Chi ha paura delle femministe? Su “Lo spazio delle donne”

0

di Stefania Lucamante

 

Lo spazio delle donne di Daniela Brogi (Einaudi, 2022) merita attenzione per una serie di motivi. È intenzione dell’autrice non farci pensare al suo pamphlet come a un testo di carattere scientifico e accademico, quanto a un libro la cui lettura si consiglia di fare in un “pomeriggio di studio come di festa; in una pausa da un lavoro anche molto diverso da quello della critica letteraria”. La dichiarazione d’intenti, quella che lo spazio intercettato dal libro terrà conto anche di quelle donne “che hanno dedicato lavoro e studio alle altre donne”, però, ci pare fuorviante rispetto all’invitante semplicità della lettura offertaci nella stessa pagina. Il tono rassicurante con cui l’autrice ci prega di iniziare la lettura non trova un obbiettivo che rispecchi tale innocenza di ambizioni. Infatti, leggere durante un pomeriggio questo pamphlet per capirne la tesi, e cioè la ricerca dello spazio delle donne, sono due cose che non collimano. Cinque sono gli spazi esaminati: il recinto, l’abisso, l’interstizio, la mappa e il fuori campo attivo, ed emerge l’auspicio di uno spazio futuro “liberato da abitudini sessiste riprodotte con naturalezza”. Il tragitto che ha condotto Brogi a questo lavoro è stata la sua lettura, partita “dal secolo scorso”, di testi scritti da donne su altre donne, scoprendo autrici già scomparse e provando sconforto misto a soddisfazione per l’acquisita consapevolezza di non essere la sola ad occuparsi di scritture di donna. In realtà, la politica di posizionamento teorizzata dalla filosofa e poeta femminista Adrienne Rich oltre cinquant’anni fa, corrisponde a quello spazio che Brogi intende reclamare.

Cosa intendo dire? Intendo che gli spazi di cui parla Daniela Brogi sono spazi scelti in maniera abbastanza indiscriminata nell’ambito del cinema, della letteratura e della critica letteraria offrendo un orizzonte molto ampio. Tuttavia, senza voler pretendere il rispetto di un canone di espressione femminile che esiste sicuramente, c’è un interrogativo che inizia dalle prime pagine e finisce alla bibliografia che accompagna il testo. La bibliografia finale intercetta un percorso assai personale in cui compare il nome di Michela Murgia ma non quello di una filosofa come Elizabeth Grosz che ha trattato l’argomento in vari suoi lavori – Volatile Bodies: Toward a Corporeal Feminism (1994), Space, Time, and Perversion (1995) e Time Travels: Feminism, Nature, Power (2005) che bisognerebbe tradurre e aggiungere alla bibliografia di qualunque libro parli di donne e di spazio. Restando nel campo degli studi di e su italiane, mancano tanti nomi, fra cui quelli di Carla Locatelli, Lucia Re, Robin Pickering-Iazzi, Adalgisa Giorgio, Marina Zancan (gli studi di quest’ultima su Sibilla Aleramo bastano a confutare la dichiarazione di Brogi che l’autrice viene citata solo per i suoi amanti), Sandra Parmegiani (curatrice di Femminismo e femminismi nella letteratura italiana dall’Ottocento al XXI secolo, 2019), Ellen Nerenberg e Nicoletta Marini-Maio, fondatrici di “G/S/I”, una rivista online che si occupa di studi femministi, e tante altre colleghe. 

Perché lanciarsi, allora, in un campo di cui si conosce poco operando delle scelte di esempi da proporre ai lettori e una bibliografia lacunosa per esprimere delle giuste e sacrosante riserve rispetto all’asfissia di cui soffrono le donne, e non solo nel panorama italiano proposto? Il fuoco prospettico parte chiaramente da una figura accademica e gli esempi scelti – situazioni di disagio, discussione di figure di donne che hanno avuto un peso nella società moderna e contemporanea e l’esclusione invece di altre – non fanno che confermarlo. Parlare però del giudice supremo Ruth Bader Ginsburg e del suo rapporto con il suo continuo/indefesso lavoro per i diritti delle donne senza fare parola della sua amicizia trentennale con Gloria Steinem, cioè la più grande femminista americana della seconda ondata, appare una svista ideologica soprattutto nei confronti delle lettrici italiane che non conoscono bene il panorama statunitense. Così come parlare di Ruth Bader Ginsburg senza chiamare in causa Betty Friedan che con The Feminine Mystique (1963) ha aperto tutto un mondo alle casalinghe americane facendo loro capire che avere una laurea non costituiva solo un modo per trovare marito. Le costò il matrimonio, ma Friedan diede a molte donne la possibilità di capirsi e di costruirsi un’identità come persone molto prima degli anni della Bader Ginsburg fever. Quello che avviene nel mondo anglofono ci appare lontano, sfocato e molto legato a quello che rimbalza in Italia tramite i media. 

