza degli avvocati, si sprecano».

La malapena, al racconto delle vicende umane dei trattenuti alterna argomentazioni giuridiche e valutazioni del contesto politico-istituzionale, in una prosa potente, che da un lato penetra l’animo e scuote la coscienza, dall’altro fa leva sulla ragione, evidenziando anche sulla base dei dati (quelli relativi al tasso di rimpatri eseguiti e ai costi del sistema) l’inefficacia della detenzione amministrativa ai fini dell’espulsione. Le storie nel libro sono molte: oltre ad Abdo, ci sono Naima, Youssef, Lamin, Yasir, Mohamed, Deniz… tanti fotogrammi che uno accanto all’altro si trasformano in un’unica vicenda collettiva. Una vicenda che non è solo la “loro”, ma anche la “nostra”. Il libro – che, premette l’autore, contiene “domande, più che risposte” – interroga il lettore, e costringe il lettore a interrogare se stesso di fronte a uno “scandalo giuridico ed economico” su cui però è raro che si accendano i riflettori. Un libro necessario. Necessario per un’opinione pubblica il cui sguardo viene troppo spesso tenuto lontano dalle vergogne del nostro sistema politico e giuridico. Ma, sembrerebbe, necessario anche per il suo autore. Con questo libro, infatti, Maurizio Veglio sembra volersi liberare da una sensazione di “complicità indesiderata”, che nasce dall’aver assistito per anni a quel “rito di separazione su base etnica” di cui il trattenimento amministrativo è frutto, e dall’avervi in qualche modo partecipato, come testimone al tavolo del giudice, seppur nel ruolo di avvocato difensore.

«L’uscita capovolge il clima: l’operatore nella guardiola apre il portoncino, osserva dal vetro e sorride, spesso con un cenno d’intesa. Puntualmente. Come se la visita al centro ci avesse accomunato, ci avesse resi entrambi depositari di un segreto, ai confini del lecito e dell’osceno. È un sorriso innocente quello che mi offre l’agente, ma l’assurdità del Cpr lo trasforma in un ghigno di complicità indesiderata. Siamo diventati intimi perché entrambi sappiamo, abbiamo visto». Grazie a questo libro, anche se non abbiamo visto, tutti noi ora sappiamo.


Intervista di Emanuela Roman a Maurizo Veglio

La malapena accende i riflettori su un tema trascurato dal dibattito pubblico, la detenzione amministrativa degli stranieri. Il lettore, posto di fronte ai dati sul tasso dei rimpatri, non può non interrogarsi sul senso di un istituto tanto inefficiente quanto brutale. Che risposta ti sei dato?

L’elefante nella stanza, nella discussione sui CPR, è che il trattenimento non funziona. La detenzione degli stranieri ai fini dell’allontanamento, come si è imposta in Occidente nel nuovo millennio, è uno scandalo giuridico ed economico. Per l’Italia significa spendere ogni anno centinaia di milioni di euro per il rimpatrio di qualche migliaio di persone. È anche per questo che quanto accade all’interno dei CPR viene avvolto in una bolla muta e oscura. Solo in occasione di fatti di cronaca – decessi, gravi episodi di autolesionismo e di violenza – ci si “accorge” dell’esistenza dei centri di permanenza, ma si tratta di squarci momentanei, superficiali, ricomposti con grande rapidità. Dopo 20 anni di giurisprudenza, amministrazione e politiche della segregazione, la detenzione è diventata un abito mentale, con il suo carico di automatismi e gesti seriali. Eppure il trattenimento degli stranieri non è un dato naturale, fisiologico, ma storico e politico. Esattamente come il diritto che lo prevede e che può, in qualunque momento, decretarne la fine.

Il tuo racconto evidenzia l’impatto che il trattenimento ha sulla salute fisica e psichica delle persone recluse. Violenza autoinflitta e abuso di psicofarmaci sembrano essere la regola. Come vengono giustificate le palesi carenze nella tutela della salute dei trattenuti?

La degradazione della salute di chi è costretto nel centro – un malessere istituzionale – è il risultato di diversi fattori. Il primo è la diminuzione dei costi medi giornalieri per ogni trattenuto, scesi fino a 24,65€. La presenza del personale sanitario è rarefatta e inadeguata. Il capitolato d’appalto ministeriale del 2018 prevede un infermiere durante le 24 ore, mentre la presenza di un medico è limitata a 6 ore al giorno. Il tutto per un numero di trattenuti da 151 a 300. Qualcuno crede davvero che sia possibile garantire servizi dignitosi in queste condizioni? In secondo luogo l’ambiente del CPR compromette la possibilità del rapporto tra medico e paziente. La relazione terapeutica è minata da sospetto e pregiudizi reciproci, oltre all’ingombrante presenza delle forze di pubblica sicurezza perfino dentro l’ambulatorio. Infine il ricovero ospedaliero è per molti l’unica drammatica opzione per riconquistare la libertà. Il CPR è luogo per eccellenza di richieste non ascoltate e di domande senza risposta: tra queste, la più terribile vorrebbe sapere «quanti chili devo perdere per andare in ospedale». Ciononostante la gestione dei centri è così autoreferenziale da consentire ai responsabili (Ministero dell’interno, Prefetture, Questure, enti gestori) di non dovere nemmeno giustificare le modalità di esercizio del potere. Invece della sistematica – e democratica! – produzione di informazioni sugli stranieri trattenuti, sui tassi di rimpatrio, ma anche sulle condizioni di salute prima e dopo l’ingresso nel centro, lo Stato preferisce “mantenere il riserbo”. È illuminante, quanto intollerabile, che ancora si rifiuti l’istituzione di un registro degli incidenti e di una procedura di reclamo giudiziario, misure minime di tutela e trasparenza. La scelta non è casuale, perché quel registro offrirebbe un resoconto eloquente dei danni della detenzione amministrativa, un suo calco scandaloso.

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