Il percorso critico che l’autrice consiglia a chi voglia leggere il pamphlet rivela a volte la mancanza di conoscenza di cosa accade nel mondo italiano e di come tante artiste siano attive nel loro intervento innovativo. Se guardiamo al modo di fare cinema oggi, non possiamo menzionare la storica cineasta Cecilia Mangini senza ricordare i film contemporanei segnati da una forte protagonista femminile come La figlia di Marx o Nico di Susanna Nicchiarelli, quelli di Marina Spada sulla poeta Antonia Pozzi oppure il successivo sullo spazio per le donne (Il mio domani, titolo preso da un verso di Pozzi). Lo spazio delle donne non parla del cinema di ricerca di Laura Bispuri con il suo strepitoso Vergine giurata tratto dall’omonimo romanzo di Elvira Dones, oppure dell’attento studio di Giorgia Cecere su figure femminili in posizioni umili che tentano di affrancarsi dal loro ambiente (Il primo incarico, In un posto bellissimo) fino alla lacuna a mio avviso maggiore: parlo dei lavori di Alina Marazzi, tra i quali cito almeno Vogliamo anche le rose del 2012, uno straordinario lavoro cinematografico, con la collaborazione di Silvia Ballestra, sul percorso fatto dal femminismo e dalle donne in Italia; Marazzi vi ha ricostruito una parte dimenticata della storia italiana – assente anche in film per il grande pubblico ambientati negli stessi anni (si pensi a La meglio gioventù in cui il Movimento di liberazione delle donne non esiste minimamente e tutto viene assorbito dalla lotta terrorista) – con materiali di archivio e i diari dell’Archivio di Pieve Santo Stefano e basandosi sulla figura della curiosità con cui ha inizio, con una sorta di vignetta, lo stesso film.  Forse mi sono sfuggiti, ma nella bibliografia questi nomi mancano tutti.

Sono contraria ad una rigida costituzione di un canone femminile, ma se non stabiliamo noi dei criteri saremo sempre affogate da testi scolastici in cui non si parla di donne così come negli Stati Uniti i libri di storia non riportano mai dei linciaggi degli immigrati italiani. Perché Lo spazio delle donne parla di Mary Wollstonecraft, e non invece degli enormi meriti delle liriche del Cinquecento, come Veronica Franco, o di Moderata Fonte che scrisse Dei meriti delle donne più di duecento anni prima di Wollstonecraft? Sono tantissimi gli esempi di donne che hanno espresso la necessità dei diritti per il loro lavoro e la loro parola e si sono, di conseguenza, create uno spazio. Il discorso legato a uno spazio altro per le donne che propone il pamphlet di Brogi non è nuovo, perché l’ho sentito spesso fare da alcune femministe italiane. Le donne non avrebbero bisogno di legittimare la loro ricerca e la loro necessità di posizionamento. Non sono d’accordo: le donne, come i LBTG, come i bambini e altri gruppi trattati come minoranze, non hanno bisogno di uno spazio-altro. Non si cura l’alterità imposta con un’altra alterità. Chi è discriminato per tanti versi ha bisogno di occupare parte dello stesso spazio occupato da tutti gli altri individui che formano la società, come anche di leggi davvero attente alle pari opportunità. Le quote rosa esistono in sovrabbondanza, ma la voce delle donne arriva sempre in sordina. Come si può parlare di femminicidio senza analizzare la parola «vittima» e «vittimismo» nel senso in cui viene ancora attribuita – ad esempio dal linguaggio giornalistico – alle donne uccise la parola «vittima». 

La donna non nasce vittima: la donna viene resa vittima. La società ci rende vulnerabili, lo dice Judith Butler. Trattare il femminicidio per quello che è, vale a dire il completo e finale disconoscimento dei diritti del singolo di esercitare la propria libertà di scelta in una relazione, rivela uno dei nodi chiave della cultura occidentale e non si può definire in uno spazio altro. Minimizzato, ignorato, relativizzato, il femminicidio occupa un posto di grande rilievo negli studi di genere soprattutto per arginare i pericoli del discorso mediatico e del linguaggio offensivo (perché interiorizzato) che pigramente si adotta nelle difese degli omicidi come nelle sentenze della magistratura. Perché, quando ci conviene, definiamo vittima colui che toglie la vita altrui perché “colto da un raptus”, oppure il figlio colpevole di matricidio attentamente studiato da Walter Siti in La natura è innocente? Se pensiamo a Un giorno perfetto di Melania Mazzucco dell’ormai lontano 2005, capiamo che la storia di abusi che costruisce la famiglia di Emma e di Antonio Buonocore si lega alla mancanza di una voce nel sistema che si occupi davvero del problema legato alla sopraffazione familiare della donna, sia questa una moglie o una madre. La violenza in famiglia costruisce uno spazio che non può essere studiato neppure in letteratura o nel cinema se non cucendone i rapporti all’interno della stessa società che produce i cinque spazi di cui parla Brogi. A questa tragedia comune e fin troppo reale che viene messa in scena ogni giorno le teoriche femministe Silvia Ross, Marina Bettaglio e Nicoletta Mandolini hanno dedicato il volume collettivo Rappresentare la violenza di genere: sguardi femministi tra critica, attivismo e scrittura (2018). Contestualizzare il momento in cui il silenzio ha lasciato spazio a una protesta diffusa e organizzata contro la violenza sessista a partire dai primi del 2000 fino al #metoo costituisce un punto di partenza necessario. 

Queste sono le ramificazioni di quella misoginia profonda che produce motivazioni a bocciature nelle abilitazioni universitarie perché la candidata (ovviamente donna) “si occupa per una precisa volontà solo di scrittrici”. Sono anche le donne che rifiutano di dichiararsi femministe, sono le donne che, per paura di non passare ai concorsi, dedicano il loro tempo a un ennesimo libro su Pirandello (con tutto il rispetto per Pirandello). La ricezione del testo di un’autrice dipende da noi accademici e dai critici militanti, ma se ci pieghiamo a quello che vuole lo stesso establishment che non fa posto alle donne (se non a quelle di comodo trovate per riempire la quota rosa) non arriveremo mai a condividere lo spazio. Gli accademici molto spesso non trovano alcun interesse nella scrittura di donne, salvo quando il testo intercetta qualche tema (la guerra, oppure un certo Zeitgeist). I critici militanti non hanno alcun obbligo a occuparsi di testi che non facciano parte della loro visione etico-estetica. Negli USA esiste una locuzione che incornicia il lavoro di chi si occupa di cose sicure, come di scrittori consacrati dal canone, e cioè che si occupa di ‘white dead males’ (uomini bianchi morti). Lavorare sull’opera di autrici non viene considerato un crimine né tantomeno la partecipazione a uno spazio subordinato rispetto a quello accademico ‘serio’. Sono ‘seri’ i women’s studies, i gender studies, i queer studies. E lo spazio che queste discipline occupano nei dipartimenti è lo stesso di altre più tradizionali. Difficile affermare lo stesso nelle università italiane.

Parlare di sorellanza ancora oggi come fa Brogi, pur se meritorio, rivela dei gap teorici che sono riconducibili a una nozione di spazio diversa da quella a cui pensano le filosofe femministe-umaniste come Rosi Braidotti e del cui pericolo ci parla anche Angela McRobbie. Questo significa che non molto è cambiato da quando le madri del romanzo contemporaneo italiano si difendevano con le unghie contro ogni accusa di essere femminista. Natalia Ginzburg scrisse di non sentirsi femminista ma di approvare tutto quello per cui le femministe combattevano. Elsa Morante si rifiutò di far parte dell’antologia di poesie d’autrice curata da Biancamaria Frabotta. Anna Banti si definì umanista, non femminista. La paura di essere emarginate era così forte e giustificata che poco si poteva loro rimproverare. Appartenevano a un’altra generazione e alcune di loro vivevano all’ombra di una forte figura maschile. Venivano accusate di aver ricevuto premi solo grazie al marito, abbandonavano il campo della storia dell’arte per non far ombra al grande storico dell’arte che avevano sposato, e/o si muovevano all’interno di uno studiolo prezioso quanto quello di Isabella d’Este. Nessuna di loro si lamentava di non aver potuto frequentare Oxford o Cambridge, come fece Virginia Woolf, ma nessuna si batté davvero per i diritti delle donne, come fece Simone de Beauvoir. Colpisce, quindi, che una donna la cui professione è fermamente ancorata alla cultura e alla pratica della scrittura come Nadia Terranova attesti ancora una mancanza di consapevolezza del termine femminismo nel suo intervento/recensione al pamphlet di Brogi. Terranova (su “La Stampa” del 12 febbraio 2022) si dichiara non interessata al “femminismo come atteggiamento poliziesco nei confronti delle altre donne né alla denuncia di presunte ancelle del patriarcato” e preferisce non “abbassare la guardia” sugli automatismi introiettati.  

In Soggetto nomade (1994), Rosi Braidotti definisce così la politics of location: “riconoscere una comune condizione di sorellanza nell’oppressione non può essere l’obiettivo ultimo; le donne avranno anche in comune situazioni ed esperienze, ma non sono, comunque, tutte uguali. A questo riguardo, l’idea della politica della collocazione è dirimente e, una volta tradotta in una teoria del riconoscimento delle molteplici differenze esistenti tra donne, può evidenziare l’importanza di rifiutare ogni generalizzazione sulle donne per tentare invece di essere il più possibile consapevoli del luogo dal quale si parla”. La teoria della politica di posizionamento riguarda il rifiuto di essere condizionate a essere quello che non tutte le donne sentono di essere. Non riconoscersi nel paradigma sociale di un paese non è una cosa strana, quanto, piuttosto, l’atto di un attento ragionamento e conseguente rifiuto di adattarsi a costruzioni che ci sono state imposte e non accettate. In pratica, ed è quello che scrive Adrienne Rich (senza la quale Braidotti, Butler, e Cavarero non sarebbero forse esistite) in Notes toward a Politics of Location (1984): “Abbiamo iniziato respingendo la frase che iniziava con ‘le donne hanno sempre avuto un istinto materno” o “le donne sono sempre e ovunque state sottomesse agli uomini’. Se abbiamo imparato qualcosa in questi anni di femminismo della fine del ventesimo secolo, è che la parola ‘sempre’ cancella ciò che abbiamo davvero bisogno di sapere: quando, dove e in quali condizioni l’affermazione è stata vera?”. Il dove deve cambiare, non deve essere un altro. Altrimenti le cose non cambieranno mai. 

Il libro, quindi, soddisfa tutta una serie di necessità per novizi dell’argomento e quindi getta le basi per un discorso più ampio che però va sicuramente rivisto perché, in fondo, più che lo spazio delle donne mi sembra che questo pamphlet contenga uno spazio assai limitato. Non aderisco a molte delle riflessioni di Brogi, forse perché lavoro da 35 anni nel campo dei women’s studies e gender studies (due campi diversi) e ho avuto la fortuna di maturare le mie riflessioni in Paesi in cui la discriminazione di genere viene considerata un reato. Grazie ai Women’s studies, un campo emerso dai movimenti per i diritti civili e dal femminismo della seconda ondata, quello della citata Gloria Steinem, si è capito che senza parità di diritti a nulla sarebbero valsi gli scritti di Virginia Woolf. In Italia si è sempre asserita l’uguaglianza nella differenza, e con molti giusti motivi, a mio avviso. Ora mi chiedo, senza “voler fare la sentinella” e denunciare nessuno: cosa è cambiato, esattamente, nello studio della produzione femminile letteraria in Italia da quando ero ragazza io?

Condividi.